“Risorgimento e lue protestantica”

A leggere distrattamente molteplici scrittori risorgimentali si sarebbe quasi convinti che, rispetto all’ateismo giacobino o all’estremismo razionalista illuminista, l’ideologia risorgimentale sia in fin dei conti un pensiero religioso, con una forte vena sacrale e teistica. La vena “religiosa” del Risorgimento d’altronde sarebbe stata apertamente e con forza rivendicata da Manzoni prima, contrapponendo l’atea rivoluzione francese alla religiosa rivoluzione italiana (Saggio sulla rivoluzione francese del 1789 e sulla rivoluzione italiana del 1859), da Gioberti poi, nell’idea del Risorgimento come riforma cattolica contrapposta a quella protestante, e, a molti anni di distanza, anche da Giovanni Gentile. Certo non si fatica a individuare gli aspetti più fanatici di questo sentimento religioso: Garibaldi sfruttò molto la sua aura sacrale di profeta e la sua presunta somiglianza con Cristo, propagandata dalla predicazione del frate garibaldino Giovanni Pantaleo, per ottenere il favore delle folle, convinte addirittura di dover raccogliere le reliquie di questo santo armato. Anche la prosa e gli slogan di Mazzini,”Dio e popolo” sopra tutto, alludono ad alcuni termini religiosi, parte del tradizionale vocabolario cristiano, ma ad un occhio vigile non è difficile scorgere come questi siano, nel contesto della pseudo-filosofia mazziniana, del tutto stravolti. D’altronde non credo si possa negare che il Risorgimento affondi le sue radici nel Romanticismo e da questa corrente erediti anche la particolare concezione religiosa che l’ha nutrita. Il Romanticismo, sorgendo dalle ceneri del razionalismo ateo o deista, riaffermò con forza una rinascita sacrale fondata su una religiosità indubbiamente teistica ma assai schizofrenica. Anche qualora si presenti in forma cristiana o cattolica, questa religiosità si nutre di uno spiritualismo vago dimostrandosi refrattaria all’accordo con la ragione, incline a deviazioni esoteriche e, anche qualora non varchi il confine dell’ortodossia, assolutamente indisposta a lasciarsi irreggimentare in una struttura ecclesiastica. La religione romantica nasce dall’istinto naturale dell’uomo e da un vago sentimento: è la religione di chi spera che esista un Dio non di chi cerca delle ragioni per credervi.

La penetrazione di questo tipo di religiosità, coi suoi ineludibili corollari irenistici, all’interno del cattolicesimo non poté che portare gravi turbamenti alla fede di molti e, non a caso, la maggior parte dei cattolici risorgimentali si segnalò per una certa ritrosia a lasciarsi guidare dalla Chiesa, si guardi ad esempio al Manzoni o al Gioberti. L’esito estremo per molti cattolici che avevano preso la strada risorgimentale, magari dopo aver calcato quella del romanticismo, fu di sfociare in un protestantesimo di fatto, cioè non tanto l’adesione a una setta protestante quanto un atteggiamento di dissidenza all’interno della stessa Chiesa cattolica, spesso destinato a divenire col tempo uno scisma vero e proprio. Data di importanza notevole per l’analisi di questi fenomeni è il 1848 quando la delusione di gran parte del cattolicesimo liberale per la palese opposizione di Pio IX, prima celebrato come “Papa liberale”, al movimento filo-unitario creò una vasta disaffezione per il regnante Pontefice e per la Chiesa stessa, spingendo molti a prendere strade eterodosse e scismatiche.

Uno dei casi più famosi è sicuramente quello del barnabita Alessandro Gavazzi (nella foto che illustra l’articolo n.d.r.), sacerdote d’intelligenza brillante e di incredibili capacità oratorie, con le quali fu capace, quando ancora era prete cattolico, di convertire e commuovere le folle. L’animo ardente del barnabita sposò presto però una linea apertamente ostile ai pontificati di Gregorio XVI prima e di Pio IX poi, i quali dapprima tentarono di recuperarlo e confinarlo in ambigue posizioni. Pio IX nel 1848 lo nominò, insieme all’altro famoso prete risorgimentale Ugo Bassi, cappellano delle truppe pontificie inviate a sorvegliare il confine ma presto unitesi su istigazione del generale Durando senza esplicito comando papale, nella guerra contro l’Austria, a fianco del Piemonte e di Napoli. Scampò, a differenza del Bassi, anche alla repressione austro-francese dopo la caduta della Repubblica Romana, cui aveva partecipato coraggiosamente a fianco di Garibaldi. A questo punto l’ostilità verso il papato, in particolare per il “traditore” Pio IX, lo portò in Inghilterra dove stabilì contatto con varie sette protestanti pur ricercando all’interno del cattolicesimo una via politica, più che spirituale, per il ritorno “alla chiesa di San Paolo” contro il dogmatismo papale. Londra negli anni tra il 1848 e il 1859 era divenuta un crocevia di preti cattolici apostati, oggi forse diremmo “critici”, i quali dimostravano però una certa timidezza ad unirsi a qualche fazione protestante, preferendo continuare a dirsi cattolici pur accettando di fatto posizioni evangeliche, valdesi o battiste.

Le loro vicende, spesso meno avventurose di quelle del Gavazzi, mostrano però un’evoluzione molto simile tra loro: la messa in discussione del dogma cattolico non è l’esito di una spassionata ricerca della verità né di un naufragio esistenziale, bensì è una scelta conseguente all’avversione politica per il Papato, a sua volta generata dal ribollimento dell’anima per la questione risorgimentale. Una volta fallite le loro speranze nello scontro con l’autorità pontificia, questi preti liberi pensatori riversarono il loro astio alla ricerca di argomenti contro l’istituzione pontificia, finendo per attentare alla tradizione e al dogma, attratti dal concetto protestante della sola scriptura come risorsa democratica contro il dispotismo papale. Spesso peraltro, anche se ciò non vale per tutti, la delusione politica li portò a riversare in maniera indiscriminata la stessa teologia nel calderone delle vicende terrestri, dando vita a forme di teologia politica immanentistica paragonabili ad altre già prodotte in età romantica (Lammenais soprattutto). In questa risma di cattolici apostati in dialogo con il protestantesimo battista e valdese, il Gavazzi ebbe modo di conoscere tra gli altri l’ex camilliano Luigi De Sanctis, teologo perito della Sacra Inquisizione prima di apostatare, Camillo Mapei e Giacinto Achilli, ex-domenicano con qualche disordine in materia sessuale, celebre per aver intentato e vinto una causa contro il cardinal Newman e per essere scomparso nel nulla dopo esser passato dal protestantesimo allo spiritualismo di Swedenborg. La maggior parte di questi aveva dato vita dal 1847 alla rivista mensile L’eco del Savonarola, guidata dall’animo certamente più brillante tra gli altri, Camillo Mapei, sacerdote abruzzese di notevole intelligenza fuggito da Roma dopo aver suscitato scalpore per le sua predicazione apertamente liberale. Nella rivista la figura del celebre domenicano, il cui accostamento teologico al pretto protestantesimo è risibile, venne sfruttato come emblema di una rivolta contro la Roma papalina che si sostanziava nella lettura della Bibbia in senso protestante e in un’ardente predicazione politica filo liberale e filo risorgimentale..

Negli anni ’50 molti di questi personaggi ritornarono nella penisola italiana, tentando di aprire una via alla nascita, che a loro modo di vedere era una rinascita dopo il soffocamento controriformistico, di un protestantesimo integralmente italico, che sarebbe servito anche per la promozione del Risorgimento sfruttando la linea diretta di cui potevano disporre con i gruppi evangelici britannici. La forte compenetrazione tra la dimensione teologica e la ricerca di obiettivi politici fu però la prima causa d’instabilità della neonata “Chiesa libera” di Genova (1852), dalla quale i primi a staccarsi, sin dal 1854, furono i valdesi, tra cui il neopastore Luigi de Sanctis. Questi infatti avevano riscosso successo presso il conte di Cavour che li omaggiava apertamente, il che suscitò però l’opposizione della fazione evangelica e battista radicalmente democratica e antimonarchica. Nemmeno l’organizzazione congregazionista ed ecumenica della nuova “Chiesa libera” del conte Piero Guicciardini, assurto agli onori della cronaca per aver rifiutato da consigliere comunale il giuramento al granduca di Toscana, sarebbe risultata una soluzione efficiente. Nel 1865 il Gavazzi, convinto che la natura più autentica del protestantesimo risiedesse nella sua dimensione politica, fomentò una scissione abbandonando la “Chiesa Libera” del Guicciardini, le cui priorità insistevano invece sulla dimensione spirituale.

Così facendo qualche anno dopo il Gavazzi ricostituì le numerose comunità protestanti che lo seguirono nell’organizzazione della Chiesa Libera Evangelica d’Italia, la più fortunata di queste effimere comunità. La natura della nuova setta fondata dall’ex-barnabita viene solitamente identificata come “nazional-cristiana”: lo scopo primo dell’associazione non era l’istruzione dei fedeli e nemmeno la salvezza delle anime, bensì la promozione degli ideali risorgimentali e del naturale compimento del processo di unificazione, la presa di Roma, come vero fondamento del cristianesimo.

Per qualche strana alchimia comunque Roma divenne, in un verso o nell’altro, la meta bramata da tutte le comunità protestanti d’Italia: violare il suo suolo sarebbe stato come realizzare il sogno luterano di distruggere Babilonia! E’ noto, anche se storicamente non accertato, che immediatamente dopo i bersaglieri il 20 settembre 1870 da Porta Pia entrò il protestante Luigi Ciari insieme ad un cane, soprannominato Pio Nono, che trainava un carretto pieno di Bibbie. L’intento polemicamente “profanatorio” dei primi protestanti entrati a Roma si palesò ancor più alcuni giorni dopo, il 25 settembre, quando l’ala evangelica-liberale celebrò presso il Colosseo una cerimonia protestante in onore dei primi martiri cristiani, per riallacciarsi storicamente e idealmente alle memorie della prima Chiesa, quella non ancora contaminata dalla sozzura papalina. Nonostante il grande assalto missionario con cui i protestanti cercarono di riconquistare la città di Pietro i risultati della loro predicazione a Roma, così come in tutta Italia, risultarono assolutamente inferiori alle aspettative.

Anche i buoni rapporti politici coltivati nel corso degli anni con la classe dirigente del regno sabaudo non servirono a raggiungere un’influenza politica notevole: la Legge delle Guarentigie, vanamente contrastata in Parlamento dal protestante Mazzarella, e la riconferma dell’illiberale articolo I dello Statuto albertino (“La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola religione dello stato”) sancirono l’inizio di un nuovo isolamento per le sette protestanti. D’altronde come monumento di questa pagina della storia del Risorgimento rimase la chiesa metodista fatta costruire da Alessandro Gavazzi a Roma con la sua singolare ubicazione: il barnabita volle infatti che il suo oratorio fosse costruito proprio di fronte a uno dei simboli della Roma Papale. Non stiamo però parlando della Basilica di San Pietro bensì di Castel Sant’Angelo, simbolo della difesa temporale dello Stato della Chiesa. Cosa aveva ancora da dire il protestantesimo italiano dopo la caduta del potere temporale dei Papi?

Davide Canavesi