Eluana o della morte iniqua

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Non ho mai avuto problemi ad essere a favore della pena di morte, a sostenerla, ad incoraggiarne il ripristino come parte integrante degli ordinamenti giudiziari fondati sul diritto naturale e su una concezione tradizionale del diritto positivo, a considerarne la reintroduzione un fatto generalmente restaurativo e a non trovare nulla di riprovevole in uno stato, qualunque esso sia, che applichi questa pena estrema, secondo giustizia e verità fattuale, nell’interesse della propria comunità statuale e dei suoi principi ispiratori.
In tutto questo ovviamente ho sempre avuto l’accortezza di tenermi ben lontano dalle occasionali pulsioni forcaiole, tipiche di una destra nostrana tanto roboante quanto inconcludente, tanto chiassosa quanto poco efficace.

Conosco anche le ragioni degli abolizionisti (anni fa ospitammo un piccolo dibattito su “Il Cinghiale Corazzato” in Università Cattolica tra reintroduzionisti e abolizionisti) e non ho problema a dire che alcune di esse (quelle di indole pratica ma non certo quelle di ordine teoretico) hanno certamente sostanziali aspetti di plausibilità, pur non essendo per me né vincenti, né convincenti.
Capirete però il mio sconcerto nel vedere eseguita la pena di morte quotidianamente, attraverso mezzi legali e certo non moralmente leciti, in questo stato liberale in cui purtroppo risultiamo imprigionati da ben più che un secolo e di cui ci troviamo ad avere la cittadinanza.

I mezzi legali sono leggi inique approvate o sanzionate tramite rappresentanti o direttamente dal solito popolazzo, buttato e strattonato sul proscenio della storia, imbevuto di poco e nulla o inebriato dalla grossolana suggestione del suffragio universale, oppure sono sentenze magistrali, emesse da novelli dotti di Salamanca che spesso non riescono a immaginare possa esistere qualcosa oltre l’Atlantico dell’ideologia o della convenienza.
A chi viene applicata una pena tanto terribile ed irrevocabile? Ad esempio, ad innocenti che non solo non hanno compiuto ma si trovano a non poter compiere alcun male: ad esempio migliaia e migliaia di piccoli bambini in stato prenatale. Oppure, altrove, a sofferenti disperati che invocano la morte per sfuggire le inevitabili pene di una lunga malattia, ad anziani egualmente sofferenti che ne fanno la richiesta, a piccoli dalle patologie irrevocabili oppure a pazienti, ormai perpetuamente incoscienti, attorniati da parenti straziati, prostrati oppure animati da propositi propagandistici eutanasici o laicisti. Un tribunale (sia esso quella della “coscienza” o quello dell’ “opinione pubblica”), misterioso e privo di qualunque titolo per farlo, emette sentenze di morte a carico di innocenti, mentre all’intorno la folla osserva, ora plaudente, ora disgustata, ora disinteressata, ora quasi sollevata dal non dovere più vedere quel dolore che opprime ma anche tante volte purifica.

Purtroppo dovremmo tutti ricordarci e ricordare anche ai nostri assai poco illuminati legislatori che della vita nessuno è titolare e proprietario ma tutti siamo gestori e responsabili (anche quando, poniamo il caso, la sacrifichiamo volontariamente per un bene più grande). In questo senso, la vita (di un innocente) è un bene indisponibile. Se certamente compie una cosa grave, ma con una vastissima possibilità di attenuanti, chi (da mero soggetto privato) pretende di gestire autonomamente della propria vita e soprattutto dell’altrui, è invece gravissima, irrevocabile e inescusabile la responsabilità di uno Stato che permetta o legittimi a vario titolo la liceità dell’omicidio a danno di innocenti. Sono questi i trend giuridici in atto negli stati “civili” dell’Occidente giudeo-cristiano (pur usare una terminologia Neoconservatrice). Ed il caso della giovane Eluana Englaro, in stato vegetativo ma non terminale, lasciata morire per fame e per sete (nel caso non si fosse capito), si inserisce pienamente, pur nella sua particolarità, in questi sempre nuovi percorsi erodiani della Giurisprudenza. Si chiami allargamento sproporzionato e indebito del concetto di “accanimento terapeutico”, si chiami “protocollo medicale di uscita”, si chiami “diritto ad una morte dignitosa”, non saranno i belletti e le ciprie di questa nuova bis-lingua a rendere meno orrendo ciò che è avvenuto.

Di tutto questo, un giorno, molti dovranno rendere certamente conto, dinanzi ad un supremo Tribunale, in cui i sofismi e le piccole grettezze della politica, le vuote parole di ieri e di oggi, le “laicità” e i “diritti degli uomini” falsi e bugiardi, non conteranno nulla.
Ed allora, le paternità traviate o rinnegate, le presidenze di repubbliche occasionali, gli scranni senatoriali vitalizi acquisiti sulla pelle della Cristianità, le tribune parlamentari, le cattedre universitarie, le avvocature, i sottili esercizi di menzogna sulle gazzette, le parodie impudiche di digiuni gandhiani e quant’altro, davvero non serviranno a nulla, se non ad aumentare la vergogna e la miseria di fronte ad un Sommo Giudice che si è guadagnato, lui Innocente per essenza su un patibolo infinitamente iniquo, il diritto di giudicare tutti e per sempre, senza Appello, né Cassazione.
Pur tremando per il nostro personale destino e per le nostre debolezze, non vorremmo davvero essere nei loro panni.

Piergiorgio Seveso

 

 

Già pubblicato in versione diversa su “Il Cinghiale Corazzato”, foglio di informazione cultura a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica di Milano (numero 27-28, giugno 2009)