San Pietro secondo Chesterton

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Tra i bizzarri e simpatici protagonisti che animano le mirabolanti storie scaturite dalla penna di  Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) – uno dei campioni della narrativa cattolica del XX secolo – merita sicuramente un posto di rilievo il curioso investigatore Gabriel Gale. Certamente meno famoso di Padre Brown, anche Gabriel, che si occupa principalmente di pittura e poesia, nel corso delle sue peregrinazioni in terra inglese si imbatte spesso in efferati delitti e furti misteriosi. Naturalmente il vero uomo non si sottrae mai davanti alla responsabilità e, suo malgrado, il giovane artista si impegna con tutte le energie per risolvere i complicati casi investigativi che incontra.  

Certo Gabriel non è una persona “normale”, come tutte le altre. Anzi, i suoi modi di fare sono piuttosto curiosi: pare spaesato e a disagio davanti al mondo, spesso assume atteggiamenti a dir poco stravaganti e tutti lo etichettano come il classico esempio di artista mezzo matto. In realtà Gabriel Gale, secondo il tipico gusto chestertoniano del paradosso, racchiude in sé tutte le virtù più significative – unite ad una straordinaria intelligenza e capacità osservativa – e la sua presunta pazzia altro non è che il frutto dell’incapacità di cogliere la verità tipica dell’uomo moderno che, ancorato alle mode passeggere e alle “eresie” del momento, è, in realtà, l’unico vero folle. Del resto lo stesso pittore rifiuta di essere bollato come eccentrico: nel racconto Due fantastici amici – che apre la serie a lui dedicata, pubblicata in Italia con il titolo Il poeta e i pazzi – con garbata ironia sostiene, al contrario, che il vero genio, come il vero uomo, è “centrico”, cioè è al centro del cosmo, è in grado di cogliere le verità fondamentali dell’esperienza e capire che il senso della realtà non risiede nell’umanità ma in Dio.

In Due fantastici amici l’aspetto però più interessante e inedito è il modo in cui Chesterton descrive la straordinaria figura di San Pietro, il capo degli apostoli. Giunto nei pressi di una locanda per dipingere un’insegna, Gabriel salva l’oste da un tentato suicidio e, mentre l’uomo è privo di sensi, si arrabatta per capire le motivazioni che lo hanno spinto ad un gesto così folle ed estremo. Mentre passeggia su e giù nel cortile antistante, tra lo stupore dei presenti, appoggia le testa a terra e assume una posizione verticale, aiutandosi con le mani. Passato qualche tempo si ricompone e, pochi secondi dopo, si trova costretto a rispondere alle assillanti obiezioni di chi ha assistito alla curiosa scena:

 «Scusatemi» egli disse «ma lo faccio spesso. E’ utilissimo per un pittore di paesaggio guardarlo capovolto. Si vedono così le cose come sono veramente; già, e questo vale in filosofia come in arte». Pareva meditare un attimo, poi proruppe: «E’ esatto dire che siamo capovolti; quando gli angeli pendono a testa all’ingiù sappiamo che vengono dall’alto. E’ soltanto chi viene dal basso che gira col naso in aria».

 Ancora, più avanti nel testo, indica l’analogia tra questo pensiero e la crocifissione del primo Papa:

 «Stavamo parlando di San Pietro» disse «ricordate che venne crocefisso con la testa all’ingiù. Ho spesso pensato che la sua umiltà sia stata ricompensata dal fatto che, morendo, poté rivedere la meravigliosa visione della sua infanzia; vide anche il paesaggio qual è veramente, con le stelle simili a fiori e le nubi come colline e tutti gli uomini sospesi alla mercé di Dio».

Non c’è citazione più efficace per capire quanto esposto da Gabriel se non la celebre similitudine di Socrate che raffigurava l’uomo come un albero le cui radici affondano nel cielo. L’apostolo Pietro, in questo senso, è colui che non rinuncia allo sguardo puro e fanciullo nei confronti della realtà e che rifugge dai criteri di giudizio falsi e mondani. Lo strano investigatore ci ricorda infatti che il destino dell’uomo, la sua origine e il suo obiettivo, non sono su questa terra ma nel cielo, in Paradiso, dove potremo un giorno assistere alla visione beatifica di Dio. Ribaltare lo sguardo è quindi rendersi conto di come è effettivamente la realtà. Costretti ad osservare il cielo comprendiamo con maggiore efficacia come quella sia la direzione da intraprendere nella nostra vita. L’obiettivo è guardare all’insù, come dice Chesterton, e non all’ingiù come il mondo e la folle vulgata della modernità intima a tutti noi. La purezza e la virtù partono da questo presupposto fondamentale.

Ma ancora San Pietro, che Gale decide di raffigurare sulla vecchia insegna della locanda, ci parla della nostra condizione di uomini:

 

«La faccia scura è nascosta fra le mani, così, ma uno scoppio di luce dorata gli albeggia dietro come un aureola. Qui, delle strisce di nuvole lisce e un gallo rosso. Il più grande fra i peccatori e il più grande fra i santi; per suo rimprovero il gallo, per aureola il sole nascente».

 

La risposta di Gale alla domanda di una ragazza, oltre a descrive il soggetto pensato per la locanda “All’insegna del sole nascente”, motiva anche tale scelta che, apparentemente, potrebbe centrare poco con il nome del luogo. Chesteron, in questo passaggio, rende un grande omaggio a tutti noi, a tutti gli uomini che tanto ha amato e compatito nel corso della sua breve ma intensa esistenza. Sì, perché siamo un po’dei soli nascenti o, per usare altre parole citate, i più grandi santi e i più grandi peccatori. In questo San Pietro, prima con l’aver rinnegato Cristo per tre volte e poi con il suo martirio, ha ben rappresentato tutti i nostri limiti e le nostre potenzialità. Siamo uomini, un intricato impasto di bene e di male, e spesso vincono i nostri limiti piuttosto che le nostre qualità, vincono i peccati piuttosto che le virtù. Ma non bisogna abbattersi, non bisogna disperare come l’oste che ha tentato di imitare Giuda impiccandosi. Per tutti c’è una speranza che è quell’aureola di sole che sorge dietro il volto oscurato dal tradimento, è Cristo che ci ha riscattato dal peccato e con la sua Grazia è riuscito a trasformare un burbero pescatore della Galilea in un grande santo.

Anche per ognuno di noi il cambiamento è possibile, la via della santità è aperta: basta vivere e morire come San Pietro, a testa all’ ingiù.

 

Luca Fumagalli

3 Commenti a "San Pietro secondo Chesterton"

  1. #Andrea   17 aprile 2013 at 9:38 am

    La traduzione è sbagliata, non è alla mercé di Dio, ma alla misericordia di Dio, e la differenza è notevole

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    • #Luca   21 aprile 2013 at 8:10 pm

      Non ho letto l’originale in lingua inglese, ho citato direttamente dalla traduzione Bompiani a cura di Frida Ballini. Comunque la parola mercé è qui è da intendersi non nel senso di “essere in potere di qualcuno”, ma nel suo significato più immediato di pietà, grazia o misericordia. Hai quindi perfettamente ragione anche se non credevo che la parola, inserita in quel contesto, potesse causare fraintendimenti. Comunque grazie per la segnalazione.

      Luca

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