Cattolicesimo e americanismo a confronto (terza parte)

Melting Pot

Continuiamo la pubblicazione, in sei parti, della relazione Cattolicesimo e americanismo a confronto: il problema politico contemporaneo del prof. Miguel Ayuso (Università Comillas di Madrid), che si è tenuta presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone, 23 agosto 2012) al XL convegno annuale degli “Amici di Instaurare”. Grassetti, corsivi, sottolineati e “titoletti” sono a cura della redazione di Radio Spada.

Et mancipiorum et animarum hominum.

La success story nordamericana affonda le sue radici in tre fattori che già Tocqueville aveva osservato essere le chiavi della sua forza: individualismo liberale, egualitarismo e pluralismo. Il pluralismo, da un lato, garantisce un “luogo” alla mentalità liberale, incentrata sul successo del consumismo e sul diritto di tutti al consumo illimitato; d’altra parte, stimola all’egualitarismo che getta nel mercato ogni volta molti partecipanti e consumatori.

Questa struttura, costitutiva dell’“ideologia americana”, ha potuto esplicarsi istituzionalmente secondo un acuto analista come Thomas Molnar a partire dalla centralità di una singolare “società civile”. Il fatto è che, anche se a prima vista gli Stati Uniti sembrano una nazione, diversa dalle altre solo perché molto vasta e prospera, questa è solo un’impressione superficiale.

La struttura di questa “non-nazione” viene data da un’immensa società, dotata di uno Stato solamente complementare mentre le chiese sono associazioni strettamente private che beneficiano di alcune agevolazioni fiscali. Né lo Stato né le chiese possono elaborare progetti. Ciò è riservato alla società civile e soprattutto al mondo del business che si agita al suo interno.

In questo quadro il liberalismo, a sua volta, si staglia come ideologia della quale la società civile si è servita per liberarsi della Chiesa e dello Stato: di quella attraverso la moltiplicazione dei gruppi firmatari del contratto, tutti uguali; di questo privandolo dei suoi appoggi naturali nelle istituzioni stabili e nella lealtà dei sudditi.

 

Appare normale che sia l’uno sia l’altra abbiano sofferto, alla fine, di una degradazione profonda: lo Stato è ridotto a strumento di gestione nelle mani delle lobbies e la sua democrazia disincantata ma obbligatoria dissimula un modo di governo sempre più opaco; per quel che riguarda la Chiesa, è un gruppo di pressione fra gli altri, che offre un prodotto spirituale nel mercato mondiale dei valori.

 

In altre parole, il liberalismo tollera la presenza e la partecipazione statale e religiosa alla condizione che esse non pretendano rispettivamente di essere veramente Stato o di esercitare una missione evangelica (la Chiesa) e alla condizione che le due funzioni vengano assorbite dalla società civile liberale, auto-organizzatrice se non autonoma, la quale confessa una religione “umanistica”, “etico-umanistica” o francamente laica.

Questo è il modello americano, dal momento che gli Stati Uniti sono il paese occidentale dove il contratto sociale, chiamato Costituzione, sacralizza la società e deliberatamente debilita lo Stato e le chiese. Il liberalismo è lì assolutamente autoctono, e in mancanza di una coscienza nazionale e statale con radici nella storia… e di una fede robusta, si stabilisce una religione secondo le preferenze di ognuno, fatta di democrazia, di bussiness e di pluralismo, che permette a qualsiasi lobby che ha messo radici di occupare il terreno.

In Europa la dottrina di Maastricht ha unito i due errori, vale a dire, da un lato, una super-burocrazia di tendenza giacobina; dall’altro lato, una società civile vasta e amorfa, all’americana, che dissolve le istituzioni, sostituendole con lobbies effimere e avide di lucri immediati, in ultima analisi feudalità quasi clandestine, che si appropriano della res publica e operano secondo il proprio capriccio con la morale e la cultura

 

Fine terza parte

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