Costantino e la nascita della Societas Christiana (parte 1 di 3)

Costantino-imperatore-di-Bisanzio

Pur avendo scopi apparentemente diversi, stampa laica e certi ambienti ecclesiali, convergano però su un’idea di fondo: a partire da questa data, il 313 d. c., si vuole far iniziare il diritto umano alla libertà religiosa, riconosciuto nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite (1948) figlia della omonima dichiarazione nata dalla rivoluzione francese ed ancor più solennemente affermato nella Dichiarazione Dignitatis humanae (1965) del Concilio Vaticano II (1962) di cui quest’anno ricorre il cinquantenario, e le cui commemorazioni si vanno a sovrapporre a quelle per l’editto di Milano e all’anno della fede. Tra i progressisti e i difensori del Concilio c’è chi certifica che dal 33 d.c. al 313 d.c. sarebbe esistita la vera Chiesa, dal 313 d.c. al 1962 d.c. invece ci sarebbe stato un annebbiamento dottrinale ed ecclesiale totale, praticamente una Chiesa storica “contro” quella di Nostro Signore. Da diverso tempo infatti una certa parte di studiosi cercano di far figurare il primo imperatore cristiano come il vero fondatore del cristianesimo: colui che avrebbe stabilito il canone del Nuovo Testamento, colui che avrebbe deciso politicamente la divinità di Nostro Signore, colui che insomma avrebbe cambiato il corso della fede e della storia. Un’evidente deformazione ideologica che non può non impensierire il credente in quanto tale deformazione viene accolta e supportata da ricerche presentate come rigorose e storiche, e approfondita teologicamente proprio da alcuni uomini di Chiesa. Dall’altra parte vi è invece una corrente che vuol vedere nei martiri cristiani dei primi secoli e nello stesso Costantino, in particolare per l’editto di Milano, come dei precursori delle dottrine conciliari sulla libertà religiosa. Nel nostro articolo cercheremo di ristabilire la verità storica da esporre, con uno sguardo il più completo possibile, il grande contributo dell’Editto costantiniano, una vera pietra miliare per la storia della Chiesa e per la fede.

LE PERSECUZIONI

Prima di esaminare la figura di Costantino, una domande tra le altre si impone per ben capire da un lato l’importanza e la verità sulla reale dottrina cattolica concernente la libertà religiosa dall’altro per comprendere l’eccezionale atto di Costantino, dato che non erano passati neanche otto anni, non un eternità, dalla Grande Persecuzione; perché fra circa quattromila tra religioni e sette esistenti nei domini di Roma l’unica perseguitata per tre secoli fu proprio il Cristianesimo?

È necessario, a nostro avviso, inquadrare nella loro vera luce gli eventi delle perseczioni, non solo per sfatare gli odierni miti volti a deleggitimarne la portatata o a modernizzarli facendone dei campioni ante liteeram della pseudo dottrina conciliare sulla libertà religiosa, ma anche e soprattutto per comprendere meglio l’importanza e la profondità della provvidenziale svolta costantianiana. In generale le persecuzioni, tra fasi alterne tra generali e locali, andarono dal 64 d.c. (sotto l’Imperatore Nerone, senza contare quelle da subito patite per opera del sinedrio come narrano gli Atti degli Apostoli) al 313 d.c. e consistettero in fenomeni di aggressiva intolleranza popolare verso la religione cristiana e i suoi fedeli e nell’assimilazione della religione cristiana ad un crimine contro lo Stato, con la conseguente condanna dei fedeli della nuova religione. Per rispondore dunque alla domanda d’apertura bisogna considerare vari aspetti. I motivi sono da una parte nella dicotomia tra verità ed errore insita nella dottrina divina consegnata alla Chiesa, dall’altra nell’incomprensione e il conseguente odio da parte del mondo pagano. Le accuse popolari nei confronti dei cristiani erano distorsioni del reale legate al fatto che i fedeli di Cristo si comporrtavano da “separati in casa” rispetto ai pagani, pur essendo obbedienti e normalissimi cittadini[i]. Le cause, più decisive, delle persecuzioni sono però legate alla concezione romana della religione e dei suoi rapporti con lo Stato. Nell’antica Roma l’Imperatore era Pontifex Maximus e rappresentava dunque la massima autorità religiosa, oltre che ovviamente la massima autorità politica. Lo storico Tito Livio ha descritto bene la strutturale dipendenza della religione dal potere politico, definendo il culto romano instrumentum regni[ii]. In altre parole l’Imperatore promuoveva ovunque il culto della sua persona nella consapevolezza che la sua divinizzazione costituiva un supporto importantissimo per imporre l’obbedienza ai suoi sudditi. A partire da Ottaviano Augusto la divinità imperiale è diventato un titolo immancabile: il divus Augustus, il divino Augusto, era il titolo ricorrente in tutte le festività, in tutte le celebrazioni dei giochi imperiali e gladiatori in tutte le città dell’Impero. Il tutto era volto a pacificare religiosamente tutto l’Impero, continuando a far coesistere contemporaneamente qualsiasi culto purché accanto al proprio si accettasse quello statale e la propria fede si incanalasse in questo alveo così da potersi pacificamente inserire nella società romana senza turbarne la pace ( notare le evidenti analogie odierne ndr). Pertanto sin da subito i romani identificarono nel Cristianesimo quello che consideravano un empio “ateismo” inteso come rifiuto delle divinità dello stato[iii]. Questo tradimento nei confronti degli dèi “statali” per i romani minacciava la pax deorum e l’autorità dell’imperatore quale pontefice massimo, o veniva visto come la prova di intenzioni politiche sovversive. La fede cristiana comporta il rifiuto di qualsiasi altro culto, il desiderio di conquista spirituale delle anime e della società tutta alla legge di Dio. Un’ opposizione insanabile dunque e una libertà, derivata dalle verità di fede cristiane, completamente volta ad un altra patria, quella soprannaturale; i cristiani avevano coscienze incoartabili nella loro determinazione volta a far sì che la fede trionfasse ad ogni costo, tanto da essere definiti “odiatori del genere umano”[iv]. Quindi la nuova religione non poteva accettare la sudditanza nemmeno solo formale nei confronti dei falsi dèi e della politica romana che era diventata una religione, poiché era chiaro sin da subito che i cristiani volessero, mossi dalla volontà di Dio, per se stessi e per gli altri solo la vera ed unica religione. E la politica romana non poteva accettare come religio licita una fede che rifiutava non solo la divinità del capo politico che rappresentava Roma stessa, ma qualsiasi altra divinità. Pertanto non si chiedeva ai cristiani tanto di rinnegare il proprio Dio ( ovvio che questo veniva loro richiesto qualora si manifestava in sede pubblica la loro ostinata determinazione): ai cristiani si chiedeva di aggiungere sincretisticamente al culto del proprio Dio quello dell’imperatore e degli altri dèi[v]. I cristiani non potevano cedere a tale richiesta e questo unito al rifiuto di prestare il culto all’imperatore venne interpretato dalle autorità politiche romane nell’unico modo che ad esse pareva sensato: come un atto di odio verso la società, di ottusità, di lesa maestà, di superstizione, di sedizione, come un attacco allo Stato e un turbamento sociale da reprimere per garantire l’ordine pubblico[vi]. La prima persecuzione, limitata entro le mura di Roma, avvenne durante il regno di Nerone, nel 64 d.c., in cui i Santi Apostoli Pietro e Paolo subirono il martirio, e fu dovuta non soltanto alla ricerca di un capro espiatorio da parte dell’imperatore per il grande incendio di Roma, come ci narrano Svetonio e Tacito, ma proprio per estirpare sul nascere quello che era già considerato un pericolo come viene raccontato dallo storico latino Tacito: «Il grande incendio di Roma del 64 provocò una breve ma forte persecuzione da parte di Nerone, il quale contava, innanzitutto, di servirsi dei cristiani come capri espiatori e poi di sopprimere questa ‘perniciosa superstizione’ (…)».

Nei secoli successivi le persecuzioni furono continue: ci furono dei rescritti generali emanati dagli imperatori contro i cristiani (persecuzione diretta), alternati ad alcuni periodi di relativa tranquillità, ed episodi autorizzati da governatori delle province sotto impulso popolare, ma comunque permessi da Roma (persecuzione indiretta) .

Interessante è notare alcune testimonianze che mostrano l’atteggiamento irriducibile dei persecutori e anche dei perseguitati. I cristiani erano i migliori, i più leali e i più onesti tra i sudditi dell’Impero, non commettevano nessun reato, se non appunto la loro stessa fede. Ecco l’esemplare corrispondenza tra Plinio il Giovane, governatore della Bitinia e l’imperatore Traiano (II sec.) Plinio a Traiano: “Non intervenni mai ai processi dei Cristiani: non so, di conseguenza, che cosa e fino a che punto si sia soliti punire… con coloro che mi venivano denunciati come Cristiani, mi sono comportato in questo modo: ho domandato loro se fossero Cristiani; i confessi li ho interrogati di nuovo e di nuovo ancora, una terza volta, minacciandoli della pena capitale; a questa ho ordinato fossero condotti quelli che perseveravano. Non nutrivo dubbi, infatti, sul punto che, qualunque fosse l’oggetto della confessione, si dovesse punire la caparbietà e l’inflessibile ostinazione. Ma nulla trovai, se non una perversa, sfrenata superstizione….” Traiano a Plinio: “Hai agito come dovevi, o mio Secondo, nell’esaminare le cause di coloro che ti furono denunciati come Cristiani. Non si può, infatti, stabilire una norma che valga indifferentemente in ogni caso, quasi che abbia, di per sé, carattere di assoluta certezza. Non debbono essere ricercati: se, invece, sono denunciati o accusati, devono essere puniti, in modo, nondimeno, che chi abbia negato di essere Cristiano in maniera evidente, ovvero supplicando i nostri dei…”. Come si vede qui addirittura si arriva all’assurdo giuridico, confermato poi dai successori, di ordinare di non ricercare i cristiani, quindi non considerandoli criminali, ma di punirli come tali solo se accusati. Vediamo ancora l’interessantissima testimonianza di un processo:

Atti dei martiri di Scillio (fine II sec.) : “1. Essendo consoli Presente e Claudiano, a Cartagine, dopo aver trascinati in tribunale Sperato, Nartzalo e Cittino, Donata, Seconda e Vestia, il proconsole Saturnino disse: Potrete meritare l’indulgenza del nostro imperatore se ritornerete a sani propositi. 2. Sperato: Non abbiamo mai fatto del male, né mai abbiamo dato opera ad alcuna iniquità; mai abbiamo portato ingiuria, ma maltrattati abbiamo reso grazie: e perciò teniamo in onore il nostro imperatore. 3. Il proconsole: E noi siamo religiosi e semplice è la nostra religione; noi giuriamo per il genio del nostro imperatore e porgiamo suppliche agli dei per la sua prosperità: ed è ciò che anche voi dovete fare. 4. Sperato: Se ascolterai tranquillamente ti dirò un mistero di innocenza. 5. Il proconsole Saturnino: Non porgerò le mie orecchie a te che inizi a dir male della nostra religione; piuttosto giurate per il genio del nostro imperatore. 6. Sperato: Io non riconosco l’impero di questo secolo, ma servo quel Dio che nessun uomo ha visto né può vedere coi suoi occhi. Non ho commesso alcun furto: se acquisto qualche cosa pago l’intero prezzo, perché conosco il mio Signore, che è l’imperatore dei re di tutti i popol”. Ecco poi cosa e come vivevano la fede i cristiani nello spaccato offerto dalla preziosa testimonianza offertaci dalla anonima lettera “a Diogneto”: “V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri…5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati…8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. 12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti…condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.”

È importante rilevare che in qualsiasi momento l’autorità imperiale avrebbe potuto interrompere le persecuzioni sia dirette che non, ma non lo fece proprio a causa di un’evidente volontà contraria alla fede cristiana; volontà che fu sospesa da qualche imperatore che concesse sì dei rescritti di tolleranza e restituzione ma solo per meri motivi di opportunità politica: nei periodi di anarchia militare e di pressione ai confini, Roma preferiva la momentanea pax religiosa salvo poi riprendere le persecuzioni in periodi di calma interna ed esterna ai confini[vii].

 

Come dunque si evince dalle testimonianze, apologetiche e non, i cristiani erano leali ed onesti sudditi dell’Impero, non commettevano nessun reato “ordinario” (furti, omicidi, rivolte armate, sedizione o turbativa dell’ordine pubblico) e pagavano le tasse regolarmente, il loro crimen era la loro stessa fede, erano puniti in quanto cristiani per odium fidei[viii]. L’ultima e più grave persecuzione, la Grande Persecuzione iniziata da Diocleziano ( imperatore dal 285 al 305 d.c.) e proseguita dai suoi colleghi Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro, mostra da un lato l’atto supremo di questa insanabile rottura mondo pagano/fede, dall’altro il compiersi dei disegni della Divina Provvidenza. I governanti romani di cui sopra non nascondevano la loro avversità contro il Cristianesimo e anzi, nelle loro giurisdizioni, non mancavano di attuare forme più o meno celate di persecuzione. Galerio, in particolare, cacciò con disonore o giustiziò come disertori un gran numero di soldati e ufficiali cristiani, alimentando l’opinione che quei fanatici erano un pericolo per la sicurezza pubblica e per lo stesso Impero[ix]. A preoccupare i governanti romani erano i progressi e la diffusione del cristianesimo, che si era ormai infiltrato dappertutto e che pretendeva di essere il solo depositario della verità: oramai secondo Roma i Cristiani avevano creato uno Stato nello Stato, che era già governato da proprie leggi e magistrati, possedeva un tesoro e manteneva la coesione grazie alle frequenti riunioni tenute dai vescovi, soprattutto quelle tenute dal vescovo di Roma, ai cui decreti le chiese locali obbedivano ciecamente[x]. Per l’imperatore occorreva intervenire prima che i cristiani acquistassero anche una forza militare.La persecuzione iniziò il 23 febbraio 303con un editto imperiale che imponeva la distruzione delle chiese e dei libri di culto, vietava le riunioni tra cristiani, sanciva la perdita di carica e di privilegi per i cristiani di alto rango, l’impossibilità di raggiungere onori ed impieghi per i nati liberi, e di poter ottenere la libertà per gli schiavie stabiliva l’arresto di alcuni funzionaristatali. Pochi mesi dopo il primo, un secondo editto ordinò l’arresto di tutto il clero, con l’intenzione di cancellare definitivamente la struttura della Chiesa[xi]. Un terzo editto mirò a svuotare le carceri che in tal modo risultavano sovraffollate: i prigionieri dovevano essere costretti a sacrificare con ogni mezzo agli dèi pagani, e poi liberati; come detto lo stesso esercito romano venne decimato alla ricerca di cristiani[xii]. L’ultimo editto, all’inizio del 304, impose a tutti i cittadini dell’impero (ma era ovviamente indirizzato ai Cristiani dato che rimarcava un’ovvietà) di sacrificare agli dèi statali; pene severe erano previste anche per chi proteggeva i Cristiani[xiii]. Lo storico cristiano Eusebio di Cesarea definirà una vera guerra gli anni che seguirono: molti furono i lapsi, i “perduti” che per debolezza apostatarono[xiv], ma anche e soprattutto molte migliaia di santi martiri come mai sino ad allora[xv].

A conclusione di questo breve e incopleto excursus si evince che: 1) Nell’Impero Romano è sempre esistita de facto et de jure la libertà religiosa per tutte le circa quattromila o forse più religioni, confessioni e sette varie presenti nei suoi territori, tranne che per i cristiani 2) I cristiani consideravano Gesù il solo e vero Dio, nè tantomeno i cristiani hanno mai propugnato la libertà/indifferentismo religioso, nè del resto lo fece il magistero d’allora[xvi] che invitava a resistere ad oltranza nonostante non venisse richiesto di abbandonare completamente la loro fede, ma di includerne sincretisticamente delle altre. 3) I cristiani per ovvi motivi, facevano proseliti, col solo scopo di strappare anime dai falsi dèi e alle superstizioni pagane, e questo era un altro motivo di odio da parte romana.

 

Roberto Bernardi

 

Note

[i] Sant’Agostino, Contra Celso

[ii] Tito Livio, Ab Urbe Condita libri

[iii] Nicola Abbagnano, Dizionario di Filosofia

[iv] Tacito, Annales XV

[v] Acta martyrum e Eusebio di Cesarea Historia ecclesiastica e AA.VV. a cura di L. Pietri, Storia del Cristianesimo

 [vi] Gibbon, Decadenza e caduta dell’Impero Romano, vedi anche gli Acta martyrum e la Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea

 [vii] Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri, e Gibbon, op.cit. , e Lepelley op.cit.

[viii] Ammiano Marcellino op.cit., Tacito op.cit

[ix] Gibbon, op. cit., pp. 261-265, A. Marcone La politica religiosa in AA.VV. , Storia di Roma

[x] M. Sordi, I Cristiani e l’Impero Romano, p. 24-29, cfr Gibbon op.cit.

[xi] A. Marcone, La politica religiosa in AA.VV. ,Storia di Roma p. 239 menziona un’iscrizione rinvenuta a Colbasa in Panfilia che attesta agevolazioni fiscali per le regioni che collaboravano contro i cristiani.

[xii] Lattanzio, De mortibus persecutorum capp. XXXV e XXXIV, W.A. Meeks Il cristianesimo in AA.VV. Storia di Roma

[xiii] A. Marcone, op.cit. e W.H.C. Frend, Martyrdom and Persecution in the Early Church

[xiv] Meeks cit. p. 299. A p. 300 l’autore aggiunge: “In ogni caso la conversione della gran maggioranza dei cristiani fu senza dubbio meno radicale di quanto i loro capi avrebbero desiderato”, spiegando che la maggior parte dei cristiani era inserita nella società in quasi ogni ceto. Anche Tertulliano ne dà conferma, v. Frend, 2006 cit. p. 512.

[xv] W.A. Meeks op.cit.

[xvi] Liber pontificalis, epistole dei papi Damaso I e Milziade