Un filo rosso

Vienna, 1963. Un gruppo di amici – capeggiati da Otto Muehl (poi arrestato per «abuso sessuale su minori, stupri e aborti coatti) – organizza delle Aktionen pubbliche per difendere la libertà di espressione. Si vuole protestare contro il presunto fascismo degli austriaci e la loro illiberalità.

Gli «azionisti viennesi» vogliono creare stupore nel mondo e «si manifestano essenzialmente attraverso Aktionen, azioni pubbliche e violentemente provocatrici, come flagellarsi o flagellare altri, bere urina e sangue, mangiare escrementi, copulare con animali, o ancora celebrare, in abiti religiosi, messe “nere” con immolazione di un animale e altro ancora». Secondo Muehl, bisogna mettere in scena tutto: sesso e omicidio compresi. In nome dell’antifascismo e della libertà di espressione, si capisce.

Mosca, 28 febbraio 2008. Il collettivo artistico VOINA organizza un’azione simile a quelle di Otto Muehl. Questa volta, i nemici da combattere sono Putin e il suo “orsacchiotto” Medvedev. VOINA vuole manifestare contro la stupidità del popolo russo e la sua incapacità di eleggere un governo decente. Si mette così in scena uno spettacolo intitolato Fuck for the heir Puppy Bear: un’orgia di protesta in cui compare una giovanissima Nadia Tolokonnikova incinta di 8 mesi e mezzo e parecchio intenta a dare il meglio di sé in questa azione intrisa di “arte”.

Nadia Tolokonnikova è la pasionaria delle Pussy Riot, il cui volto viene scelto per le copertine dei giornali (e, forse, finirà pure su Playboy). È la faccia commerciabile della band russa e, non a caso, il marchio della maglietta indossata dalla Tolokonnikova è stato regolarmente registrato e gettato sul mercato.

Il fiuto per il merchandising, però, non è una caratteristica delle Pussy Riot, ma anche delle compagne di Femen, le bellocce attiviste di Kiev che, per combattere il turismo sessuale, vagano per le piazze di mezzo mondo in topless. Miracoli dell’illogicità: si vuole spegnere un incendio regalando fiammiferi ai piromani.

Femen, le femministe che fanno strabuzzare gli occhi di molti uomini, hanno una fornitissima pagina commerciale sul loro sito web. Si possono comprare, per esempio, le loro magliette a 25$ l’una, le loro tazze per colazione a 20$ l’una, la loro felpa, alla modica cifra di 60$, e, infine, il loro pezzo forte: le boobs art at femen activists, ovvero la stampa del seno della tua femen preferita per 70$ al paio (sono, comunque, 70$ ben spesi perché, sotto l’immagine dell’abbondanza femminista, appare anche l’autografo della felice posseditrice della suddetta abbondanza). Il messaggio è fin troppo chiaro: per sconfiggere il turismo sessuale bisogna diffondere seni nudi in mezzo mondo.

Quando le Pussy Riot chiamano, Femen risponde. E, rispondendo, abbatte una Croce – ovviamente l’abbattimento di una Croce è un’opera d’arte – che era stata eretta a Kiev per ricordare i morti provocati dal Comunismo. Secondo la logica per cui bisogna smerciare seni per sconfiggere il turismo sessuale, per difendere la libertà di parola, bisogna abbattere le Croci che ricordano coloro che sono morti per difendersi dall’oppressione sovietica. Miracoli delle menti che funzionano per sragionamenti!

Esiste un filo rosso che congiunge Otto Muehl, le Pussy Riot e Femen. Non è né lo stupire, né la trasgressione, ma l’amore per il denaro. Muehl è morto ricco, celebre e decerebrato, le Pussy Riot faranno la stessa fine, mentre Femen continuerà a vendersi ai media se non capirà che, per combattere il turismo sessuale, bisogna vestirsi e non svestirsi. Nel frattempo, l’asta ha inizio. Che vinca il miglior offerente!

testo di anonimo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso