Eclisse del sacro e Vaticano II

Se ne è scritto moltissimo, in tutto il secolo trascorso, della crisi di identità e di religiosità che vive il nostro continente. A questa eclissi del Sacro hanno cercato vanamente si sostituirsi le molti “religioni politiche” del Novecento, con esiti spesso nefasti, quasi sempre insoddisfacenti e infelici.
Ma spesso anche le analisi più articolate ignorano il peso con cui si innestarono, sulla nostra società ancora parzialmente tradizionale, le riforme del Vaticano II, tenuto dal 1962 al 1965.
Il Concilio vaticano secondo, di cui cadrà nei prossimi mesi il cinquantennale dell’apertura, ha di fatto certificato, incoraggiandole, queste note centrifughe presenti nella società di quegli anni, ha depotenziato invece la portata di preservazione sociale e morale, presente de jure e de facto, nel magistero ecclesiastico cattolico.
Nel cattolicesimo, figlio del concilio, al nitore della definizione e delle sententiae si sostituiscono infatti le suggestioni sensistiche del pressapochismo, ad una severa disciplina penitenziale (rigorosa ma non rigorista) una benevola somatolatria, ad un culto, imperniato sul Tremendum di un Sacrificio unico, storico e cruento, ripetuto incruentemente ad infinitum, una dimensione orizzontalistica, conviviale ed agapica che può creare dei simpatizzanti, dei fans, dei devoti estimatori (stile Teocons) ma non dei fedeli.
A questo aggiungiamo un drastico riposizionamento minimalista e a tratti marginale della Chiesa all’interno della società, un sanzionamento indebito di una democrazia massificante e fortemente totalitaria e (pseudo) teistica, radicalmente lontana dalle floride “democrazie” locali, presenti da sempre negli antichi ordinamenti del “Vecchio continente”.
E anche se la secolarizzazione fosse stato un male parzialmente spontaneo cui soggiaceva la società europea, si deve dire che il concilio abbia contribuito, in maniera decisiva, al suo radicamento nei più vasti strati sociali.
Se infatti la caduta verticale del Sacro è toccabile con mano ed innegabile, anche senza particolari studi sociologici, ad essa si accompagnano, come blatte su un corpo infetto, le più esiziali farmacopee spiritualistiche del Basso impero (dottrine e pratiche finalizzate ad un generico benessere che può assumere le coloriture della Felicità), contaminazioni di tradizioni religiose a sfondo terapeutico, scientismi e pseudoscientismi, tradizionalismi spurii o ciarlataneschi, fughe “all’indietro” o “in avanti” ma sempre “oltre e fuori” rispetto alle tradizioni storiche dei nostri popoli.
E a tutto questo possiamo sommare i neo-temporalismi da caricatura e uno svuotato lobbysmo religioso (ancora abbastanza presente nelle nostre terre ma ripiegato nella ridotta dei valori irrinunciabili ) che aumentano ancor di più la percezione di questa crisi verticale del Sacro nella realtà sociale. E infatti dal teologo all’uomo della strada, dal giovane al vecchio, dalla anziana beghina alla giovane donna, la cifra dominante è quell’analfabetismo religioso come prima condizione per lo sradicamento, cui si aggiunge un’affezione disordinata e soggettivistica per le più svariate idee e atteggiamenti, da creare una “morale della situazione” o dei “sentimenti disordinati”. E viene quasi spontaneo domandare se davvero ci si “creda ancora”oppure se tutto non sia ridotto a mera proiezione dell’Io, ad un pirandelliano teatro di cartapesta, ad un affidarsi perpetuo alla “tempesta delle sensazioni”.
È purtroppo l’era dell’Io, maschera carnascialesca e funebre della persona, scimmia e immagine deforme dell’Uomo, in perenne polarizzazione tra Eros e Thanatos. L’Io, condizione patologica dell’essere, si pone in modo autonomo e autarchico per definizione, svelle alla radice ogni possibilità di introspezione e di riconoscimento della realtà, crea regimi sociali “irreali” a propria immagine e somiglianza: fondati sul possesso e sull’acquisizione smodata e vorace di beni o sulla distruzione degli individui, sull’affermazione universalistica di una Libertà che rende schiavi e di una Uguaglianza che imprigiona o di una Fratellanza vagamente letteraria che fa la parodia di legami naturali e comunitari ben più seri.
Non tragga in inganno un certo revival critico contro il relativismo occidentale. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di una colossale ingenuità, se non uno sleale e un po’cialtronesco conato propagandistico. L’Occidente si relativizza da secoli, anzi nasce sotto il segno del Relativismo: è relativista per definizione, o per rivolta o per calcolo, ha rescisso i suoi legami col Sacro, ovvero con un Essere personale,trascendente e creatore, eterno e infinito, Sovrano e Redentore, unico e Trinitario, benefico e amoroso che si è rivelato storicamente nell’Antico Testamento e si è incarnato, patendo morte iniqua per i nostri peccati e da morte risorgendo.
Nel rifiuto diretto o indiretto del riconoscersi creatura, l’Io (con tutte le sue proiezioni storiche, sociali e culturali) ha iniziato una lenta ed inesorabile discesa verso il Nulla. Una descensus ad Inferos che storicamente non pare ancora arrestarsi.

Piergiorgio Seveso

(Articolo pubblicato nel 2005, ripubblicato con modifiche nel 2012)

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