Eroi d’Europa: Antonio Capece Minutolo

Vi sono epoche in cui, mentre tutt’intorno è un verticale e generale precipitar di valori, costumi secolari, sistemi di pensiero e ordini sociali, alcuni UOMINI rimangono “in piedi in mezzo alle rovine” (rubo la frase al calabro cabalista Julius Evola). Non solo costoro riescono a non curvare la schiena di fronte ai nuovi idoli di argilla (e ancora di più di cartapesta) che fuoriescono dalle officine culturali della Rivoluzione ma addirittura indicano all’opinione pubblica le ragioni dei sovvertimenti sociali, i modi per prevenirli o almeno per curarli, sempre isolando il contagio, magari tagliando quelle parti contaminate dal morbo, comunque indicando le amare medicine per il risanamento e la ripresa.
Cosa ricevono in cambio dalla sorte uomini di una tal tempra? L’odio dei furfanti, delle prezzolate banderuole e dei lacchè, lo scherno delle plebi incanaglite, l’incomprensione di molti, compresi coloro che avrebbero ricevuto maggior beneficio dai loro consigli. Come, puta caso, se un medico fosse ricevuto a pistolettate nelle case dove veniva a portare un risolutivo vaccino o un potente contravveleno. Fu questa la sorte che toccò ad Antonio Capece Minutolo, dei principi di Canosa (da cui il suo più noto soprannome “Il Canosa”)
Nato a Napoli il 6 marzo 1768 da una famiglia che aveva toccato il suo apice durante il periodo degli Svevi e che aveva servito fedelmente per secoli Papi e Re di Napoli, viene educato a Roma in un collegio dei Gesuiti. Sono gli anni della Rivoluzione e il Giovane Canosa prova subito un profondo disprezzo verso gli ideali rivoluzionari e già poco più che ventenne scrive un paio di brevi saggi, uno contro il deismo massonico, l’altro contro lo spirito rivoluzionario. In un ulteriore scritto
chiarisce la sua adesione non all’assolutismo allora tanto in voga a corte ma ad un modello di monarchia feudale in cui i corpi intermedi abbiano un ruolo fondamentale nell’organizzazione dello stato. Nominato membro della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l’Interna Tranquillità, mentre incombe l’invasione franco-giacobina di Napoli del 1798 (ed il Re Ferdinando si è ritirato in Sicilia), si scontra col principe Pignatelli, vicario del Re, che vuole trattare con gli invasori, rivendicando i diritti storici all’autogoverno della Municipalità aristocratica napoletana in assenza del sovrano.
Arrestato nel 1799 dai giacobini vincitori e condannato a morte, è liberato dall’arrivo dei crociati sanfedisti del Cardinale Ruffo ma (ironia della sorte) immediatamente reincarcerato e condannato a “cinque anni di fortezza” dai borbonici per insubordinazione nei confronti del vicario regio. Scarcerato per amnistia nel 1801, si dedica per alcuni anni all’attività culturale ma poi la nuova invasione francese del 1806 lo richiama alle opere militari, al servizio di quello stesso Re che l’aveva fatto incarcerare. Diventerà comandante delle isole di Ponza, Ventotene e Capri, gli unici territori non invasi dai francesi, apprezzato anche dalla regina Maria Carolina che ne stimava il decennale impegno antinapoleonico. Caduto Napoleone, nel 1814 viene inviato nell’amata Spagna (che gli ricorda il grande Filippo II) come legato per far recuperare a Ferdinando la corona di Napoli, allora ancora detenuta dal brigante Murat. Ritorno da questa ben riuscita missione, viene nominato ministro di Polizia nel 1816, scontrandosi subito col primo ministro Luigi de’ Medici, fautore della politica moderata e pseudo-restauratrice della Santa Alleanza che immetteva nei gangli vitali dello stato gran parte di quella borghesia massonizzante e napoleonide, già molto compressa negli anni dell’invasione. A questa politica, ribattezzata “dell’amalgama”, il Canosa opponeva un progetto di cooperazione di polizia internazionale tra gli stati della Penisola per combattere Massoneria e la nascente Carboneria (una specie di Interpol antisettaria) e istituiva nel Regno di Napoli una milizia segreta armata (“I Calderari”) per svolgere attività di spionaggio, polizia politica e eventuale controguerriglia. Ma ormai il Re, circondato da vecchi arnesi giurisdizionalisti e da regalisti pavidi, non gli dava più ascolto. E così, su pressione dei governi della Pseudo-Restaurazione, perde due volte il ministero, nel 1818 e, recuperatolo dopo i primi moti carbonari, nel 1822, quando deve anche lasciare il Regno.
Più libero dai vincoli dell’azione politica può dedicarsi all’organizzazione delle forze legittimiste, mantenendo i contatti con gli ultramontani francesi, con Taparelli d’Azeglio, con padre Gioacchino Ventura, con Monaldo Leopardi e monsignor Giuseppe Baraldi di Modena. E proprio a Modena, alla corte del duca Francesco IV, il Canosa vivrà dal 1830 al 1834 collaborando ai periodici reazionari “La voce della verità” e “L’amico della gioventù” e producendo, libero dai vincoli della censura, alcuni tra i suoi opuscoli più sferzanti e profondi.
In queste opere, ispirate ad un colto tradizionalismo quanto a un solido pragmatismo, si scaglia con ferocia e veemenza contro le nuove elites rivoluzionarie, borghesi, cupide, materialistiche, “illuminate” e proprio per questo ignorantissime. Contro di queste l’unica speranza sono per il Canosa i ceti popolari e contadini, imbevuti di quella sapientia tradizionale, che avrebbero potuto e dovuto essere le milizie volontarie per una “Vandea permanente”.
Con idee come queste, anche a Modena la presenza del Canosa alla fine risulta scomoda e ingombrante. Passato a dimorare nello Stato Pontificio, provato ma non domo, si impegna per creare delle compagnie d’azione di volontari legittimisti. Mentre gli “asini liberali” (tra cui spiccarono lo scellerato Gioberti e il Tommaseo) iniziano a scalciare con cupido servilismo lo “stanco lione” della Reazione, il Canosa trova ancora la forza per fulminare la memoria di uno, il famigerato Pietro Colletta autore di una storia (partigiana) del Reame di Napoli.
Morirà a Pesaro il 4 marzo 1838, inascoltata e sgradita Cassandra per quei reali che di lì a poco avrebbero visto i loro troni vacillare e sbriciolarsi di fronte ad una nuova e più vigorosa tempesta rivoluzionaria.

Piergiorgio Seveso

Bibliografia (non) inessenziale

Antonio Capece Minutolo “La Trinità”, Napoli, 1795
Idem “L’utilità della monarchia nello Stato civile”, Napoli, 1795
Idem “L’epistola, ovvero riflessioni critiche sull’opera dell’avvocato fiscale Nicola Vivenzio intorno al servizio militare dei baroni in tempo di guerra”, Napoli, 1796
Idem “La natività del Divino Nostro Redentore dimostrata con le Autorità degli Etnici Filosofi”, Napoli, 1802
Idem “Il Discorso sulla decadenza della Nobiltà”, 1803 (ristampata a cura di S. Vitale, per i tipi di Krinon, Caltanissetta 1992)
Idem “I napoletani compromessi hanno un diritto perfetto ad essere sussidiati nel regno di Sicilia”, Palermo, 1813
Idem “I piffari di montagna ossia cenno estemporaneo di un cittadino imparziale sulla congiura del principe di Canosa e sopra i carbonari. Epistola diretta all’estensore del Foglio letterario di Londra”, [Dublino], 1820 (Ristampato coi tipi delle edizioni Controcorrente, Napoli, 1998)
Idem “Sull’utilità della religione cristiana, cattolica, romana per la tranquillità e pace dei popoli e per la sicurezza dei troni”, Napoli, 1825, Tomo I (e unico)
Idem “In confutazione degli errori storici e politici da Luigi Angeloni esposti contro S.M. l’arciduchessa Maria Carolina d’Austria, defunta regina di Napoli. Epistola di un amico della verità a uno storico rispettabilissimo”, [Marsiglia], 1831
Idem “I miracoli della paura”, Modena, Tip. Camerale, 1831
Idem “Sulla proporzione delle pene secondo la diversità dei tempi”, Modena, Tip. Camerale, 1831
Idem “Catechismo sulle rivoluzioni”, Moderna, Soliani, 1832
Idem “Un dottore in filosofia e un uomo di Stato. Dialogo sulla politica amalgamatrice”, 1832
Idem “I piccoli piffari. Ossia risposta che alla sovrana liberalesca itala canaglia dà l’antico autore dei “Piffari di montagna” in difesa dell’antico suo cliente”, [Parigi], 1832
Idem “Enciclica del 15 agosto e il giansenismo del secolo XIX. Epistola polemica”, 1833
Idem “Sulla corruzione del secolo circa la mutazione dei vocaboli e delle idee”. Lettera ad un amico, 1833 (ristampato coi tipi delle edizioni Controcorrente di Napoli nel 2003)
Idem “Ricordo all’Italia intorno ai benefizi della Rivoluzione”, 1833
Idem“Epistola ovvero riflessioni critiche sulla moderna “Storia del Reame di Napoli” del generale Pietro Colletta”, [Capolago], 1834
Idem “La gazzetta “Voce della verità” condannata a morte ignominiosa senza appello con sentenza proferita a Parigi nell’aprile 1835 da ser cotale Nicola Tommaseo e compagni per strage commessa dell’Antologia e per attentati contro la liberalesca settaria sovrana canaglia”, [Filadelfia], 1835
Idem “Apocalisse politica, ovvero rivelazioni sull’intrigo politico della rivoluzione di Napoli del 1820 e sulla cabala che mise nel nulla le risoluzioni dei congressi di Troppau e Lubiana” (mai pubblicato)
Idem “L’Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia. Commedia ridicola divisa in tre atti, e scritta nel mese di Gennaio e metà di Febbraio dell’anno 1821”, con una prefazione di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1993
Idem “Ideario. Massime, opinioni e improperi”, Il Cinabro, Catania, 1997
Giuseppe Giusti “La ghigliottina a vapore. Scherzo poetico”, 1832
Francesco Pappalardo “Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa” ne “Il dizionario del pensiero forte” (versione Web)