“Matrimonio 2.0”: punti fermi e paradossi

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di Pierfrancesco Palmisano

In questi giorni si fa un gran parlare, a livello internazionale ed italiano, del cosiddetto “matrimonio omosessuale”, quindi vale la pena spendere due parole al riguardo, da un punto di vista cattolico. Innanzitutto bisogna intendersi sulle parole, cosa sempre molto importante.

Primo:

Quando si parla di “matrimonio omosessuale” si intende – ovviamente – un matrimonio civile, non certamente un matrimonio “in chiesa”[1]. Orbene, a parere di chi scrive, già con riferimento al matrimonio civile ETEROsessuale, l’uso della parola “matrimonio” è errata, o per lo meno fuorviante. Infatti il “matrimonio” è costituito da due elementi essenziali, ovvero il SACRAMENTO ed il CONTRATTO[2].

Mancando del tutto nel c.d. “matrimonio civile” l’elemento sacramentale, sarebbe meglio utilizzare altri termini, quale “contratto matrimoniale” o “contratto matrimoniale civile”[3] o simili, onde evitare incomprensioni o confusioni fra matrimonio vero e proprio e matrimonio civile[4].

Facendo un ulteriore passo avanti[5] e volendo dunque affrontare il tema del “contratto matrimoniale omosessuale”, si evidenzia che anche qui esiste una contraddizione in termini. Nella parola “matrimonio” o “matrimoniale” è insita l’idea di “madre”, di “maternità”, cosa che, in via ordinaria, non può verificarsi nelle coppie omosessuali[6]. Sarebbe meglio dunque parlare di “contratto sponsale omosessuale” (ma anche la parola “sposa” ha una etimologia che si rifà ad una idea religiosa, per quanto pagana) o meglio ancora di “contratto nuziale”, visto che – a quanto pare – il termine “nozze” fa riferimento all’atto sessuale e deriva da “nuptum” che vuol dire “supino” (anche se certamente “prono” sarebbe stato più adatto…).

Secondo:

Non è invece sbagliato l’uso dell’aggettivo “omosessuale” vicino a “matrimonio” o a “contratto nuziale”. Infatti “contratto nuziale omosessuale” o “matrimonio omosessuale” vuol dire “fra due persone dello stesso sesso”, le quali non necessariamente sono essi stessi omosessuali (sodomiti o lesbiche). Ad esempio due persone dello stesso sesso potrebbero sposarsi (stipulare un contratto nuziale omosessuale) per motivi economici, per ricevere sgravi fiscali, per motivi di eredità, per permettere ad uno dei due, straniero, di ottenere la cittadinanza dell’altro, etc, senza avere affatto rapporti sessuali fra loro e dunque senza commettere alcun “peccato” o alcun atto “immorale”.

Al contrario, sarebbe sbagliato parlare di “matrimonio fra omosessuali”, visto che i c.d. “omosessuali” possono già attualmente contrarre matrimonio civile sia fra loro sia con eterosessuali, purché si tratti di due persone di sesso opposto (un “gay” può già oggi sposare una “lesbica” o una donna eterosessuale, etc…)

Allo stesso modo non mi risulta molto chiaro in che modo il peccato commesso da due omosessuali “conviventi” e “praticanti” possa essere “aggravato” dal fatto di aver stipulato un “contratto nuziale omosessuale”, visto che il loro peccato consiste nella pratica sodomitica (o saffica) e nello scandalo pubblico derivante dalla notoria convivenza more uxorio[7].

Conseguenza paradossale (ma neppure tanto) di tutto quel che si è detto fin qui è che, quindi, da un punto di vista cattolico[8], stipulare un “contratto nuziale omosessuale” non costituirebbe affatto un peccato.

Certamente se lo stato riconoscesse tali “contratti” si allontanerebbe ancor di più dalla dottrina cattolica; ma non è stato lo stesso Benedetto XVI, sulla scia dei suoi recenti predecessori, ad elogiare la “laicità dello Stato”? Dunque “chi è causa del suo mal pianga se stesso”, verrebbe da dire. 

Ma veniamo ad un’altra cosa, che spesso si sente dire[9], ovvero che il “matrimonio omosessuale” sarebbe un “matrimonio di serie B”. Alcuni – i favorevoli al “gay marriage” – usano questa espressione per criticare proposte di legge che non riconoscano alle coppie omosessuali gli stessi diritti spettanti alle coppie eterosessuali. Altri – i contrari – per evidenziare che il matrimonio omosessuale sarebbe “ipso facto” di rango inferiore rispetto al matrimonio “standard”[10].

Ma – visto che stiamo parlando di matrimonio civile – vorrei far sommessamente notare che GIÀ ORA il matrimonio civile previsto dalla legislazione italiana è un “MATRIMONIO DI SERIE B”.

Infatti, il matrimonio civile italiano oggi esistente non ha – NEPPURE IN FORMA OPZIONALE – una delle caratteristiche essenziali del matrimonio, ovvero la INDISSOLUBILITÀ[11].

Peggio: la “dissolubilità” del matrimonio civile italiano è di tipo “forte”, visto che la legislazione italiana, e la successiva evoluzione giurisprudenziale, fanno sì che in Italia viga la regola del c.d. “no-fault divorce”, ossia che per ottenere il divorzio in Italia non sia neppure necessario dimostrare, da parte del coniuge che vuole divorziare, particolari “pecche” o “colpe” a carico dell’altro coniuge, come invece è previsto da alcune legislazioni di altri stati[12]. In Italia, basta la semplice e solitaria decisione da parte di uno dei due coniugi per porre fine al legame civile. 

Quel che si è fin qui detto ha avuto tremende conseguenze anche sul matrimonio vero, cioè sul matrimonio religioso. Infatti, la estrema facilità[13] con la quale attualmente si può divorziare civilmente, commista alla confusione derivante dall’uso del termine “matrimonio” a designare sia il “matrimonio vero e proprio” (quello religioso) che il “contratto matrimoniale” (quello civile), ha contribuito a diffondere nella società l’idea che il matrimonio sia DISSOLUBILE, che quando due persone non si amano più sia giusto divorziare, che l’amore è bello finché dura, che a volte “per il bene dei figli” è meglio separarsi[14] etc etc. Conseguenza di ciò è che molte persone contraggono il matrimonio religioso con un profondo “vizio del consenso” relativo alla indissolubilità dello stesso, che rende, tragicamente, spesso nulli sin dal principio tali matrimoni cattolici, con la conseguente assenza di tutte le grazie, benedizioni e protezioni celesti che derivano agli sposi dalla somministrazione reciproca del sacramento del matrimonio.

Non sarebbe dunque molto più importante ed urgente, per la Chiesa cattolica, battersi per la reintroduzione, per lo meno su base OPZIONALE e VOLONTARIA[15], della indissolubilità del contratto matrimoniale civile? Io per primo vorrei poter usufruire di tale opzione e contrarre un matrimonio indissolubile religiosamente ED ANCHE CIVILMENTE[16].

Gli omosessuali “praticanti” hanno bisogno di una profonda conversione del cuore e di riconsiderare completamente le proprie vite, e la mentalità “gay-friendly” della società in cui viviamo necessiterebbe di una “riprogrammazione” totale, che al momento non pare possibile. E non saranno di certo le “crociate” contro il matrimonio omosessuale a salvare qualche anima.

Dunque, a parere di chi scrive, non è di grande importanza od utilità opporsi alle “unioni civili omosessuali”, alle “unioni civili poligamiche”, alle “unioni civili uomo-animali”, alle “unioni civili uomo-alberi” e a qualsiasi altro tipo di “unione civile” o “matrimonio civile” che lo Stato vorrà estrarre dal proprio cilindro… 

Lo Stato LAICO (e laido) faccia pure ciò che vuole, ma riconosca anche ai cattolici il proprio diritto OPZIONALE[17] a contrarre, parallelamente al matrimonio religioso, una “unione civile intra-umana, eterosessuale, monogamica ED INDISSOLUBILE”, di modo che lo Stato RICONOSCA PUBBLICAMENTE la indissolubilità del matrimonio cattolico ed il diritto dei cattolici.

Questa mi pare essere la battaglia da combattersi con determinazione ed urgenza!


[1] In realtà. purtroppo, qualcuno parla anche di matrimonio omosessuale “in chiesa”… ovviamente ciò sarebbe un qualcosa di completamente assurdo!

[2] Un tipo molto particolare di contratto in quanto produce effetti anche nei confronti dei terzi, a differenza degli altri tipi di contratti;

[3] la difficoltà legata alla parola “matrimonio” sta nell’articolo 29 della Costituzione che afferma che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Orbene, è chiaro a tutti che i padri costituenti, che scrivevano nel lontano 1945-1946, ritenevano (comunisti compresi) talmente ovvio che il matrimonio fosse quello monogamico fra uomo e donna che non ritennero neppure necessario doverlo scrivere. Ma tale mancata precisazione scritta ha consentito, a distanza di 60 o 70 anni, di poter “giocare” con le parole ed a voler far “entrare a spinta” nel concetto di “matrimonio” anche le unioni omosessuali, onde poter rientrare nella definizione dell’articolo 29 e dunque nel concetto di famiglia. Va fatto altresì notare, a taluni sprovveduti ingenui che si dicono “a favore del matrimonio omosessuale ma contrari all’adozione”, che quanto da loro immaginato sarebbe del tutto impossibile. Una volta aperto il “vaso di pandora” ed accettato il matrimonio omosessuale, da tale “matrimonio” si originerebbe una “famiglia” che, ai sensi del citato articolo 29, godrebbe di TUTTI i diritti delle famiglie eterosessuali, compreso quello di poter adottare. Qualsiasi disposizione normativa, che volesse proibire ad una famiglia omosessuale fondata sul matrimonio di adottare figli, sarebbe immediatamente bocciata dalla Corte Costituzionale. Per analogo motivo la legislazione italiana non consente la adozione da parte dei singles, che pur sarebbe cosa ragionevole. E visto che per la Costituzione il “matrimonio” dell’articolo 29 è il “matrimonio civile” e non quello religioso (con il paradosso che due persone sposate solo religiosamente non costituiscono per lo stato italiota una “famiglia”), ne possiamo dedurre che l’articolo 29 della Costituzione, che nelle intenzioni doveva costituire un argine a difesa della cattolicità della società italiana, sia di fatto una vera e propria iattura per i cattolici. Uno dei tanti “colpetti da maestro di Satana”… Ad ogni buon conto, per chi volesse scrivere una Costituzione, rimando a J. De Maistre, “Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane”, Società Editrice Il Falco (sconsigliata l’edizione de “Il Cerchio”, a causa della pessima traduzione);

[4] in passato la Chiesa si è battuta fortemente contro l’introduzione del c.d. “matrimonio civile”, si rimanda, per esempio, alla battaglia di don Giacomo Margotti, raccontata nel libro A. Pellicciari, “Risorgimento Anticattolico”, Fede e Cultura;

[5] verso il baratro, come sempre…;

[6] ovviamente a meno di rivolgersi a terzi (utero in affitto, donatori di sperma o adozioni);

[7] anche qui andrebbe ricercato un termine migliore…;

[8] cioè “universale”;

[9] sia dai sostenitori che dai detrattori del c.d. “matrimonio omosessuale”;

[10] volevo scrivere “normale” ma mi sono autocensurato;

[11] la indissolubilità del matrimonio civile è assolutamente compatibile con la attuale Costituzione Italiana, tant’è che fino al 1975, vigente la medesima Costituzione di oggi, la indissolubilità era non solo possibile ma addirittura obbligatoria per tutti i matrimoni civili. Con la nefasta “riforma del diritto di famiglia” degli anni ’70 (targata DC, gran “partito cattolico”, nevvero?) ed a seguito del malaugurato insuccesso del referendum del 1975 promosso per abolire il divorzio appena introdotto (e dunque non dai Radicali per introdurlo, come comunemente si “racconta”), la indissolubilità da essere “obbligatoria” è divenuta, da un giorno all’altro, addirittura “proibita”…;

[12] per approfondire si rimanda alla lettura dell’ottimo testo di M. Fiorin, “La fabbrica dei divorzi”, Ed. San Paolo, o alla recentissima nuova edizione dello stesso testo intitolata “Finché legge non vi separi”, medesimi autore e casa editrice.

[13] per taluni sciagurati non è ancora abbastanza: vorrebbero un divorzio ancora più “facile”…;

[14] si rimanda nuovamente all’ottimo testo di M. Fiorin per lo smascheramento del profondo egoismo che con questa motivazione si cerca di nascondere;

[15] mi sembra un obiettivo più realistico, in quanto rispettoso della c.d. “laicità dello Stato”…;

[16] visto anche che il mio vecchio “piano” di andarmi a sposare a Malta, ultimo stato europeo senza il divorzio, è andato a farsi friggere a seguito del referendum del 2010 col quale i maltesi hanno accettato, anche a seguito delle “pressioni” della UE, di introdurre nella propria legislazione il divorzio…;

[17] sarà poi compito della Chiesa valutare se richiedere di optare per questa indissolubilità civile a chi richiede il matrimonio religioso (a mio parere dovrebbe assolutamente farlo, ma visto che attualmente non viene imposta neppure la comunione dei beni per contrarre matrimonio religioso, ho i miei dubbi che ciò accadrebbe).

 

10 Commenti a "“Matrimonio 2.0”: punti fermi e paradossi"

  1. #Giorgio P.   8 gennaio 2013 at 5:44 pm

    Quando B16 era prefetto della CDF pubblicò questo:
    http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html
    Lo ritengo molto interessante, anche se estremamente sintetico.

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  2. #Francesco   9 gennaio 2013 at 1:03 pm

    Come può non essere di grande importanza opporsi alle unioni civili omosessuali, se si è detto che tale “famiglia” che verrebbe a configurarsi, godrebbe ai sensi dell’art. 29 della Costituzione di tutti i diritti delle famiglie formate da coppie eterosessuali, tra cui la possibilità di adottare figli?

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    • #Pierfrancesco Palmisano   9 gennaio 2013 at 5:30 pm

      La famiglia, ai sensi dell’art. 29 della Cost,. si basa sul “matrimonio” non sulla “unione civile”…

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    • #Francesco   11 gennaio 2013 at 10:56 pm

      che vergogna

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  3. #Pierfrancesco Palmisano   20 febbraio 2013 at 12:12 pm

    Come ebbi a scrivere in questo articolo, qualsiasi diritto dato agli eterosessuali non potrà essere negato agli omosessuali… la legislazione austriaca consente (stupidamente) l’adozione del figlio del proprio convivente? E allora potranno farlo anche i conviventi omosessuali…
    http://www.repubblica.it/cronaca/2013/02/19/news/gay_la_sentenza_della_corte_di_strasburgo_s_all_adozione_del_figlio_del_partner-52963532/?ref=HREA-1

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  4. #Giovanni   16 gennaio 2016 at 1:19 am

    Posto che trovo tutto ciò ad un tempo penoso e risibile, oltreché ovviamente retrivo, mi soffermo soltanto sull’argomento etimologico, secondo cui non potrebbe chiamarsi matrimonio l’unione di due omosessuali in quanto nella radice della parola matrimonio c’è il latino mater. Da linguista, rilevo che tale argomento non sta in piedi. Che il vero significato delle parole sia nel loro etimo è una vecchia idea stoica rilanciata per l’ultima volta nei primissimi anni dell’Ottocento, per essere poco dopo messa alla berlina da Manzoni, il quale sapeva benissimo che il significato delle parole – come tutto nella lingua – è sancito esclusivamente dall’Uso. Diversamente – notava con ironia Manzoni – non si potrebbe parlare di linguaggio infantile, dato che infante deriva da infantis (ovvero il neonato che non sa ancora parlare: prefisso negativo in + fantis, cioè ‘parlante’, part. pres. di fari ‘parlare’); e non si potrebbe dire “giovin signore”, dato che signore deriva da seniore(m).
    Del resto questo argomento inconsistente lo vedo talvolta utilizzato non solo nella questione meramente onomastica (come chiamare il matrimonio omosessuale), ma addirittura in quella etica o giuridica: quasi che fosse la presenza del latino mater nell’etimo della parola matrimonio a far sì che due omosessuali non possano accedervi. Il che è ovviamente è ridicolo. Vi chiedo ad esempio se ritenete che si possa eserditare un patrimonio per via materna, o se invece pensate che questo sia impossibile perché nell’etimo di patrimonio c’è pater. Ricordarsi sempre che “nomina sunt consequentia rerum”, e non viceversa.

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