Scontro Islam-Occidente: un film già visto. Al di là di ecumenismi politicamente corretti e “crociate” neocon

In queste ore l’interno mondo islamico è attraversato da un’ondata di sdegno per un film ritenuto blasfemo nei confronti di Maometto, sdegno sfociato in violente manifestazioni che in Libia sono culminate nell’assalto all’ambasciata americana di Bengasi e nell’uccisione di alcuni diplomatici. Premettiamo che a noi non interessa in primo luogo stabilire se Maometto fosse una brava persona o meno, colpevole o innocente dei crimini di cui viene accusato nel film. La questione, pur importante da un punto di vista storico, è secondaria rispetto a quella teologica e spirituale. Ci basta sapere che con Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, la Rivelazione si è definitivamente compiuta e perciò non c’è stato più spazio per altri profeti successivi. Maometto, quale che fossero la sua moralità e le sue intenzioni personali, non è quindi da considerare come un profeta ispirato da Dio. Al di là di ogni ecumenismo sincretista, relativista e irenista, gli Islamici andrebbero convertiti a questa verità, e provocarli con pellicole dal dubbio valore artistico non è evidentemente il modo migliore, soprattutto se dietro certe operazioni mediatiche ci sono torbidi ambienti di segno fondamentalista speculare, come i circoli neocon e filosionisti americani, caratterizzati da un fanatismo non molto diverso da quello da quello dei seguaci di Maometto in rivolta per il film.

 Se le reazioni da parte islamica sono quindi inaccettabili, specie quando prendono di mira soggetti non direttamente colpevoli, è anche da sottolineare la schizofrenia di un Occidente che passa dall’uso politico e imperiale della religione, come nel caso neocon, a un doppiopesismo autolesionista tipico del pensiero politicamente corretto, che si indigna per la condanna alle blasfeme Pussy Riot in nome della libertà di espressione, e poi si scaglia contro ciò che viene considerato anti Islam o antiebraico. Viene da chiedersi quindi se non siano esagerate le reazioni del mondo islamico, o piuttosto troppo moderate, o addirittura inesistenti, quelle da parte cristiana, visto che nessuno, tantomeno certi ministri autoproclamatisi rappresentanti del mondo cattolico, sembra essere altrettanto preoccupato della sorte dei seguaci di Cristo massacrati in odio alla fede in svariate zone del mondo, specie l’Africa, per non parlare della costante, quotidiana propaganda anticattolica dei mezzi di comunicazione di massa occidentali. 

Quello che ci appare ancora più discutibile, se non sconcertante nella sua ipocrisia, è la reazione che l’amministrazione americana ha avuto alla notizia dell’uccisione dell’ambasciatore a Bengasi. Il segretario di Stato Hilary Clinton, molto solerte nel sostegno alle rivolte della “primavera” araba scoppiate nel 2011, si è detta stupita per l’ingratitudine dimostrata dai libici di quelle zone, che avrebbero ricambiato con la violenza il generoso supporto dato dalla Nato alla ribellione contro il regime laico e socialista di Gheddafi. Se non ci fosse scappato il morto, verrebbe da dire che c’è da ridere, visto che il sostegno incondizionato degli Usa e dei loro alleati alle frange più pericolose dell’integralismo salafita è stato la chiave del successo della “primavera” araba, che ha visto l’islamismo radicale trionfare nel Nord Africa, sostenuto tuttora in Siria contro il regime di Bashar al Assad, uno dei pochi governi arabi di impronta laica e storicamente avversi al terrorismo islamico.  Si tratti questa di una raffinata strategia rientrante nella cosiddetta “geopolitica del caos”, o semplicemente di “effetti collaterali” frutto di una conduzione della politica estera da apprendisti stregoni, la situazione per i cristiani dell’Africa e del Medio Oriente peggiora sempre più. Che l’agenda ideologico-politica dell’Occidente si basi sul concetto di “scontro di civiltà” elaborato dai neoconservatori vicini alla passata amministrazione Bush, o sulla “mano tesa” all’Islam dal guru del progressismo umanitarista Obama, il risultato non cambia: i residuali stati governati da regimi laici e tolleranti verso le minoranze cristiane, come la Siria, o comunque avversi all’alleanza tra monarchie sunnite del Golfo, Turchia, Israele e stati occidentali, come l’Iran, restano nella lista degli “stati canaglia” da abbattere, mentre le suddette teocrazie, come quella saudita, possono tranquillamente continuare a tenere le donne in uno stato di inferiorità sociale e a perseguitare i cristiani, senza che nessun “crociato” o profeta della democrazia universale se ne scandalizzi. 

Di contro, ci piace evidenziare come il pontefice Benedetto XVI sia stato accolto nel suo viaggio in Libano da cordiali striscioni di benvenuto del movimento Hezbollah, protagonista della resistenza antisionista e bollato come “terrorista” dalle cancellerie occidentali. Un trattamento rispettoso che ricorda quello di un altro “cattivo” dello scenario mediorientale, il presidente iraniano Ahmadinejad, uno dei pochi, se non l’unico, a difendere lo stesso Benedetto XVI, quando nel 2006, il suo famoso discorso di Ratisbona scatenò furibonde reazioni islamiche, simili a quelle odierne. E allora, fermo restando il nostro antiecumenismo dottrinale, sarebbe forse il caso di soffermarsi a riflettere su chi siano i veri nemici della cristianità, e con quali islamici invece si possa instaurare un rapporto di reciproco rispetto nelle questioni temporali, pur nella inconciliabile divergenza di fede.

Francesco Mastromatteo

3 Commenti a "Scontro Islam-Occidente: un film già visto. Al di là di ecumenismi politicamente corretti e “crociate” neocon"

  1. #Pietro   18 settembre 2012 at 7:36 am

    Ottimo articolo che condivido al 99%……eccetto per quanto concerne il riferimento a Ratzinger che da consumato boy-scout ha invitato tutti a rifiutare gli “integralismi” e a difendere la “pace”, senza discostarsi dal ruolo di Agenzìa dell’O.N.U. ormai ritagliato alla Chiesa. La mano tesa di Ahmadinejad non ha ottenuto da B XVI alcunchè in quanto lo stesso difende proprio lo stile del “cattolicesimo americano”, frutto dell’eresìa americanista, intriso dalla negazione del Regno Sociale di Cristo e dal Mito della Libertà Religiosa messa in contrapposizione al giacobinismo di marca europea. Nella Caritas in Veritate plaude alla diffusione delle liberaldemocrazie e quindi è stato uno dei primi sponsor morali delle cosiddette “primavere arabe”.

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