Vita: istruzioni per l’uso

St_George_Donatello_Orsanmichele_n1

«Saremmo tutti degli eroi, se mettessimo al servizio
della verità e del bene la forza che ogni giorno dispensiamo
nel perseguire il male e la menzogna, se facessimo,
per essere, ciò che facciamo tanto facilmente e spontaneamente per parere»
(Gustave Thibon)

Scriveva Ortega y Gasset nel 1930: «se l’impressione tradizionale diceva: “vivere è sentirsi limitato e, per ciò stesso, dovere fare i conti con ciò che ci limita”, la voce modernissima grida: “vivere non è incontrare alcuna limitazione, è pertanto abbandonarsi tranquillamente a se stesso. In realtà, nulla è impossibile, nulla è pericoloso e, per principio, nessuno è superiore a nessuno”». Ecco descritto, in quattro righe, il morbo del mondo moderno: l’assolutismo individuale, che fa sì che l’uomo-medio si senta sciolto da qualsiasi tipo di dovere.

Se una nota marca di orologi si vanta di esser “no limits”, noi affermiamo di essere orgogliosi di avere dei limiti in quanto essi rappresentano il punto in cui siamo arrivati e dal quale potremo riprendere il cammino per andare più in là: «ogni vita è lotta, sforzo per essere se stessa. Le difficoltà in cui mi imbatto per realizzare la mia vita sono, precisamente, quelle che destano e mettono in movimento le mie attività, le mie capacità». È dalle difficoltà – dai limiti imposti dal reale – che nasce la nobiltà, intesa come continuo desiderio di miglioramento: «per me, nobiltà è sinonimo di vita coraggiosa, posta sempre a superare se stessa, a trascendere ciò che è, verso ciò che si propone come dovere ed esigenza».

Gustave Thibon, il filosofo contadino, elenca tre caratteristiche fondamentali della nobiltà: l’amore per la fatica, quello per il rischio e la distanza nei confronti di se stessi: «l’uomo nobile pone la ragion d’essere della sua esistenza e la sorgente delle sue azioni in una fede, un ideale, un codice d’onore che s’innalzano enormemente al si sopra del suo meschino io». Per questo motivo, «non ha per lui senso la vita se non la fa consistere a servizio di qualcosa di trascendentale». L’uomo vero, dunque, non è colui che è libero di far ciò che vuole – non è l’uomo che non deve chiedere mai –, ma è l’uomo che deve continuare a chiedere sempre di più a se stesso. È colui che vive «un’incessante disciplina. Disciplina – askesis». L’uomo nobile è l’asceta.

Nobiltà significa accettare il proprio destino: «vivere vuol dire avere da fare qualcosa di preciso – equivale a compiere un incarico – e nella misura in cui eludiamo di sottomettere a un compito la nostra esistenza, vanifichiamo la nostra vita». Cattolicamente parlando, diremmo che ognuno di noi ha una vocazione precisa, stabilita da Dio, che deve portare a compimento nel migliore dei modi. «Dato che la nobiltà è definita come fedeltà ad un richiamo che ci supera, ne segue che esistono tante varietà di nobiltà, quante sono le vere vocazioni». Nobiltà nel sacerdozio e nella famiglia, nel lavoro e nello studio.

Ancorati a terra, alziamo lo sguardo al cielo perché – da lassù – i nostri morti ci indicano «la strada giusta che è quella del dovere e del sacrificio».

Testo di anonimo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso 

Rispondi