Eroi d’Europa: Monaldo Leopardi

 

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Nato a Recanati , nella provincia pontificia della Marca, nel 1776 da famiglia di ferrea e continuativa tradizione guelfa, viene educato dal padre gesuita messicano Giuseppe Maria de Torres, in quegli anni espulso dalla corona spagnola, ormai strumento e grimaldello in mano agli “Illuminati”. Sposato alla marchesa Adelaide Antici, cui affida gestione e amministrazione della casa, ricopre varie cariche pubbliche nell’amministrazione della sua città, di cui è anche governatore nel 1798. Durante la giacobina Repubblica Romana e l’annessione della sua provincia al Regno d’Italia napoleonico si tiene ostentatamente lontano dalla vita pubblica. Con il ritorno di Papa Pio VII al guida di un liberato Stato Pontificio, è Gonfaloniere di Recanati dal 1816 al 1819 e poi dal 1823 al 1826. Pur essendo totalmente estraneo al riformismo sociale di stampo illuminista, in questi anni si dedica con passione al miglioramento delle condizioni di vita del suo popolo, sia con molti innovazioni in campo agronomico, con l’introduzione obbligazione del vaccino antivaioloso Jenner ed infine con una vasta opera di rafforzamento dei pubblici servizi. Uomo dalla vasta e articolata erudizione, alterna alla vita pubblica un’intensa attività di ricerca che lo porta a pubblicare molti studi di storia locale. I moti rivoluzionari che infiammano l’Europa nel 1830-31, producendo tra l’altro l’abbattimento della monarchia borbonica in Francia e l’arrivo del “re borghese” Luigi Filippo d’Orleans, lo chiamano prepotentemente ad una nuova attività pubblica, quella del polemista e scrittore antirivoluzionario. Già aveva scritto contro la filosofia illuminista e la Rivoluzione in un’opera del 1800, rimasta inedita e intitolata “Le cose come sono. Filosofia vera: Apologia del trono; Apologia dell’Altare” ma nel 1831 con la pubblicazione dei “Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831” il suo nome ottiene grandissima notorietà. Il pamphlet va a ruba, viene immediatamente ristampato e tradotto in più lingue. Sul frontespizio della prima edizione campeggia la scritta “La verità tutta, o niente” e nell’annesso “Il viaggio di Pulcinella. Trattenimento scenico recitato al mondo di oggi per far ridere il mondo di domani”, Monaldo, con l’arma di un’ironia mordace e corrosiva che attinge anche ai lazzi plebei, mostra come la Rivoluzione, temporaneamente sconfitta sul campo di battaglia dai sovrani europei, stia continuando a livello culturale la sua opera disgregatrice e sovvertitrice, separando la politica dalla giustizia e dalla religione e riducendola a mera ragion di Stato, appoggiandosi ai così detti moderati e mascherando la sua azione sotto i princìpi del cosiddetto equilibrio e del non intervento. Il conte contrappone quindi al contratto sociale e alla “sovranità immaginaria del popolo” l’alleanza fra il re e il suo popolo. Il primo deve perseguire il bene del secondo, che è tenuto all’ubbidienza, che “è scritta con la mano di Dio e stampata col torchio della natura”. Su suggerimento dell’amico Antonio Capece Minutolo, anch’ egli pubblicista controrivoluzionario, inizia a pubblicare La voce della Ragione, quindicinale stampato a Pesaro dal maggio 1832 al dicembre 1835, cui collaborano vari scrittori reazionari europei. In questo giornale Monaldo Leopardi, che già collaborava con La Voce della Verità di Modena, commenta periodicamente e con spietata lungimiranza il cammino della rivoluzione in Europa, partendo dal velleitarismo sanguinario di Mazzini e della Giovine Italia e dal caso del terrorista Menotti, passando a criticare violentemente il riformismo del Granduca di Toscana e l’umanesimo eversivo dell’Antologia del ginevrino e protestante Viesseux, concludendo con la critica dell’abate bretone La Mennais, passato dal legittimismo all’apostasia democratica. All’eguaglianza massificante su cui si stende la tirannia della Rivoluzione, oppone senza tentennamenti la Disuguaglianza naturale come elemento fondamentale del corpo sociale. Sbaglierebbe chi pensasse che l’antiliberale Monaldo sia stato fautore di un assolutismo accentratore e inefficace: in lui la negazione di un’inesistente nazione italiana va di pari passo con l’affermazione dei diritti delle patrie municipali, di cui sarà severo difensore durante i suoi anni di politica attiva. L’affermazione dei diritti dinastici gli impone una severa (e inascoltata) critica del Congresso di Vienna e della sua falsa e compromissoria attitudine restaurazionistica, imbelle di fronte ai guasti lasciati dai regimi napoleonici e ancor più arrendevole di fronte alla montante canea pubblicistica rivoluzionaria. Rimane, tra l’altro, memorabile la sua richiesta di smembramento della Francia orleanista. Scrittore tutt’altro conservatore, può essere invece definito pienamente reazionario, nemico quindi tanto della rivoluzione quanto dell’immobilismo conservatore e benpensante. Vero difensore del Trono e dell’Altare, anche da chi spesso non sapeva difendere né l’uno, né l’altro, fu uno dei tanti attenti profeti inascoltati dell’Europa di quegli anni, e certamente uno tra i più profondi. Negli ultimi anni della sua vita, dopo la soppressione de La voce della Verità, invisa a molti governi e anche alla parte liberale della curia pontificia (soleva dire “i Papi hanno l’infallibilità per decidere degli errori ma non l’hanno nella conversazione privata per non essere ingannati dai birbanti”), torna agli studi eruditi nel palazzo avito, in una vecchiaia funestata da alcuni lutti domestici. Muore il 30 aprile 1847, in tempo per non vedere lo sfacelo delle grandi rivoluzioni e del moto unitario italiano. Come disse lo storico Monti della Corte: “Vedeva e misurava le forze contrastanti e seguiva le fasi del duello titanico…Da una parte il Passato, l’Autorità legittima, le Gerarchie tradizionali, il Pastorale e lo Scettro, la Storia, la Natura, Dio Stesso; dall’altra il nuovo credo egualitario, l’idea del progresso indefinito e messianico: l’Utopia, la Rivolta, l’Astrazione, la Dea Ragione, i Diritti degli uomini invidiosi e superbi”. Ebbe cinque figli che raggiunsero l’età adulta, tra cui ricordiamo Paolina, nubile rimasta in famiglia, Giacomo, letterato, e PierFrancesco, possidente e suo erede.

Piergiorgio Seveso

Cenni Bibliografici
Monaldo Leopardi “Prediche recitate al popolo liberale da Don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della poca pazienza”, Pesaro, 1832. (Ristampato a cura di Silvio Vitale, presso le edizioni Il Cinabro, Catania, 1995)
Monaldo Leopardi “La città della filosofia”, Pesaro, Nobili, 1833 (ristampato a cura di Nicola Del Corno, presso l’editore Scheiwiller, Milano, 1998)
Monaldo Leopardi “Autobiografia”, Befani, Roma, 1883. (Ristampata con un saggio di Giulio Cattaneo, Edizioni dell’Altana, Roma, 1997)
Monaldo Leopardi “Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831”, s.l., 1831 (ristampato con scritti di autori liberali in “L’Europa giudicata da un reazionario”, Diabasis, Reggio Emilia, 2004)
Monaldo Leopardi “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori proposto dai redattori della “Voce della ragione”, Pesaro, Nobili, 1832 (ristampato con l’opera “Catechismo sulle rivoluzioni” presso l’edizione Fede e cultura, Verona, 2006)
Monaldo Leopardi “Un’oretta di conversazione tra sei illustri matrone della buona antichità”, s.l, 1832
Monaldo Leopardi “Sulle riforme del Papa. Una parola ai sudditi del Papa”, s.l., 1832
Monaldo Leopardi “Considerazioni sulla “Storia d’Italia di Carlo Botta, in continuazione di quella di Guicciardini”, Pesaro, Nobili, 1834
Monaldo Leopardi “I lunarii, Dialogo fra un parroco e un contadino”, Pesaro, Nobili, 1835
Monaldo Leopardi “Le parole d’un credente come le scrisse l’abate F. De La Mennais, quando era ancora un credente”, Modena, Licenzi, 1836
Sandro Petrucci “Monaldo Leopardi” in “Voci per un dizionario del Pensiero forte” (Fonte Web)
Alessandro Augusto Monti “I grandi atleti del Trono e dell’Altare”, Gatti, Brescia , 1929
Romano Delcorona “Antirisorgimento. Un protagonista: Monaldo Leopardi”, Cipriani, Firenze 1974
Nicola Del Corno “Gli scritti sani. Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all’Unità”, Franco Angeli, Milano, 1992, pp. 106-177

Tratto da “Il Cinghiale corazzato” numero 21, novembre-dicembre 2007

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