Lettere su una conversione: C.S. Lewis

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C. S. Lewis (1898-1963) non ha certo bisogno di presentazioni. L’autore de “Le cronache di Narnia”, “Le lettere di berlicche”, “Il grande divorzio”, “Lontano dal pianeta silenzioso” e di molti altri classici della letteratura cristiana britannica, si impone all’attenzione del lettore odierno per la sua penna straordinaria, efficace e raffinata. Tutti i suoi libri sono infatti un grande elogio al buon senso e a Cristo. In ogni lettera che si dispone sapientemente nella pagina e in ogni parola ponderata che ha la forza di un macigno, traspare la piena serenità di un uomo attaccato alla Fede, che usa lo strumento letterario come occasione unica per riportare l’uomo moderno, figlio della corruzione dei tempi e della follia generalizzata, sulla buona strada. La narrativa in lui diviene ancella della teologia e serva fedele della Verità. In questo, in mezzo alla confusione di un mondo che ha perso il suo centro, la figura di Lewis si erge maestosa sulle rovine, come solamente un poeta dell’Ordine potrebbe fare.

Ma non è sempre stato così. Anni addietro la sua anima era stata attraversata dai dubbi del razionalismo e Lewis pareva essersi irrimediabilmente perso nell’ateismo più ottuso e modaiolo. Quasi grazia insperata, una sera però, mentre parlava amorevolmente con i due amici di sempre, Hugo Dyson e J. R. R. Tolkien, un discorso di quest’ultimo gli fece cambiare totalmente prospettiva sull’esistenza di Dio e, più in generale, su tutta la sua vita: Cristo non è solo un mito, una stupida favola per ragazzi, ma una realtà autentica, concreta, sperimentabile. Nella seguente lettera lo stesso Lewis racconta ad un amico di cosa i tre hanno discusso in quella straordinaria serata che stravolgerà per sempre tutta la sua esistenza:

 

Ad Arthur Greeves

18 ottobre 1931

 

Quello che mi ha trattenuto (perlomeno durante l’anno passato, all’incirca) non è stata tanto una difficoltà a credere, ma piuttosto a sapere cosa la dottrina volesse significare: non puoi credere a una cosa mentre ignori cosa questa sia. La mia difficoltà era la Dottrina della Redenzione nella sua interezza, in che modo la vita e morte di Cristo «avessero salvato» o «spalancato la salvezza» per il mondo. Capivo come una salvezza miracolosa potesse essere necessaria: uno può vedere dall’esperienza di tutti i giorni come il peccato (per esempio nel caso di un alcolizzato) possa portare l’uomo a un punto tale che egli sia destinato a raggiungere l’Inferno (la completa degradazione e miseria) in questa vita, a meno che un qualche aiuto o sforzo non semplicemente naturale prenda l’iniziativa. E potevo bene immaginare un mondo intero nella stessa condizione, e in maniera simile la necessità di un miracolo. Quello che non riuscivo a capire era come la vita e la morte di Qualcun Altro (chiunque questi fosse) duemila anni fa potesse aiutare noi adesso – se non nella misura in cui poteva esserci utile il suo esempio. E la questione dell’esempio, sebbene tanto vera e importante, non è il cristianesimo: proprio al centro del cristianesimo, nei Vangeli e in san Paolo, trovi qualcosa di completamente diverso e misterioso, espresso in quelle frasi di cui io mi sono fatto gioco così spesso («propiziazione», «sacrificio», «il sangue dell’Agnello»), espressioni che riuscivo a interpretare solo in modi che mi parevano o sciocchi o scandalosi.

Ora, quello che Dyson e Tolkien mi hanno mostrato era questo: che se io incontro l’idea del sacrificio in un racconto pagano questa non mi crea alcun problema: anzi, che se mi trovo davanti un dio che si sacrifica, ne sono attratto e misteriosamente commosso: ancora, che l’idea del dio che muore e risorge (Balder, Adone, Bacco) mi colpisce così tanto a condizione che io la trovi ovunque tranne che nei Vangeli. La ragione è che nei racconti pagani io sono stato preparato a percepire il mito nella sua profondità e suggestione di significati oltre ogni mia capacità di comprensione, anche se poi nella freddezza della prosa io non riesco a dire «cosa significhi».

Ora la storia di Cristo è semplicemente un mito vero: un mito che agisce su di noi come gli altri, ma con la tremenda differenza che questo è davvero avvenuto. […]

Cioè, le storie pagane sono Dio che esprime Se stesso attraverso la mente dei poeti, facendo uso delle immagini che vi ha trovato, mentre il cristianesimo è Dio che esprime Se stesso attraverso quello che chiamiamo «realtà». Perciò è v-ro, non essendo una «descrizione» di Dio (cosa che una mente finita non potrebbe racchiudere) ma la via attraverso cui Dio sceglie di mostrarsi alle nostre facoltà. Le «dottrine» che tiriamo fuori dal vero mito sono certamente meno vere di questo: traducono in concetti e idee quello che Dio ha già espresso in un linguaggio più adeguato, la vera incarnazione, crocifissione e resurrezione.

È sufficiente tutto questo per credere al cristianesimo? In ogni caso adesso sono certo che: A) in un certo senso, questo è il metodo con cui il cristianesimo deve essere avvicinato, così come mi accosto agli altri miti; B) fattore più importante e ricco di significato, sono quasi certo che sia tutto accaduto per davvero.

 

(testo tratto da C. S. LEWIS, Prima che faccia notte, Milano BUR, 2005, pp. 88-90)

 

 

a cura di Luca Fumagalli