Costantino e la nascita della Societas Christiana (parte 2 di 3)

costantino

LA FIGURA DI COSTANTINO E L’EDITTO

Le persecuzioni finiscono nel quarto secolo con l’editto di Milano del 313d.c. con cui viene garantita a tutti i sudditi dell’Impero romano la libertà di adottare e professare la religione di loro scelta e in particolar modo (novità assoluta) stabiliva che i cristiani fossero lasciati in pace. Riconoscendo la libertà di culto per i cristiani, l’Imperatore Costantino rinunciava all’esercizio delle funzioni effettive di Pontifex Maximusrinunciava al monopolio della religione, oltre che della politica[i]. È bene a questo punto inquadrare gli eventi forieri di questi eccezionali atti. Questa svolta ha avuto come protagonista un Imperatore che , come riporta la  testimonianza degli Actus Beati Sylvestri[ii] del IV secolo (il suo battesimo da parte di papa San Silvestro I) e altre testimonianze storiche attendibili come Lattanzio, si è convertito e si fece battezzare nel 312 d.c. all’indomani della vittoriosa battaglia di ponte Milvio. Costantino, nominato Cesare nel 306, è impegnato nel confronto contro l’usurpatore Massenzio, figlio di Massimiano, che tiranneggia Roma. Con il suo esercito Costantino consegue alcune vittorie e si avvicina alla capitale. Prima della battaglia decisiva, in netta inferiorità numerica e allettato in quanto malato garvemente ( Lattanzio parla di lebbra ma oltre che fisica può essere intesa anche malattia in senso spirituale ovvero il suo paganesimo) , nella giornata più importante della sua vita, l’imperatore è inquieto e riflette su quale debba essere il suo theòs boethòs, il “dio protettore”.

Impegnato in queste riflessioni, Costantino ha una visione: a mezzogiorno nel cielo si forma una croce di stelle accompagnata da una frase: IN HOC SIGNO VINCES – (Εν Τουτω Νικα) “In questo segno, vincerai”. L’imperatore non comprende a pieno l’avvenimento, ma di notte, in sogno, Cristo gli spiega il significato del segno. Al mattino, convoca i cristiani che militano nelle fila del suo esercito e chiede delucidazioni sulla loro fede, poi fa convocare dei sacerdoti. Infine fa la sua scelta: il monogramma di Cristo avrebbe protetto il suo esercito di lì in poi (il labaro imperiale avrebbe campeggiato sulle legioni fino alla caduta di Roma col simbolo cristiano) e il cristianesimo sarebbe stato la sua religione.Come detto chiede e riceve il battesimo da papa San Silvestro I in persona e miracolosamente guarisce dall’infermità. Il 29 ottobre 312, Costantino riporta la vittoria definitiva a Ponte Milvio ed entra trionfante a Roma. La  svolta tuttavia è e resta sostanziale e visibile, storicamente, anche in altri diversi momenti. Il 313 d.C. è l’anno dell’Editto di Milano[iii], con il quale il Cristianesimo ottiene la libertà di culto, in esso si ordinava la restituzione ai Cristiani e alla Chiesa dei beni confiscati, e , cosa del tutto nuova, il Cristianesimo veniva messo alla pari delle altre religioni; inoltre ( altra novità assoluta) nel testo non vengono evocati gli dèi tradizionali ma un’unica divinità.  Lo stesso imperatore, scrivendo ad un suo corrispondente che chiedeva chiarezza[iv], concludeva dicendo che aveva ritenuto opportuno abrogare le precedenti leggi contro i Cristiani perché le riteneva odiose e del tutto contrarie alla mansuetudine di quella religione. Costantino conosceva benissimo gli atti dei suoi predecessori[v] e la legislazione precedente, non avrebbe avuto senso un doppione giuridico tale da ribadire una generale libertà religiosa che, come ricordato, era da sempre diritto per tutte le sette e confessioni tranne che per il cristianesimo.  Costantino appoggiò comunque la religione cristiana sia con la legislazione[vi] sia con atti più “pratici” costruendo basiliche a Roma, Gerusalemme e nella stessa Costantinopoli; conferì alle chiese il diritto di ricevere beni in eredità e quelle maggiori, in primis la prima e il capo di tutte, quella romana, furono dotate di vaste proprietà[vii]; diede ai vescovi privilegi e poteri giudiziari; concesse gli episcopalis audientia, i tribunali vescovili sorti per dirimere le controversie fra clericali, ma di cui successivamente fu concesso l’utilizzo anche nei processi fra laici, purché le parti ne facessero espressamente richiesta[viii], infine Costantino stabilì anche un’ingente donazione in favore della Sede Apostolica. La legislazione costantiniana in materia religiosa andò nettamente a disincentivare, scoraggiare, svuotare di senso e soprattutto a reprimere la religione pagana[ix] anche se tali leggi ancora non furono applicate capillarmente per motivi prudenziali.

Le scelte dell’imperatore romano riguardanti gli usi della magia e degli aruspici, e le leggi riguardanti i templi pagani e gli spettacoli che si svolgevano nelle arene degli anfiteatri sono significative del suo atteggiamento. Una legge proibiva i combattimenti tra gladiatori nelle arene degli anfiteatri (tali combattimenti erano pesantemente condannati dai cristiani ma erano molto graditi ai pagani), e da altre leggi emanate da Costantino traspare con evidenza che egli disprezzava sia l’aruspicina ( il divinare sulle interiora di animali sacrificati) pubblica (benchè mantenuta per scopi prudenziali) sia quella privata[x]. Gli autori cristiani[xi] ci dicono infine che Costantino emanò una legge che ordinava la chiusura dei templi pagani: in linea generale la legge emanata da Costantino fu applicata, sempre per motivi di opportunità, a quei templi nei quali si svolgeva la prostituzione sacra mashile e femminile oppure particolarmente prestigiosi nell’universo religioso pagano, o situati in città ove si erano verificati episodi di violenza contro i cristiani. Sappiamo anche sia da fonti cristiane e pagane che in alcune città nelle quali vennero chiusi i templi pagani scoppiarono rivolte popolari, tanto che Costantino dovette inviare l’esercito per sedarle[xii]. La legge che prescriveva la chiusura dei templi pagani e la confisca dei beni venne applicata in pochi casi ma più per lo scopo di dimostrare la scelta religiosa di Costantino[xiii] e che egli conduceva una politica religiosa favorevole alla fede cristiana. Da tutte queste leggi è evidente comunque che tutte le cerimonie pagane, sia quelle momentaneamente salvate sia quelle solo localmente impedite, furono svuotate di senso[xiv]. Dall’altra parte la politica di Costantino mirava  a creare anche una base salda nella stessa religione cristiana, di cui era dunque importantissima l’unità della fede: per questo motivo indisse diversi concili.

Nel 314 convocò il concilio di Arles ( Arelate ) contro i donatisti, che più avanti approfondiremo, e ancora nel 325 convocò a Nicea il primo concilio generale, che lui stesso  inaugurò, per risolvere la questione dell’eresia ariana[xv] che fu condannata. In seguito si fece promotore di legislazioni e interventi armati contro le eresie donatista e ariana[xvi]. Anche se più avanti esplose la crisi ariana resta provvidenziale la riforma dello stato romano da lui realizzata.  La più importante riforma che appunto emerge dalla legislazione costantiniana è il fatto che sia riconosciuta una categoria prima inammissibile: quella dell’eresia[xvii]. Tale questione, già emersa con la crisi donatista, si avviava verso un’ evoluzione che finì, con Teodosio I, per considerare l’ortodossia cattolica legge dello Stato, annullando di fatto la libertà religiosa indifferentista inizialmente proclamata dall’Editto di Galerio del 311[xviii]. Costantino condannò le dottrine degli altri eretici (Novaziani, Valentiniani, Marcioniti, Paulianisti e Catafrigi) con un severo giudizio e proibì loro il diritto di riunione, ordinando il sequestro di tutti gli edifici in cui si riunivano e consegnando i loro luoghi di preghiera alla Chiesa cattolica[xix]. In conclusione si può dire che Costantino non ha emanato un editto  per la libertà religiosa, che come visto era già di diritto per tutti i culti  tranne che per quello cristiano, ma per il diritto, la libertà di seguire l’unica e vera religione, riconosciuta e accettata come tale dall’imperatore in primis e in seguito per zelo portata a tutto il suo regno.

D’altronde sarebbe stato un controsenso giuridico stabilire ciò che per secoli era già legge, ovvero l’indifferentismo religioso di stato. Infine è vero che il cristianesimo non era ancora religione di Stato, poiché ancora minoritario, benché ormai larghe fasce della popolazione e dell’apparato statale lo professassero, ma senza dubbio si può parlare di un primo riconoscimento del vero culto dato il fatto incontestabile che l’editto di Milano si rivolga ad hoc al cristianesimo. Correlata e conseguente alla questione sull’unicità e l’importanza dell’editto di Milano vi è la questione sulla sincerità della conversione di Costantino. L’Imperatore è stato tacciato, e lo è tuttora dai suoi detrattori cattolici e non che vorrebbero così giustificare la loro teoria della sovrapposizione della Chiesa costantiniana a quella “vera” dei primi secoli, di aver usato politicamente il cristianesimo per ottenerne, vista la sua natura aggregante, una nuova unità religiosa da trasporre a livello politico inserendosi nella tradizione greco-romana che,  come visto, vedeva nella religione il miglior  instrumentum regni; tant’è vero dicono codesti critici, forzando l’interpretazione di fatti realmente verificatisi,  che l’imperatore lasciò in vigore ancora usi e riti pagani con templi, festività, sacrifici e scuole oltre al fatto già ricordato che per codesti detrattori altri imperatori prima di Costantino avrebbero emanato editti di tolleranza per i cristiani. È certo che, come abbiamo sufficientemente esaminato, l’azione di Costantino impresse una svolta epocale nella politica statale romana, ma considerare meramente politiche quelle motivazioni significa far ragionare un imperatore del periodo romano tardo antico come un uomo politico del nostro tempo, con un evidente anacronismo. Ciò premesso, cercheremo ora di affrontare la vexata quaestio sulla sincerità o meno della conversione di Costantino al cristianesimo. La  “svolta” nella vita dell’imperatore è e resta sostanziale e visibile, storicamente, anche in altri diversi momenti oltre il celebre editto da lui emanato, le testimonianze sulla sua conversione e la legislazione da lui emanata già esaminata. Alcuni momenti, evidenti e non, della sua vita, che purtroppo  vengono spesso omessi, sono di capitale importanza per capire l’intima convinzione di Costantino. Il mancato sacrificio a Giove Ottimo Massimo rappresenta uno di questi momenti: tradizionalmente dopo una vittoria, infatti, i trionfatori romani si recavano sul Campidoglio e sacrificavano a questa divinità. Costantino invece, dopo aver sconfitto Massenzio, entra a Roma, ma non si reca a celebrare il consueto sacrificio[xx].  Nell’anonimo panegirico pagano del 313[xxi], l’autore anticristiano, imbarazzato, parla di inconsueta “fretta” dell’imperatore, adombrando così la mancata ascesa al Campidoglio del vincitore di Ponte Milvio[xxii].

L’orientamento religioso di Costantino, e parallelamente l’autorità ed il prestigio della Sede Apostolica[xxiii], si palesa ancora di più nella prima lettera scritta dal sovrano sulla questione donatista di cui sopra: nel 313 l’imperatore, scrivendo al suo proconsole Anulino[xxiv], prese posizione a favore del reinsediamento del vescovo di Cartagine Ceciliano spodestato dall’eresiarca Donato e dai suoi seguaci (donatisti) i quali ritenevano nulli tutti i sacramenti, e quindi anche le consacrazioni episcopali, conferiti a e da chierici e prelati in peccato mortale ( quello specifico in questione fu la consegna da parte di chierici per debolezza dei libri sacri durante la Grande Persecuzione) negando perciò la definizione dogmatica dell’efficacia sacramentale che avviene ex opere operato. Costantino, volendo dirimere tale questione per zelo e per l’unità della fede, appoggiò la convocazione[xxv] da parte di papa Milziade di un concilio a Roma[xxvi] che condannò Donato e l’usanza donatista di ribattezzare i peccatori. I donatisti reagirono con rivolte ma l’imperatore si fece promotore del già menzionato concilio che si tenne ad Arles nel 314 e che ribadì le condanne di quello di Roma. Inoltre la legislazione ordinante la repressione del donatismo raccolta nel XVI libro del Codice teodosiano, particolarmente intensa tra il 319 e il 321, rappresenta un altro momento dal quale si evince questa sua “svolta”[xxvii].

Altro momento è costituito dal fatto che Costantino ha introdotto per primo l’obbligo della celebrazione pubblica della domenica[xxviii]: così è entrata nell’Impero e si è diffusa in tutto il mondo, la scansione dei sette giorni settimanali e la celebrazione pubblica del dies dominica. Ulteriore momento, ma altrettanto importante e determinante come spiegazione convincente delle motivazioni che caratterizzarono la scelta dell’imperatore romano, deve considerarsi un dato storico importante che un uomo politico esperto ed intelligente come Costantino non poteva non tenere in debita considerazione, e cioè che durante il periodo nel quale egli regnò la grandissima maggioranza dei suoi sudditi erano pagani[xxix]. Quando Costantino si convertì alla religione cristiana dovette guardarsi da un doppio pericolo, ovvero l’ostilità delle masse popolari e l’antipatia dell’esercito[xxx].

A ben vedere, agli occhi anche degli storici pagani dell’epoca[xxxi], la decisione dell’imperatore appariva un vero azzardo, prima ancora che religioso ( per i pagani l’ira degli dèi traditi avrebbe colpito Roma) soprattutto politico: da una parte la fallimentare azione di violenza contro i cristiani, i vistosi limiti della grande riforma di ordine amministrativo ed economico voluta da Diocleziano, la macchinosa struttura dell’amministrazione imperiale; dall’altra il fatto che i cristiani costituivano ancora una evidente minoranza anche se in crescita: pagani erano ancora in larga parte gli strumenti essenziali del potere (esercito e burocrazia)[xxxii], nonché la grande maggioranza della classe politicamente e socialmente egemone, nonostante come si è detto le conversioni fossero costantemente in aumento; i sentimenti anticristiani ampiamente diffusi tra gli intellettuali e più in generale l’estraneità religiosa della Chiesa agli ideali dell’ellenismo e della romanità[xxxiii].

Basti ricordare che la menzionata persecuzione scatenata da Diocleziano colpì in primo luogo i cristiani che possedevano un qualsiasi tipo di potere nell’impero romano e successivamente tutti coloro che più in generale professavano la religione cristiana, poiché Diocleziano non voleva soltanto diminuire il numero dei cristiani, ma voleva anche eliminarne il  prestigio[xxxiv]. Insomma l’imperatore giocava una carta incerta e pericolosa agli occhi dello stesso mondo da cui veniva. Gli storici sono concordi nell’affermare che la percentuale di cristiani esistenti nell’impero romano al tempo del regno di Costantino era inferiore al venti per cento[xxxv] della popolazione totale dell’ impero romano: senz’altro la religione più numerosa, considerando il frazionamento del paganesimo in migliaia di culti, ma certamente non ancora egemone. Un secondo dato da tenere in conto è che l’imperatore si trovò a governare in un momento molto difficile della storia romana, nel quale si ebbe un forte aumento della frequenza e della violenza dei conflitti sociali nonché un evidente degrado delle città dovuto sia alle invasioni barbariche sia alla grave crisi economica che cominciò nel III e si aggravò nel IV secolo[xxxvi].

La crescente massa di poveri era sempre più incline a commettere azioni violente sia contro i ricchi sia contro i rappresentanti del potere imperiale sia contro i cristiani rei di essere empi atei, cosicché l’esercito dovette intervenire spesso e in molte città per evitare il linciaggio di personaggi particolarmente odiati dai membri delle classi popolari[xxxvii]. Come abbiamo sopra accennato, trattando della falsa questione della sincerità della conversione di Costantino, gli imperatori romani che governarono in questo periodo  molto difficile si preoccuparono di non prender decisioni che avrebbero potuto far ulteriormente sollevare il popolo, mettendo a rischio sia il trono sia la loro stessa vita. Anche Costantino si rese conto della necessità di evitare decisioni in politica religiosa che contribuissero ad aumentare ulteriormente il livello e l’intensità dei conflitti sociali esistenti: infatti le legislazioni “antipagane”, di cui si è parlato sopra, furono parziali o mirate solo ad alcuni contesti e luoghi per i suddetti motivi di prudenza.

Ma è evidente che se Costantino si fosse convertito per un mero calcolo politico si sarebbe trattato di un clamoroso errore in quanto la conversione poteva solo creargli problemi e non dargli alcun vantaggio, poiché la maggioranza dei suoi sudditi come visto era ancora pagana e i cristiani  erano una minoranza che, come si è sufficientemente visto sin dalle persecuzioni, non godeva delle simpatie della ancora gran parte delle masse popolari né degli appartenenti agli ambienti militari e degli intellettuali dell’impero romano (benchè, ripetiamo, la sua rapidissima, pacifica ed istantanea diffusione tra il popolo e proprio fra quelle elite sia stata, per tutti gli storici di ogni epoca, stupefacente e miracolosa) . Se fosse vera l’ipotesi della conversione per calcolo politico bisognerebbe concludere che Costantino sia stato un politico molto scadente, il che non corrisponde al vero, in quanto Costantino fu non solo un valoroso condottiero ma anche un avveduto ed esperto uomo politico.

Concludendo per quanto riguarda i motivi prima accennati che indussero, o per meglio dire costrinsero, Costantino a praticare una politica religiosa basata a volte su un apparente sincretismo religioso ( altra insinuazione prima affrontata) e a “smorzare”  la sopra menzionata legislazione contro taluni culti pagani, pur essendosi egli convertito alla religione cristiana,  in base a quanto appena detto, non sono difficili da comprendere. Come ultimo atto volto a significare la sua reale e sentita conversione, fece edificare la protobasilica di San Pietro e per la sua sepoltura  fece costruire un mausoleo vicino alla chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, tra le reliquie di questi ultimi[xxxviii]. Per completezza è doveroso ricordare che Costantino immediatamente riconobbe la dottrina sull’autorità pontificia ( dottrina di sempre non invenzione estemporanea) e la somma ed universale regalità di Cristo nella persona del papa, oltre che con gli atti già citati anche con altri gesti assai significativi tra cui: la dignità per il papa di indossare i calzari imperiali rossi che solo l’imperatore poteva indossare ( le attuali scarpe rosse del papa rappresentano questo oltre al significato teologico dei piedi forati di Gesù), la scorta papale di dodici pretoriani con i fasci littori che era un’ altra esclusiva imperiale, il fatto che quando Costantino abbandonò Roma per Costantinopoli lasciò l’Urbe in mano al papato con le insegne imperiali e l’aver fatto costruire un nuovo monumento e la protobasilica vaticana per accogliere le spoglie di San Pietro da Costantino in persona avvolte nel drappo funebre di porpora e oro esclusiva assoluta delle sepolture imperiali (drappo le cui tracce di oro e porpora lasciate sulle ossa del Principe degli Apostoli hanno permesso, durante la ricognizione voluta da Pio XII, l’ulteriore certezza, già consolidata dalla tradizione, sull’autenticità delle spoglie di San Pietro).

 

Per concludere ecco la naturale, come si è sufficientemente mostrato,  continuazione e compimento ( e non rottura come taluni vorrebbero) dell’ editto di Milano[xxxix]: l’editto di Tessalonica ed i successivi provvedimenti[xl], comprendenti anche la pena di morte per chi officiasse riti pagani, che segnarono definitivamente la vittoria dei diritti della fede e della Chiesa. Firmato dagli imperatori Teodosio I,  Graziano e Valentiniano II, l’editto di Tessalonica dichiara il Cristianesimo unica religione ufficiale dell’impero e proibisce i culti pagani. Contro gli eretici esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle definizioni del concilio di Nicea: «Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro dominio, grazie alla nostra carità, rimangano fedeli a questa religione, che è stata trasmessa da Dio a Pietro apostolo, e che egli ha trasmesso personalmente ai Romani, e che ovviamente (questa religione) è mantenuta dal Papa Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, persona con la santità apostolica; cioè dobbiamo credere conformemente con l’insegnamento apostolico e del Vangelo nell’unità della natura divina di Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono uguali nella maestà e nella Santa Trinità. Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge. Gli altri li consideriamo come persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici, e alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa; costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste.»

Roberto Bernardi

 


[i] Gibbon op.cit. , A. Marcone op.cit., e Ammiano Marcellino op.cit. ( riporta A. Meeks che  benché Ammiano fosse un pagano, egli, nella sua opera, scrive senza astio del Cristianesimo. Particolarmente importante è la sua testimonianza della persecuzione dei cattolici da parte dell’imperatore Costanzo, cristiano ma di confessione ariana, perché conferma che il vescovo di Roma, all’epoca della persecuzione, papa Liberio, era considerato la somma autorità nella Chiesa.)[ii] Sono un documento che riporta episodi della vita di papa San Silvestro I, tramandati in diverse versioni da numerosi manoscritti, in latino, in greco e in siriaco. Le sezioni del documento trattano delle opere e delle riforme liturgiche del papa, del battesimo di Costantino I (Conversio Constantini) e di una discussione tra il papa e dodici rabbini. Le sezioni furono assemblate tra la fine del IV e la metà del V secolo. Gli Actus Silvestri sono menzionati la prima volta nel Decretum Gelasianum, documento attribuito a papa Gelasio I (492-496). All’episodio di Costantino guarito miracolosamente dalla lebbra per mezzo del suo battesimo dopo la battaglia di ponte Milvio alluderebbe anche l’iscrizione di un mosaico nella basilica di San Pietro in Vaticano, dell’epoca di papa Leone I (440-461).
[iii] “ …Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, giungemmo sotto felice auspicio a Milano ed esaminammo tutto quanto riguardava il profitto e l’interesse pubblico, tra le altre cose che parvero essere per molti aspetti vantaggiose a tutti, in primo luogo e soprattutto, abbiamo stabilito di emanare editti con i quali fosse assicurato il rispetto e la venerazione della Divinità: abbiamo, cioè, deciso di dare ai cristiani e a tutti gli altri libera scelta di seguire il culto che volessero, in modo che qualunque potenza divina e celeste esistente possa essere propizia a noi e a tutti coloro che vivono sotto la nostra autorità. Con un ragionamento salutare e rettissimo abbiamo perciò espresso in un decreto la nostra volontà: che non si debba assolutamente negare ad alcuno la facoltà di seguire e scegliere l’osservanza o il culto dei cristiani, e si dia a ciascuno facoltà di applicarsi a quel culto che ritenga adatto a se stesso, in modo che la Divinità possa fornirci in tutto la sua consueta sollecitudine e la sua benevolenza. Fu quindi opportuno dichiarare con un rescritto che questo era ciò che ci piaceva, affinché dopo la soppressione completa delle condizioni contenute nelle lettere precedenti da noi inviate alla tua devozione a proposito dei cristiani, fosse abolito anche ciò che sembrava troppo sfavorevole ed estraneo alla nostra clemenza, ed ognuno di coloro che avevano fatto la stessa scelta di osservare il culto dei cristiani, ora lo osservasse liberamente e semplicemente, senza essere molestato… Stabiliamo inoltre anche questo in relazione ai cristiani: i loro luoghi, dove prima erano soliti adunarsi e a proposito dei quali era stata fissata in precedenza un’altra norma, se risultasse che qualcuno li ha comprati, dal nostro fisco o da qualcun altro, devono essere restituiti agli stessi cristiani gratuitamente e senza richieste di compenso, senza alcuna negligenza ed esitazione; e se qualcuno ha ricevuto in dono questi luoghi, li deve restituire al più presto agli stessi cristiani. E poiché è noto che gli stessi cristiani non possedevano solamente i luoghi in cui erano soliti riunirsi, ma anche altri, di proprietà non dei singoli, separatamente, ma della loro chiesa, cioè dei cristiani, tutte queste proprietà, in base alla legge suddetta, ordinerai che siano assolutamente restituite senza alcuna contestazione agli stessi cristiani, cioè alla loro comunità e alle singole assemblee, osservando naturalmente la disposizione suddetta, e cioè che coloro che restituiscono gli stessi luoghi senza compenso si attendano dalla nostra benevolenza, come abbiamo detto sopra, il loro indennizzo. In tutto questo dovrai avere per la suddetta comunità dei cristiani lo zelo più efficace, perché si adempia il più rapidamente possibile il nostro ordine, così che grazie alla nostra generosità si provveda anche in questo alla tranquillità comune e pubblica. In questo modo, infatti, come si è detto sopra, possa restare in perpetuo stabile la sollecitudine divina dei nostri riguardi da noi già sperimentata in molte occasioni. E perché i termini di questa nostra legge e della nostra benevolenza possano essere portati a conoscenza di tutti, è opportuno che ciò che è stato da noi scritto, pubblicato per tuo ordine, sia esposto ovunque e giunga a conoscenza di tutti, in modo che la legge dovuta a questa nostra generosità non possa sfuggire a nessuno”.[iv] Vedi nota XXV
[v] A.Marcone, op.cit., a p. 237 sostiene che Massenzio adottò con i cristiani una politica tollerante. Gibbon, cit., a pag. 274 aggiunge che questa tolleranza era dovuta all’interesse di guadagnare alla propria causa una popolazione numerosa e ricca.
[vi] Gravina, De ortu et progressu juris civil., c. IV, p.68. Storia universale della Chiesa, t. XIX, p. 39
[vii] Gibbon op.cit. , A. Marcone op.cit., Lattanzio op.cit. ; vedi anche Liber pontificalis V
[viii] Manlio Simonetti, Costantino e la Chiesa , in “Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente”, cat. mostra tenutasi a Rimini nel 2005, p. 57.
[ix] Eusebio di Cesarea, Vita Constantini – Ammiano Marcellino op.cit.- G. Bonamente – F. Fusco (curr.), Costantino il Grande dall’antichità all’umanesimo. Colloquio sul Cristianesimo nel mondo antico, Macerata 18-20 dicembre 1990, I-II, Macerata  1992-93, 171-201
[x] Vedi nota XXXIII
[xi] Eusebio di Cesarea, Vita Constantini – Ammiano Marcellino op.cit.- Lattanzio op.cit.
[xii] Ammiano Marcellino op.cit.- Lattanzio op.cit
[xiii] G. BONAMENTE, “Sulla confisca dei beni mobili dei templi in epoca costantiniana”, in Costantino il Grande. Dall’Antichità all’Umanesimo
[xiv] Vedi nota XXXIV
[xv] Ario, un prete alessandrino, sosteneva che il Figlio non era della stessa sostanza del padre, ma il concilio ne condannò le tesi proclamando l’omousia, ossia la medesima sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo 
[xvi] Eusebio di Cesarea, historia ecclesiastica e  Rufino ,Historia Ecclesiastica[xvii] Pietro Paolo Onida , op.cit. – Lattanzio, op.cit.
[xviii] Codice teodosiano ed. Mommsen-Meyer, Theodosiani libri XVI cum constitutionibus Sirmondianis et leges Novellae ad Theodosianum pertinentes
[xix] Eusebio, Vita Constantinii – Ammiano Marcellino op.cit. – Lattanzio op. Cit.- E.Gibbon op.cit.
[xx] Eusebio, vita Const. 1,48, pone in evidenza che la celebrazione dei decennali di Costantino avvenne con “sacrifici privi di fuoco e di fumo”
[xxi] Panegyrici latini in R.A.B. Mynors, XII Panegyrici Latini; quasi tutti i panegirici sono anonimi ma quello in questione viene attribuito a un pagano tale Nazario. Il ducumento fu consegnato a Roma al Senato nel 321, in occasione del quindicesimo anniversario dell’asecesa al trono imperiale di Costantino I
[xxii] Sul rifiuto di Costantino di salire al Campidoglio, si vedano: J. STRAUB, “Konstantins Verzicht auf den Gang zum Kapitolol”, in Historia, 4 (1955), pp. 297-313 (Regeneratio imperii. Aufsätze über Roms Kaisertum und Reich im Spiegel der heidnischen und Christlichen Publizistik, Darmstadt , pp. 100-118), che riporta l’episodio al 313.
[xxiii] Vedi nota XXI
[xxiv] Catholica Encyclopedia, Volume V
[xxv] Pietro Paolo Onida , op.cit. – Lattanzio, op.cit – Liber Pontificalis – Gibbon op.cit.- M. Sordi op.cit. – Catholica Encyclopedia
[xxvi] Vedi nota LII. Tale concilio si tenne, come riportano gli atti,  dal 2 al 13 ottobre del 313 in domo Faustae in Laterano, cioè nel palazzo del Laterano, che poi lo stesso Costantino donò al papato di cui in seguito divenne la sede.
[xxvii] L. DE GIOVANNI, Costantino e il mondo pagano
[xxviii] Vedi nota L
[xxix] Gibbon op.cit.- M. Sordi op.cit – A.Marcone, op.cit – W.H.C. Frend op.cit. – W.A. Meeks op.cit[xxx] Vedi nota LIV e M. Simonetti, art. cit.
[xxxi] Ammiano Marcellino op.cit
[xxxii] Vedi nota LVI
[xxxiii] M. Simonetti, art. Cit. – Gibbon op.cit.
[xxxiv] L. De Giovanni op.cit. – Gibbon op.cit.- M. Sordi op.cit.
[xxxv] M. Sordi op.cit – A.Marcone, op.cit – W.H.C. Frend op.cit. – W.A. Meeks op.cit –   M. Simonetti : riportano percentuali comprese tra il quindici e il venti per cento
[xxxvi] Gibbon op.cit.- M. Sordi op.cit.
[xxxvii] W.H.C. Frend op.cit. – W.A. Meeks op.cit.
[xxxviii] Eusebio di Cesarea, Vita Constantinii
[xxxix] La cui rottura fu semmai segnata dalla parentesi delle delibere di ritorno al paganesimo dell’imperatore Giuliano l’Apostata
[xl] Decreti Teodosiani. Il decreto del febbraio 391: vietato entrare nei templi – rinnovava la messa al bando di qualunque sacrificio, pubblico o privato; – vietava le tradizionali cerimonie di Stato ancora in uso a Roma: – vietava per la prima volta l’accesso ai santuari e i templi: “nessuno si avvicini agli altari sacrificali, cammini all’interno dei templi o veneri immagini forgiate da mani umane”; – proibiva in maniera esplicita l’apostasia dal cristianesimo, pena la perdita dei diritti testamentari. Il decreto del 16 giugno 391, emanato ad Aquileia, estende le disposizioni precedenti anche all’Egitto, dove Alessandria godeva, da antica data, di speciali privilegi relativi ai culti locali, comprese le cerimonie sacrificali.  Con il terzo editto del 391 la persecuzione s’intensificò e molti si sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici pagani. Il sacro fuoco eterno che le Vestali custodivano nel tempio di Vesta nel Foro Romano fu spento, e l’ordine stesso delle Vestali sciolto. Le pratiche del vaticinio e della stregoneria venivano severamente sanzionate. Inoltre Teodosio si rifiutò di accogliere la richiesta dei membri pagani del Senato di ricostruire l’altare della Vittoria nell’aula del Senato. Teodosio cominciò a coniare monete in cui era raffigurato mentre portava il labaro. Il quarto editto venne emanato a Costantinopoli da Teodosio l’8 novembre del 392. L’editto prevedeva:- la pena di morte per chi effettuava sacrifici e pratiche divinatorie- la confisca delle abitazioni dove si svolgevano i riti- multe pesanti per i decurioni che non applicavano fedelmente la legge – la proibizione di libagioni, altari, offerte votive, torce, divinità domestiche del focolare, corone e ghirlande, fasce sugli alberi, ecc. Nel 393,  Teodosio I decise di porre fine ai Giochi Olimpici come festa pagana, tradizione ripresa solo nel 1896, oltre 1500 anni dopo.

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