Cattolicesimo ed americanismo a confronto (quarta e quinta parte)

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Continuiamo la pubblicazione, in sei parti, della relazione Cattolicesimo e americanismo a confronto: il problema politico contemporaneo del prof. Miguel Ayuso (Università Comillas di Madrid), che si è tenuta presso il santuario di Madonna di Strada a Fanna (Pordenone, 23 agosto 2012) al XL convegno annuale degli “Amici di Instaurare”. Grassetti, corsivi, sottolineati e “titoletti” sono a cura della redazione di Radio Spada.

Littera enim occidit.

Un abbozzo della cultura politica e giuridica degli Stati Uniti non può prescindere da un riferimento al positivismo giuridico. Ma solo come pro-memoria, ovvero per sintesi, di lineamenti che lo delineano. Incominciamo da questo. Così, di fronte ai (supposti) “poteri limitati” del governo nazionale, la realtà impose ben presto la sua supremazia, attraverso una clausola di fondamento costituzionale, sviluppata da successivi emendamenti e interpretazioni giudiziali.

 In seguito, anche per la lontananza da una (impossibile) “neutralità religiosa”, una profonda ostilità verso la religione rivelata condusse, una volta ancora nella linea lockiana, alla subordinazione della religione al potere dello Stato… In terzo luogo, una tirannia giudiziale si è andata imponendo sulla volontà della maggioranza attraverso la revisione giudiziale delle leggi.

 Infine, l’intero quadro tende a dissolversi nella ricerca di una moderazione che si risolve nell’“equilibrio newtoniano”. Però, senza il positivismo giuridico il quadro anteriormente dipinto non può ritenersi completo. Non si tratta, ancora una volta, di qualcosa di avventizio, ma piuttosto di originale, nella traiettoria costituzionale degli Stati Uniti.

 Non si fondò sui principi cristiani né sulla tradizione della legge naturale (salvo che non si consideri questa nella visione lockiana, che – se mi è permesso il gioco di parole – la denaturalizza) ma sui postulati della modernità politica. Ciò è evidenziato al giorno d’oggi dalla giurisprudenza definita conservatrice che rifiuta qualsiasi interpretazione che implichi valutazioni, attenendosi allo storicismo e al sociologismo. E accomodando attentamente la legge naturale.

La legge naturale, com’è noto, si basa su alcuni presupposti metafisici e in ultima istanza teologici: la permanenza e l’intrinseca bontà della natura umana, al di là dei cambiamenti temporali e malgrado l’eredità prodotta dal peccato originale che l’ha indebolita.

Evoluzionismo e protestantesimo, al contrario, negano rispettivamente queste condizioni. L’evoluzionismo dell’Illuminismo e la teologia protestante erano dottrine radicate nel suolo americano quando la repubblica federale incominciò a camminare.

 Questa Costituzione newtoniana… oggi senza dubbio è minacciata da una democrazia fondata su un’opinione pubblica che disprezza la legge naturale. Si potrebbe dire che anche in Europa è in atto un processo simile…

 Qui, però, non sono state risparmiate critiche a questi sistemi, strettamente legati con il paradosso totalitario di Rousseau quando non direttamente con il Giacobinismo e persino con il Terrore. Invece molti interpreti importanti continuano a riservare all’Illuminismo anglosassone e alle sue concrezioni politiche i maggiori elogi.

Optavi et datus est mihi sensus.

Un asse adamantino lega fra loro le premesse teologiche e le conseguenze politiche. Se assunti eminentemente teologici come l’attivismo si trovano nel cuore della condanna papale ricordata, non appaiono senza rilevanza altri più politici (benché in fondo non meno teologici) come quello della separazione tra Chiesa e Stato che si riconosce nell’esperienza degli Stati Uniti.

Infatti, una delle tesi centrali dell’americanismo consiste nell’elevazione di questa situazione a ideale. Definita frequentemente come laicità, di fronte al laicismo, e perfino definita come laicità includente o positiva, si rende necessaria una succinta indagine problematica su entrambi gli aspetti della medesima. Per incominciare, laicismo e laicità. Due termini imparentati. Con significati, pertanto, intrecciati.

Il primo, lo denota il suffisso “-ismo”, legato a un’ideologia. Una ideologia, la liberale, basata sulla emarginazione della Chiesa dalle realtà umane e sociali. Effettivamente, il naturalismo razionalista impostosi in virtù della Rivoluzione liberale, e condannato dal magistero della Chiesa, ricevette fra gli altri il nome di laicismo.

Il secondo si riferisce, in origine, a una situazione creata da questa ideologia nella Francia degli ultimi trenta anni dell’Ottocento. Così laicismo e laicità sono termini che esprimono lo stesso concetto.

 Oggi, invece, sembra che ci siano settori interessati a contrapporli. Principalmente il “clericalismo” (assunto nel senso attribuitogli da Augusto Del Noce, cioè come subordinazione del discorso politico e intellettuale cattolico alla moda del momento) e la democrazia cristiana.

Il laicismo aggressivo si differenzierebbe, così, dalla laicità rispettosa e la coppia “laicismo e laicità” verrebbe interpretata disgiuntamente come “laicismo o laicità”.

Risulta, però, fondata questa opposizione? Meglio, è possibile trovare in questa opposizione una sola sfumatura fra due versioni di una medesima ideologia? Un indizio, fra molti, e di singolare rilevanza, ci porta verso questa seconda possibilità: la protesta dei seguaci della laicità di rispettare la “separazione” tra Chiesa e Stato, con il conseguente rifiuto della tesi dello Stato cattolico.

Orbene, la Chiesa non può (senza tradire la sua missione) fare a meno di affermare che c’è una legge morale naturale che Essa custodisce, e alla quale i pubblici poteri debbono sottomettersi.

In altre parole, il nucleo dello Stato (che non è lo Stato moderno, ma la comunità politica classica) cattolico che secondo una terminologia di origine protestante viene chiamato “Stato confessionale” e – con termini tradizionali che presuppongono una maggioranza sociologica – “unità cattolica”…

In pratica, senza dubbio, ciò che si sta chiedendo è l’agnosticismo politico che non può che concludere pretendendo la sottomissione della Chiesa (previa rinuncia alla sua missione di garante di questa ortodossia pubblica) allo Stato: la “laicità dello Stato” sempre finisce nella “laicità della Chiesa”, cioè, nella pretesa che questa rinunci alla sua missione e si limiti a offrire il suo “prodotto” (pura opzione) nel rispetto delle regole del “mercato”.

 [Fine quarta e quinta parte]