Fra crisi e falchi repubblicani, il signoraggio di platino salverà gli USA dal proprio debito?

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Pochi giorni fa democratici e repubblicani hanno siglato il sospirato accordo per scongiurare il “fiscal cliff”, l’insieme di tagli a spesa ed esenzioni tributarie per ceti medio-alti voluti da George W. Bush. A breve, si stima entro un paio di mesi, un altro Vietnam parlamentare potrebbe abbattersi sull’amministrazione Obama: il rinnovo al tetto del debito federale.
Recentemente anche il premio Nobel Krugman ha ripreso una boutade dei democratici per aggirare il ricatto dell’opposizione. L’idea sarebbe di coniare una moneta di platino del valore di 2.000 miliardi di dollari, sfruttando un cavillo della legge che attribuisce grandi libertà al segretario del tesoro americano per le monete di questo materiale. La moneta verrebbe depositata presso il conto che il governo ha presso la Federal Reserve di New York e che provvederebbe quindi ad accreditare, o forse sarebbe meglio dire digitare, la cifra corrispondente. I 2.000 miliardi sarebbero così disponibili al governo per pagare stipendi e altre spese, evitando così di dover emettere nuovo debito e quindi di oltrepassare il tetto legale. Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando e di quali conseguenze potrebbe avere è necessario fare qualche premessa. Negli Stati Uniti il debito pubblico non può liberamente aumentare, deve mantenersi sempre al di sotto di una soglia stabilita per legge. Se così non fosse si verificherebbe uno “shut down” con la chiusura di uffici pubblici e interruzione dei servizi pubblici. Negli ultimi tre anni sia per effetto della crisi sia per il continuo mantenimento dei benefici fiscali di Bush, l’alto deficit della spesa governativa sta letteralmente facendo esplodere il debito pubblico americano, oggi ad oltre 16.000 miliardi. Cosicché sempre più di frequente il cosiddetto “debt ceiling”, il tetto sul debito, debba essere innalzato. L’ultima volta è successo meno di 2 anni fa. Ricorderete certamente le turbolenze finanziare dell’agosto 2011, mentre in Italia si iniziava a far posto nei dizionari allo “spread”, con i btp che erano costretti ad offrire rendimenti sempre maggiori, i treasury USA decennali rendevano il 2,5%: una miseria. Eppure le difficoltà ed enormi lungaggini nel raggiungere un accordo parlamentare per innalzare il tetto al debito, fece temere il default tecnico dell’america. Ovviamente ciò non successe, ma la famigerata agenzia di rating Standard & Poors tolse, per la prima volta nella storia, la tripla-A al debito degli Stati Uniti.
Ma quali sarebbero le conseguenze dell’emissione di questa moneta di platino da 2.000 miliardi? Poche. Infatti l’inflazione in questo periodo è l’ultimo dei problemi e comunque, come ricorda anche Krugman, la Federal Reserve potrebbe sterilizzare l’introduzione della moneta cedendo una parte dei treasury presenti nel proprio bilancio. Nonostante la teorica percorribilità di questo escamotage per evitare un terzo disastroso round tra democratici e repubblicani penso non se ne farà nulla. Alla fine il tetto al debito verrà innalzato, perché le democrazie del nostro tempo sono teatrali e circensi ad ogni latitudine. Ovviamente l’annoso problema del debito andrà a ricadere sui soliti noti: contribuenti e generazioni future.

Quinto Sellino