Io, amante di un «culto cadaverico»

Proprio oggi ho scoperto di avere un vizio impronunciabile. Solo una confessione pubblica, come quella che sto per fare, potrà farmi ottenere l’assoluzione da un parroco di Lecco. Mi si imporpora il viso non appena penso al delitto che compio ogni domenica e festa di precetto, ma devo farmi forza ed ammetterlo pubblicamente: amo un «culto cadaverico». Parola di don Giorgio de Capitani.

Sono, insomma, una sorta di necrofilo del sacro, nonostante i miei ventidue anni di età. Giovane e stolto, a soli quindici anni, mi sono innamorato di un rito che, nel suo nucleo fondamentale, risale a san Gregorio Magno (540 ca – 604). Quasi millecinquecento anni sono troppi, anche quando a portarli è una bella signora, chiamata Messa di san Pio V.

                Sono stato sciocco, lo ammetto: i canti gregoriani, il latino (guarda un po’: una lingua morta) e il sacerdote che parla di Nostro Signore (e non di problemi sociali vari ed eventuali come il famoso parroco di Lecco) mi hanno stregato.

                Sono stato sciocco perché avrei potuto scegliere tra un rito vivo – il Novus Ordo – che ha svuotato le chiese, e una Messa “morta” – il Vetus Ordo – che ha riempito il Cielo di Santi. Potevo scegliere tra una Messa cattolica e un rito che «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i “canoni” del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero». Potevo scegliere tra la limpidezza dell’ortodossia e il torbido dell’eresia.

                E ha pure ragione de Capitani quando scrive che coloro che seguono il «culto cadaverico» sono «anime “particolari”, diciamo “deboli”, malate di infantilismo inguaribile». Debole e infantile, posso però citare le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: «se non tornerete come bambini non erediterete il regno dei Cieli». E la Messa di san Pio V ti fa sentire un bambino umile, che non ha paura di chiedere aiuto e di affidare se stesso e le persone care a Gesù, alla Madonna e ai Santi. Tutto il contrario del rito fabbricato dal Concilio Vaticano II, in cui il sacerdote spodesta Dio ed assume tutta l’attenzione su di sé, voltando le spalle a Colui che ha sparso il Suo preziosissimo Sangue per molti.

                Ora che la mia confessione è pubblica, posso chiedere umilmente perdono per questo mio abominevole amore. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Come penitenza, prometto di guardare tutti i video delle omelie del sacerdote di Lecco. Miserere mei, Domine!

Lettera di anonimo,  pubblicata a cura di Piergiorgio Seveso

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