La trascendenza di Dio-amore nel mistero eucaristico

blessedsacrament

(da: Divo Barsotti, “Pasqua”, S. Paolo 2005)

“Se anche il tuo cuore ti condanna, Dio è più grande del tuo cuore” (1Gv 3, 20). La trascendenza di Dio è trascendenza infinita di amore. Nessuno mai di noi potrà credere all’amore di Dio così come l’amore di Dio è. Il nostro atto di fede, pur crescendo ogni giorno di più, non potrà mai adeguarsi all’infinito dono che Dio ci fa di Se stesso.

 

E non è precisamente questo che c’insegna il mistero eucaristico? E non è precisamente questo quello che il Signore ci rivela di Sé in questo grande mistero?

 

[…] Termine ultimo dell’amore di Dio è ciascuno di noi!

Dilexit me et tradidit semetipsum pro me: “Ha amato me e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). Tutto quello che Dio ha fatto in tutto l’universo, tutto quello che Dio ha fatto in tutta la storia, ha per termine me: non l’umanità in genere, ma la persona concreta. Ed io, tra pochi minuti, riceverò tutto Dio come dono di amore, come ricchezza ultima, come gioia infinita, che tutto a me Si offre.

 

[…] Non posso separare il mistero della morte e risurrezione di Cristo dal mistero eucaristico… Separare, come fa il Protestantesimo, la morte e la risurrezione di Cristo dal mistero eucaristico vuol dire rendere impossibile la concezione di un amore che sia veramente personale, che veramente raggiunga ciascuno e che veramente a ciascuno doni tutto quanto egli dona all’umanità intera.

 

Dio, essendo infinitamente semplice, non Si divide. Egli Si dà a tutti e Si dona a ciascuno. E quello che dà a ciascuno non è meno di quello che dona a tutta l’umanità.

Ricordate, miei cari fratelli, la preghiera dell’anima innamorata, composta da S. Giovanni della Croce? “Miei sono i cieli, mia è la terra, mia è la Madre di Dio, miei sono gli angeli e i santi, perché Gesù è tutto mio, è tutto per me”.

 

Tutto è per me! Chi di noi realizza la pienezza di questo mistero? Non ci sembra, forse, soltanto di sognare? Non ci sembra, forse, di dire soltanto delle parole?

Eppure, quello che Dio ci chiede è una cosa sola, miei fratelli: che noi crediamo al Suo amore. E credere al Suo amore vuol dire per noi lasciarci amare da Lui, cosicché Egli possa a ciascuno di noi donarsi nella Sua misura senza misura.

 

[…] La misura del dono divino è l’abbandono dell’uomo alla Sua misericordia infinita.

Nulla chiedono quelli che vanno a lavorare per l’ultima ora e tutto ricevono, proprio perché essi si sono abbandonati totalmente alla bontà di Chi li aveva chiamati… ma che volete che siano tutti gli eroismi dei santi di fronte al Signore? Di che se ne fa Lui, che in Se stesso è infinitamente beato? Unica cosa che Egli ti chiede è che tu apra il tuo cuore, che tu lo dilati nella misura della Sua misericordia, nella misura del Suo amore immenso.

 

[…] Dobbiamo crescere ogni giorno più e sapere che il peccato più grave che noi possiamo fare contro di Lui è diffidare di questo Suo amore e sapere anche che mai la nostra fede nell’amore di Dio sarà così grande come grande è l’amore che Egli ci dà.

Prova di questo è precisamente il mistero eucaristico. Dio non ci sottrae nulla di Sé, non riserva nulla per Sé; per Sé accetta la morte, per Sé accetta l’umiliazione ed il silenzio nel mistero eucaristico. Ed è tutto per me.

 

E sacramenta propter homines, i sacramenti sono per l’uomo c’insegna anche la teologia. L’Eucaristia, che è la presenza reale di un Dio fatto uomo per noi, è tutta per me, tutta per noi.

A cura di Ilaria Pisa

2 Commenti a "La trascendenza di Dio-amore nel mistero eucaristico"

  1. #Andrea Pormont   22 marzo 2015 at 5:43 pm

    Ho visto, sulla Rai, la scena di House of Cards in cui, durante un dialogo ‘spirituale’ con la statua di Gesù, l’attore Kevin Spacey-Frank Underwood sputa sul Crocifisso e poi cerca di pulirlo con il fazzoletto, ma la statua cade e si frantuma a terra e con sarcasmo l’attore protagonista prende in mano l’orecchio spaccato della statua augurandosi che ora Dio lo ascolterà meglio.
    È forte per un cattolico. Eppure, uccidere un essere umano, la cui vita non ci appartiene, è un male peggiore anche fosse a qualsiasi stadio di crescita nel vento materno. Quella era solo una statua.
    Ora, non voglio fare la teologia sulla legittimità delle immagini sacre: Gesù non vi abitava dentro o vi coincideva, diversamente da come credono i pagani e da come i luterani fraintendono accusando di crederci ai cattolici: questo sarebbe idolatria.
    È una vita umana che è più incommensurabilmente preziosa di qualsiasi cosa, perché l’ha creata Dio: la statua l’ha fatta il cesellista. Fosse anche distruggere una chiesa intera non varrebbe mai tanto quanto sopprimere la vita di una persona.
    Non c’è niente di più sacro in noi dei doni di Dio pur se non reggono mai il confronto con il corpo e il sangue di Gesù Cristo, che è Dio stesso che si dona a noi. Poi, se qualcuno volesse offrire la vita per conservare la sacralità di oggetti materiali perché si sente chiamato ad agire, faccia pure come voglia; ma non possiamo mai toccare, nella volontà di nuocere, una vita umana per far spazio a un bene materiale, che non sia il Santissimo nell’Eucaristia.
    Il sangue dei martiri ci ha mostrato l’innalzamento della soglia di pazienza da coltivare cristianamente, ma per un atto di loro provvedimento.
    Se Gesù è esistito su questa terra e l’hanno messo in croce, è così che gli sono andati a finirci contro, è così che gli hanno fatto: lo sputavano e lo deridevano. Ma quelli non sapevano cosa facevano e perdonò loro; a noi non è dato sapere cosa l’attore avrebbe voluto che si facesse. Potremmo perdonare una volontà che non corrisponda al fatto?
    Scene come queste fanno meglio provare le sofferenze di Gesù Cristo più di una via Crucis vuota di spirito o di una indignata predica di quaresima rimasta innascoltata.

    Rispondi

Rispondi