Un antievangelico “ritorno” al Vangelo

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C’è da ricordare qui il legame indissolubile tra rinnovamento evangelico e sviluppo ecclesiale.

Per essere meglio compreso, mi permetterò un esempio personale. Io sono un prete e un prete domenicano.

Per ritornare al Vangelo, devo per caso svestire l’abito bianco scelto dal nostro santo fondatore, spezzare il rosario che fu aggiunto alla nostra divisa nel XV secolo ed indossare la tenuta di commesso viaggiatore o di agente di cambio?

Debbo anche non predicare più nelle chiese, soprattutto quando esse sono dei bei monumenti, ma andare semplicemente a fare dei discorsi nell’ufficio di collocamento o nelle sale cinematografiche?

Di più: per essere “evangelico”, devo in questi discorsi proscrivere sistematicamente ogni formula dogmatica, quale peccato originale, verginale maternità, redenzione dal peccato? Dovrò arrivare fino a mettere in questione la specificità irriducibile del mio Ordine?

In breve: il ritorno al Vangelo implica forse logicamente la rottura con un’eredità teologica, disciplinare, liturgica, che in fin dei conti non si trova esplicitamente nei testi dei quattro evangelisti? Ma tale eredità vi si trova in germe e come destinata a dispiegarsi armoniosamente nel corso dei secoli.

Pertanto è inammissibile attuare un ritorno al Vangelo, come se la Chiesa non fosse una società che è cresciuta, che si è espressa in istituzioni omogenee appena ha usufruito della libertà in quanto società. Questo dispiegamento che essa si è data, che ha consacrato nelle definizioni dogmatiche e nei principali punti della sua legislazione canonica, non deve essere rimesso in discussione.

La Chiesa è cresciuta così come ne aveva la capacità e il dovere dallo stesso Vangelo; sarebbe antievangelico tentare di ricondurla ad una statura di nana o di rachitica col pretesto di farle riscoprire il Vangelo. Gli accrescimenti inevitabili e armoniosi della Chiesa, lungi dal contraddire il Vangelo, lo completano in tutta verità. (…)

Il dispiegamento ecclesiastico è un effetto normale della vita evangelica. Sarebbe assurdo cercare un ritorno alla sorgente prosciugando il fiume, perché la sorgente diventa inevitabilmente fiume.

E’ rovinosa e illusoria l’antinomia tra la purezza della sorgente e la copiosità del fiume, tra la semplicità del Vangelo e il dispiegamento della Chiesa nell’ordine della disciplina, del culto, della dottrina. Come se in questo ampio dispiegamento la semplicità del Vangelo non fosse affatto presente e trasparente.

Come se, quando la semplicità del Vangelo è minacciata, la Chiesa non fosse in grado di salvaguardarla, non con un’impossibile amputazione, ma con un rinnovamento di fervore e una purificazione che condanna le false dottrine e reprime gli abusi; in una parola: con una vera riforma. Perché le vere riforme non si fanno contro lo sviluppo, ma conservando la purezza evangelica nello sviluppo.

(R.T. Calmel O.P., Breve apologia della Chiesa di sempre, Editrice Ichthys 2007, pp. 85-87)

Citazione a cura di Marco Massignan

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