La caratterizzazione monarchica della gerarchia naturale (prima parte)

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Sappiamo bene che ormai, nell’opinione comune come nel pensiero dominante nelle accademie, la volontà popolare e la sua configurazione in un regime politico, la democrazia, sono poste alla base della genesi del diritto. Ne costituiscono la giustificazione, direi, quasi metafisica se non esclusivamente etica.

La comunità politica, lo stato, non è per il pensiero post-moderno che la somma di individui che, vivendo in prossimità, devono darsi regole comuni di condotta, in modo da ottenere per la propria possibilità d’azione uno spazio ben delimitato. L’incertezza del diritto sarebbe al contrario l’inizio del caos e, senza di esso, non rimarrebbe che l’utilizzo della forza. A questo punto, perché le regole siano secondo gli interessi del maggior numero possibile degli individui è opportuno che vengano stabilite a maggioranza. Ogni testa, un’opinione. Ogni opinione siede al tavolo delle trattative.

Ma cerchiamo, mediante un’analisi descrittiva della realtà umana, di osservare come ha origine il diritto e dunque lo stato, che da esso riceve la sua configurazione, potremmo dire, come la materia dalla forma. L’oggetto dello studio è davvero molto complesso, perciò ci limiteremo a guardare per ora ad un solo elemento che contribuisce alla formazione del diritto, ovvero il comando.

 

Ciò che salta agli occhi facilmente appena confrontiamo la vita sociale dell’essere umano da quella degli animali più evoluti è che egli costituisce con la donna una coppia stabile. Appunto nella femmina dell’uomo l’estro nascosto non consente, a livello già fisico e pratico, l’accoppiamento nei soli periodi di fertilità della donna: il maschio dell’uomo deve accoppiarsi con la donna spesso per essere sicuro di poterla fecondare.

Questo mi pare essere, a livello biologico, il fondamento principale dell’istituzione del matrimonio, che è universale e che ha riguardato, badiamo bene, solo e soltanto individui di sesso opposto, in tutte le culture del mondo e della storia, in quanto finalizzata alla gestione controllata della procreazione. Vi sono ulteriori e importantissime implicazioni di carattere affettivo, spirituale e pratico che si potrebbero prendere in considerazione sull’istituto del matrimonio, ma non verranno trattate in questa sede.

Potremmo dire che il matrimonio rappresenta l’elemento che fa da differenza specifica tra la vita sociale dell’uomo e quella dell’animale.

Dal momento che l’essere umano viene cresciuto in una famiglia, cresce in un ambiente controllato, dove il processo di appredimento si svolge in modo selettivo.
Per un individuo animale la vita in branco o in altro contesto più o meno intensamente gregario non porta all’acquisizione di comportamenti differenti da uno stesso esemplare della stessa specie, poiché le potenzialità di tale essere vivente sono limitate ad alcune prestabilite, a causa della sua natura non razionale. Di conseguenza si può dire che l’apporto della famiglia alla vita del singolo essere umano è di gran lunga superiore a quello che il gruppo degli animali conferisce alla vita di un esemplare di essi.

 

Prendiamo ad esempio la famiglia per parlare del funzionamento che dovrebbe avere lo stato poiché l’essere persona dell’uomo trova nella famiglia il suo punto inizio: come abbiamo visto, l’uomo non può fare a meno di nascere e crescere in una famiglia.

Il corretto funzionamento di una famiglia non può che dipendere dal corretto governo di essa da parte del suo capo. Il capo naturale della famiglia non può che essere l’uomo; innanzitutto perché l’uomo è naturalmente portato al comando: non si vuole semplicemente dire che l’uomo maschio cerca più facilmente posizioni di leadership rispetto alla donna (sotto questo aspetto sono d’altronde determinanti le influenze culturali), ma che la sua psicologia è strutturata in modo che sia egli a dover dare regole, a prendere decisioni importanti, ad elaborare strategie. Con questo non si vuol dire che la donna sia del tutto incapace in questi ambiti, ma il suo ruolo naturale viene maggiormente rispettato se si dedica ad una funzione di supporto; la donna riesce a vedere particolari che l’uomo non nota, è dotata di un’emotività ed un’empatia più spiccate ed ha di conseguenza doti di mediatrice. Il suo dono nell’educazione della prole si rivela nel dare affetto e nel comporre le divisioni che vengono scatenate dagli attriti che causa l’autorità del padre quando questa cerca di farsi valere.

In ultimo, si potrebbe anche formulare la seguente osservazione: se le autorità nella famiglia sono due e sullo stesso piano, come si può giungere al verdetto finale? Non si può pensare alla decisione per maggioranza, in quanto nel confronto tra due interi indivisibili (le persone dei genitori) non si può dare maggioranza. Né si può pensare, per via dell’importanza e dell’urgenza, nonché dell’onnicomprensività (il potere dei genitori è totalizzante) delle decisioni da prendere, che vicendevoli veti possano continuamente impedire il raggiungimento di un verdetto.

 

Avere un capo, un buon capo, seguirlo è determinante per la riuscita di una vita, per quella che un po’ ideologicamente oggi viene chiamata “autorealizzazione”. Un educatore non è soltanto colui che dialoga, ascolta, comprendere e comunica le sue conoscenze ed esperienze all’educando, ma anche colui che gli dà una direzione, la quale deve essere adottata per lo stesso fatto che a volerla è il proprio educatore, un’autorità. Oggi si tende a sopravvalutare la capacità del singolo di darsi delle norme di vita e anche solo di comprenderle, di scoprirne la cogenza e la bontà nel suo vissuto.

L’obbedienza (che sussiste in conseguenza dell’elemento del comando) è la virtù indispensabile per il raggiungimento della libertà; anche in presenza di ordini non del tutto buoni (dei cattivi ne parliamo di seguito) o discutibili, la sottomissione all’autorità è principio d’ordine per tutta la vita morale dell’individuo: abitua a dominare ogni impulso e porta a superare l’egotismo intellettuale per cui quel che penso giusto e vero è sicuramente giusto e vero, abitua a capire che è meglio non rovinare il bene dell’ordine presente piuttosto che sacrificarlo ad un ordine realizzabile. L’esercizio dell’obbedienza è la più alta scuola di umiltà.
Laddove è venuto a mancare il principio di autorità e con esso la virtù dell’obbedienza, tramutata addirittura in debolezza, si sono diffusi nient’altro che: da una parte la convivenza per mero piacere, occasione per manifestare sempre più quella tendenza propria della Post-modernità a ricercare un benessere emotivo e fugace come una vera e propria droga, dall’altra il clientelismo e il servilismo, per cui si riconosce nell’altro qualcuno degno di rispetto solo se può soddisfare le proprie brame e i propri interessi momentanei. Il senso della riverenza e dell’onore è scomparso totalmente.

La corruzione del concetto di libertà è forse la quintessenza della Modernità intesa come sistema di pensiero. Sulla scorta del pensiero classico, bisogna definire la libertà come la capacità che ha un essere razionale di perseguire il bene mediante la volontà, che lo percepisce come desiderabile. Occorre dunque abbandonare invece quell’ottica riduzionista che fa della libertà il semplice fatto, sebbene giuridicamente determinato, dell’assenza di vincoli per un soggetto agente. La libertà conferisce una ben più grande dignità: ci rende capaci del bene, mentre gli animali possono solo fare ciecamente un bene che gli viene imposto dall’Intelligenza che ha progettato la Creazione.

 

Un padre non smette di essere padre perché prende decisioni sbagliate e non ha uno stile di vita del tutto corretto. Semplicemente la sua autorità non risulta vincolante in quegli aspetti in cui è oggettivamente usata per il male. D’altronde non può il figlio stabilire da sé quali sono le occasioni in cui l’abuso dell’autorità genitoriale si verifica,
L’assenza di una direzione precisa data da una persona fidata – e dove fiducia è meglio riposta se non in chi è capo per natura? – può soltanto portare alla disgregazione del tessuto umano e alla insicurezza. Si finisce per vivere allo stato brado, semianimale e con forti blocchi emotivi. Notiamo questo soprattutto in chi non ha goduto di un contesto familiare sano ed in particolare di un’educazione improntata sul rispetto dei ruoli e quindi innanzitutto sull’osservanza dei propri doveri.

A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare che abbiamo creato un castello di sabbia, dal momento che il ruolo dei genitori potrebbe essere esercitato anche da un maschio e una femmina che si fanno carico dell’educazione di tanti piccoli e giovani uomini, senza esserne i genitori. Questa tesi ci dimostra falsa per il fatto che ha come premessa una totale ignoranza dell’elemento dell’amore coniugale e familiare. La Chiesa Cattolica ha sempre insegnato che l’uomo e la donna che legano le proprie vite portano in sé l’amore coniugale, che in quanto unitivo (in senso fisico e spirituale) è anche procreativo: né l’una e nell’altra cosa sono pensabili da sole, pena il mortificare la natura umana nella sua più vera e alta dignità. Ma l’atto procreativo non consiste soltanto nel mettere al mondo biologicamente dei figli, ma anche nel curarne la crescita: la generazione, come la creazione da parte di Dio, è un atto continuo di mantenimento e accrescimento nell’essere. Questo amore vi potrebbe ancora essere da parte di una coppia di coniugi verso un figlio non biologico, ma non vi può assolutamente essere da parte di un ente impersonale o da parte di una coppia non sposata. Altre soluzioni (orfanotrofi, educazione comunitaria, ecc.) possono contemplarsi solo come eccezione alla norma e non sono dunque interessanti al fine di un discorso in merito alla gerarchia naturale. [continua e si conclude nella seconda parte che sarà pubblicata durante la prossima settimana]

Vincenzo Sasso

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