Ecco perchè l’Occidente si sta suicidando (Prima parte)

Coin

di Pietro Ferrari

Pacta sunt servanda o “banca sunt servanda”?

Il governo Monti ha assolto il ruolo di garante dei creditori francesi e tedeschi del nostro Debito Pubblico, ecco perché il professore è così gradito ad Hollande e Merkel, ma anche agli americani come ha dimostrato la visita nel dicembre 2012 del ministro Grilli a Washington, tesa ad assicurare degli imprecisati “investitori finanziari” sulla risalita del nostro P.I.L. per riequilibrare il rapporto col Debito. Infatti gli americani sono a loro volta creditori di tedeschi e francesi così il cerchio si chiude, o meglio, il cappio si stringe. Nessun taglio di tasse o di spesa promesso a Washington, ma una tendenza (favorita anche dalle decisioni del Bilderberg) a proletarizzare e comprimere il ceto medio, contando sulla ripresa economica solo se fatta a colpi di riduzione dei salari privati un po’ come fece la repubblica di Weimar con Bruening, modello che garantiva salari bassi e liberismo in grado di intercettare gli investimenti della finanza. L’alternativa ad una civiltà fatta da Padroni e Schiavi sarebbe la desertificazione industriale del nostro Paese, perché i capitali fuggirebbero altrove. Importa poco che l’alta retribuzione del capitale stabilita in anticipo toglie risorse delle aziende al lavoro ed ai consumi, senza evidenziare che più che per i salari, il costo delle merci prodotte è dovuto al servizio del debito, pubblico e privato che invece cresce, e agli esosi rendimenti richiesti dagli azionisti alle società quotate in borsa. Importa poco che le aziende chiudano se non riescono a comprimere i costi per remunerare al massimo il capitale perché sono le banche che devono essere salvate. Tali banche “da salvare” per i loro errori con disponibilità enormi fornite dalle Banche Centrali a tassi bassissimi, ma anche dagli Stati stessi con soldi pubblici (quando viene sostenuto che mancano risorse da destinare per la spesa sociale), spesso speculano contro i medesimi Stati, tramite le compiacenti agenzie di rating, facendo così crescere il valore dei titoli che assicurano sul rischio di un loro default. Le banche esigono alti rendimenti per i Titoli di Stato e poi comprano altri titoli per “premunirsi” contro gli Stati che a loro volta sono chiamati a “salvarle”. E’ evidente che questo gioco ad indebolire sempre di più lo Stato preso di mira, è diretto a far sì che quello Stato ad un certo punto inizi a svendere il suo patrimonio pubblico o a spalancare i settori che interessano a questi speculatori. La cifra di 2 miliardi e 567 milioni di euro è stata dirottata dalle casse del Tesoro a quelle della banca newyorkese Morgan Stanley. Una somma utilizzata dal governo italiano per estinguere una operazione di derivati finanziari, anche se non è chiara la ragione per cui la Morgan Stanley abbia richiesto la “chiusura della posizione”, opzione prevista dopo un certo numero di anni da quasi tutti i contratti sui derivati ma raramente applicata: il motivo più verosimile potrebbe essere il declassamento deciso dall’agenzia di rating Standard & Poor’s. Il governo italiano non ha fornito alcuna spiegazione e i media non indagano né chiedono alcunché, né sulla gestione delle operazioni in derivati da parte del Tesoro, né sul motivo per il quale tra tanti creditori si sia scelto di onorare il debito proprio con la Morgan Stanley. Le malelingue pensano che il responsabile italiano della Morgan Stanley, Giovannino Monti figlio di Mario Monti, abbia colpito il cuore di papà. Mettendo a confronto invece, i soldi derivanti dal gettito dell’Imu sulla prima casa e gli aiuti di Stato concessi dal Governo Monti al Monte dei Paschi di Siena (storico Istituto bancario senese che anni fa acquistò la Banca Antonveneta con dinamiche a tutt’oggi ancora poco chiare), si nota una strana coincidenza. Dalla tanto odiata imposta sugli immobili che ha azzerato le tredicesime delle famiglie italiane lo Stato ha incassato 3,9 miliardi euro. Stessa cifra che appare tra le voci in uscita nel bilancio delle spese dello Stato. Equivalgono, infatti, a 3,9 miliardi di euro i bonds che il Tesoro comprerà per puntellare le fondamenta del Monte dei Paschi, le cui casse furono ‘svuotate’ dalla gestione non proprio oculata di Giuseppe Mussari, oggi presidente dell’Abi. Salvata quindi una banca, assieme alle quote dei “compagni” non diluite col ricorso ad un aumento del capitale.

Ad essere terrorizzati dal default sono più i creditori dei debitori, ed infatti tutti ricordano l’apprensione di Sarkozy sull’accennato referendum greco per ripudiare il debito. Ma cosa accade in caso di default se magari a dichiarare bancarotta è un gigante militare? Gli USA nel dopoguerra misero in circolazione troppi dollari, che servivano da riserva per le altre monete proprio perché ancorati all’oro, esportando inflazione ovunque, ma quando iniziò la richiesta degli Stati di ricambiarli con l’oro, Richard Nixon stabilì che tale convertibilità sarebbe cessata. Cosa fu quella di Nixon se non una dichiarazione di bancarotta? I creditori si guardarono bene dall’infastidire il gigante militare americano, che però avrebbe dovuto consegnare una grande montagna d’oro immagazzinato in precedenza, ai cittadini degli Stati esteri che si trovavano in tasca delle cambiali falsificate dal debitore, per non riconoscersi insolvente. I dollari continuarono ad essere accettati a corso forzoso e come riserve nelle Banche Centrali, perché divennero la moneta necessaria per comprare petrolio, quando gli USA strinsero un patto di ferro coi sauditi. L’oro rimane comunque una ricchezza data la sua rarità, come molto spesso un investimento sicuro in quanto difficilmente perde di valore come invece sta succedendo per i beni immobili. Secondo una ricerca del giornalista Mauro Bottarelli, l’Italia sarebbe il quarto Paese al mondo per riserve auree, un immenso tesoro utile ma purtroppo in gran parte depositato fuori dai nostri confini nazionali; una dote che farebbe gola a molti squali e che i nostri governanti, a differenza di quelli tedeschi, non hanno ancora deciso di mettere al sicuro.
  
Lenta dismissione della sovranità economica e monetaria
Come ricorda Claudio Moffa in “Moneta, Finanza e Storia” Eu Med 2012: “In epoca monarchica lo Stato aveva una “rendita da signoraggio” che permise la costruzione dei quartieri umbertini a costo zero, come durante il Fascismo tutte le grandi opere del Regime. Il Fascismo aveva reso Bankitalia un Istituto di diritto pubblico con la legge bancaria del 1936, rafforzata dal D.lgs. del 1947 in epoca repubblicana: tali leggi ponevano in capo allo Stato il controllo della emissione monetaria e dell’attività finanziaria”. Gli accordi di Bretton Woods dopo il 1945 previdero una riserva indiretta in oro per le monete diverse dal dollaro, rendendo la moneta americana ancorata al metallo lucente ed idoneo strumento di pagamento internazionale. Con lo strappo di Richard Nixon del 1971 come già sopra ricordato, finisce la convertibilità del dollaro in oro e tutte le banconote  perdono indirettamente il loro valore ancorato a quello che avevano i dollari in modo intrinseco: le banche emettono carta straccia accettata come moneta per la convenzione sociale di chi la accetta. Nel 1975 finisce in Italia il “biglietto di Stato” e alla fine degli anni settanta, finisce il vincolo di portafoglio alle banche che consentiva di finanziare a basso interesse il fabbisogno dello Stato, quando si voleva evitare una nuova emissione monetaria con contrappeso obbligazionario. Nel 1981 il ministro Andreatta e il governatore di Bankitalia Ciampi sancisono il “divorzio” tra Palazzo Koch e il Tesoro: Bankitalia non deve più obbligatoriamente e direttamente acquistare il residuo dei Titoli di Stato non piazzati, concordando il tasso di interesse col Tesoro che fu costretto ad offrire i tassi più alti d’Europa fino al 18%. Pertanto già nel 1985 la spesa per gli interessi arrivò a quasi il 10% del P.I.L. quando nel 1980 era del 6,4%: dopo dieci anni e cioè nel 1992 il Debito Pubblico era passato dal 60% al 120% del PIL. Nel frattempo già nel 1990 col Governo Amato, il ministro Carli presentava la legge-delega n° 210 che permetteva alle Casse di Risparmio di diventare società per azioni, andando indirettamente a privatizzare Bankitalia che si ritrovò ad essere formalmente Istituto di Diritto Pubblico, ma con il 95% degli azionisti privati e con un C.d.A. che discrezionalmente decide le quote di riserva. Intanto la speculazione sulla Lira fece abbassare artificiosamente il valore dei “gioielli di famiglia” e iniziavano così le privatizzazioni di tutti gli Enti Pubblici Economici in s.p.a. (facendo perdere allo Stato gli utili che registravano) col DL Amato n° 333/92, privatizzazioni già pianificate sul famoso panfilo Britannia. Nel 1992 con la Legge n°82, la regolazione del tasso di sconto e pertanto del costo del denaro divenne appannaggio del solo Governatore di Bankitalia, non più obbligato a concertarlo col Tesoro e veniva firmato il Trattato di Maastricht, che prevedeva ulteriori cessioni di sovranità però ad Enti sovranazionali senza la possibilità neanche più di suggerire politiche monetarie agli art.. 105 e 107. A seguito del Trattato viene emanata la legge n° 483/93 che proibisce a Bankitalia di finanziare lo Stato che fino a quel momento poteva andare a debito per un importo pari al 14% delle spese correnti, restituito con un tasso dell’1%. Nel 2002 entra in circolazione l’Euro con un cambio capestro per l’Italia che fa esprimere così Paul Krugman, premio Nobel per l’economìa nel 2008: “Adottando l’euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Nel 2006 il Governo Prodi abolisce l’art. 3 dello Statuto di Bankitalia, che ancora prevedeva partecipazioni maggioritarie al proprio capitale in capo ad Enti Pubblici e nel frattempo, il nostro debito pubblico (a differenza del Giappone) inizia a non essere più prevalentemente in mano ai risparmiatori italiani. Il 2009 è l’anno del Trattato di Lisbona che segna un passo ulteriore ma non è finita perché tra il 2011 e il 2012 arrivano altri due “eventi” oltre alle varie “Basilea 1, 2” etc. che danno sempre maggior libertà alle banche di attuare politiche restrittive del credito. Il Trattato MES è un patto che obbliga gli Stati alla sottomissione nei confronti di una autorità immune da ogni forma di giurisdizione (artt. 32 e 35), che può imporre ad essi di versare qualsiasi somma richiesta, senza alcuna possibilità di controllo sull’impiego delle somme. Questo fondo servirebbe per aiutare gli Stati in difficoltà che potrebbero invece versare tali somme, autonomamente e previo controllo democratico, per soccorrere le loro emergenze senza dover ripagare con gli interessi questo servizio imposto dalle burocrazie. Il Fiscal Compact invece è un impegno già ratificato, che obbliga Paesi come il nostro col debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di venti anni e di tenere il deficit sotto il 3% del PIL per non incorrere in sanzioni da versare all’ESM e a “correzioni automatiche” stile commissariamento. Il pareggio di bilancio nel nuovo art. 81 della Costituzione non pone tetti massimi di spesa e pertanto non vi è neanche un limite all’aumento della pressione fiscale per compensare tale spesa. Anche se potrebbe apparire di buon senso questo rigore certosino sui conti, bisogna evidenziare che uno Stato costretto a ricorrere all’indebitamento per finanziarsi in quanto privo di sovranità monetaria, politica ed economica, non potendo più neanche indebitarsi come in precedenza, sarà impossibilitato a finanziare progetti infrastrutturali e il suo sistema di Welfare State. Questi capestri vanno contro gli interessi della collettività e servono solo come garanzia per i creditori delle grandi banche d’affari, BCE e FMI, onorata con le tasse. Argentina e Norvegia, che invece conservano una parziale sovranità monetaria ed importanti enti pubblici economici che fanno utili, riescono meglio a resistere alla tempesta in corso e l’Islanda, che ha ripudiato il debito, viene guardata con “stupore” dallo stesso FMI perchè regge a differenza dei PIGS. Ma i PIGS hanno l’euro e come ha recentemente evidenziato il prof. Claudio Borghi, il vero problema dei PIGS (e dell’Italia) è l’euro che li ha schiacciati nella gabbia in cui tedeschi ed olandesi la fanno da leoni. L’Irlanda infatti, ex “tigre celtica” con mercato del lavoro già flessibile, senza debito pubblico e con bassa tassazione si è ritrovata nei PIGS, a differenza dell’Inghilterra che dovrebbe soffrire di più per la crisi finanziaria ed ha una struttura sociale ed economica simile. Perchè questa differenza? In Irlanda hanno l’euro. Secondo Ambrose Evans Prichard del giornale The Telegraph: “L’Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata. L’Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di euro di ricchezza privata. Il suo debito pubblico e privato combinato è al 265% del Pil, inferiore a quello di Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone. Il paese si piazza in cima alla graduatoria dell’indice del Fondo Monetario Internazionale per “sostenibilità del debito a lungo termine” tra i principali paesi industrializzati, proprio perché ha riformato da tempo il sistema pensionistico sotto Silvio Berlusconi”. Anche gli analisti della Royal Bank of Scotland concordano: “l’Italia ha un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario. Se c’è un paese nell’Unione europea che potrebbe trarre beneficio dal lasciare l’euro e dal ripristino della competitività, è l’Italia”.
 
 
 

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