Eluana Englaro e la bioetica

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Il bipolarismo etico riscontrato nel febbraio 2009, ultimo mese di vita di Eluana Englaro, rende necessario analizzare una duplice problematica o meglio ancora, due fattori che si sono scontrati ed intrecciati in questa vicenda. Intanto, la cinica auspicabilità di introdurre in Italia l’eutanasìa perchè il progresso tecnologico che può allungare la vita umana, davanti all’invecchiamento progressivo della popolazione e l’aumento ormai ingestibile delle spese sanitarie, convergono nella “necessità” di sfoltire i letti degli ospedali per far risparmiare ad una società impoverita, le spese sanitarie e per non tradire la vocazione edonistica della stessa per cui morte, dolore e sofferenza vanno esorcizzate ed espulse dalla Polis. A tutto ciò concorre una cultura liberal che ha sempre considerato come conquiste di civiltà, i tasselli che edificano una società “emancipata” dal diritto naturale e dalle radici cristiane. Diventa pertanto una “conquista” di Civiltà o di Libertà, dare ad un padre il diritto di vita o di morte sui figli, in un contrappasso che sà di nemesi storica in quanto proprio coloro che hanno considerato il padre come un “male necessario” e che lo hanno confinato ad un ruolo marginale grazie ai ruggiti del femminismo, oggi lo risarciscono consegnandogli il più tirannico dei poteri.

Sì, perchè oggi farebbe sorridere la difesa della Libertà di un padre di decidere per la figlia quale lavoro deve fare, chi deve sposare e come deve vestirsi, ma ha commosso il grido di Libertà di un padre che ha voluto “far lasciar morire” la figlia: una ‘compassione’ che si manifesta cancellando la persona che soffre, una ‘filantropìa’ che si risolve nel liberarsi di un peso. Il secondo aspetto è invece quello dello scontro di poteri in atto in Italia, tra la magistratura e il potere politico. A ben vedere, tale scontro va al di là delle schermaglie sulle intercettazioni telefoniche o sulla separazione delle carriere dei magistrati, molto al di là dei vaffa-days e del populismo di Nanni Moretti e Antonio Di Pietro su improvvisate ed intermittenti questioni morali. Il terreno dello scontro è infatti su quale potere in Italia deve dettare i cambiamenti sociali, culturali e politici. Il governo sostenuto dalla maggioranza dei cittadini e dal Parlamento oppure una elite autoreferenziale, autoelettasi ad una missione salvifica impersonata da una parte della magistratura? Non ho remore nel considerare la pervicacia dei magistrati che hanno appoggiato Beppino Englaro, come vere forzature non solo nei rapporti tra poteri, ma anche nei confronti del diritto stesso.

L’art. 32 della Costituzione è posto a tutela del diritto alla salute, indicando un dovere dello Stato e riservando solo ad Esso e alle sue leggi, la possibilità di prevedere l’obbligatorietà di un trattamento sanitario e neanche ad Esso, la possibilità di obbligare a trattamenti sanitari che ledano la dignità della persona. Intanto igiene, alimentazione ed idratazione non sono classificabili come trattamenti sanitari, ma come obbligo minimo dello Stato rispetto a quello di garantire le cure normali ad un malato e comunque, mai potrebbero considerarsi trattamenti che ledono la dignità della persona. Non bisogna confondere l’accanimento terapeutico con l’alimentazione, l’igiene e l’idratazione. Un paralitico (ma anche un neonato nei primi mesi) ha bisogno di essere imboccato o alimentato (da una macchina per comodità), ma anche pulito da altri e può vivere così anche per decenni. Diverso è il caso del malato terminale che giustamente deve scegliere se farsi operare e/o farsi sottoporre ad un ciclo pesante di terapìe che servono solo ad allungargli un pò la vita ma sono sproporzionate rispetto al risultato che si vorrebbe ottenere.

Vi è accanimento terapeutico quando le terapìe sono sproporzionate rispetto al fine da raggiungere (danni superiori ai remotissimi ed incerti miglioramenti), ma alimentazione ed idratazione hanno come fine non il tentare di guarire una malattìa devastante, ma di mantenere semplicemente in vita il malato. Gli spergiuri di Ippocrate hanno dimenticato che la malattìa non è un qualcosa di distinto dal malato, per cui se la medicina fallisce, il malato va spinto verso la morte con azioni o con omissioni, ma qualcosa di non distinto dalla sua persona che nella sofferenza inevitabile, può e deve essere accompagnata alla morte (ove rifiutasse l’accanimento terapeutico) con i farmaci, le cure palliative e gli affetti umani. Quando non si può più curare una malattìa (ma questo spesso viene contraddetto dai fatti), occorrerebbe comunque “prendersi cura” del malato. Il medico non solo non può porsi in condizione di semplice subordinazione nei confronti della volontà del paziente (sia per questioni deontologiche che etiche), ma sarebbe grave concepire un suo “dovere” di staccare la spina a fronte del “diritto” del paziente a richiederlo.

Ogni tentativo di trovare nella Costituzione il fondamento giuridico per pratiche di eutanasìa, è privo di sostanza, riferendosi l’art. 32 ovviamente ai casi estremi di una volontà statuale disumana che volesse costringere le persone ad essere cavie di esperimenti pseudo-medici. In pendenza di tre disegni di legge che (considerando anche quello più favorevole all’eutanasia) non avrebbero reso possibile togliere l’idratazione ad Eluana e nell’imminenza di una tragedia in atto, il Presidente Napolitano si rifiutò di firmare un decreto legge che le avrebbe salvato la vita. I requisiti di necessità e di urgenza per un decreto-legge sono valutati dal governo (art. 77 Cost.) e possono essere rivalutati dal parlamento in sede di conversione; comunque, considerando la straordinarietà del fatto che Eluana sarebbe stata la prima persona in Italia a morire di eutanasìa con autorizzazione giudiziaria e nello stesso tempo l’ultima (come sarebbe stato previsto dal decreto legge), non appare azzardato sostenere che i requisiti dell’art. 77 della Costituzione ricorressero pienamente.

La magistratura civile ha reso possibile un’ eufemistica “anticipazione” della morte, con un decreto inidoneo a passare in giudicato perchè di ‘volontaria giurisdizione’, quando nel nostro ordinamento neanche più il tribunale penale militare di guerra può decidere per una sentenza di condanna a morte. Nell’ordinamento giuridico italiano il diritto alla vita è assoluto e indisponibile e il reato di omicidio (anche nel caso in cui vi sia il consenso della vittima – art.479 C.P.) è vigente, ma questo non sembra essere stato sufficiente per indurre la magistratura a fare un passo indietro. E’ come se prima della legge sull’aborto e del referendum confermativo della stessa, un giudice avesse autorizzato una donna ad abortire.

Il comportamento del Presidente della Repubblica è stato dovuto alla necessità di apparire “terzo”, rispetto allo scontro di poteri in atto. Nei confronti di questa povera ragazza, prima vittima dell’eutanasia in Italia per via giudiziaria, dobbiamo una grande gratitudine, duplice, come la problematica che ho cercato di tracciare, perchè se ha interrogato la coscienza sulle dimensioni insondabili della vita e su cosa significhi amare una persona malata ma viva ed essere amati in uno stato vegetativo, ha addirittura svelato che lo scontro di poteri in atto è molto più profondo di quello che ci avevano raccontato. Gli italiani sono stati imbrogliati perchè la libertà di autodeterminazione è stata simulata nella realtà tangibile di una eterodeterminazione.

Eluana Englaro non aveva scelto nulla… suo padre ha scelto per lei. Se un padre può scegliere se lasciar vivere o morire sua figlia è un “coraggio” che esercita su un’ altra persona per non dover soffrire lui. Tutti saremmo contrari ad un padre che scegliesse per sua figlia il marito, figuriamoci se decidesse se la sua vita è degna o meno di continuare. Se non vi è alcuna volontà del paziente, non si può presumere che quella della morte sia una scelta uguale a quella della vita, nè si può lasciare all’arbitrio di un familiare di decidere in tal senso. Ci si deve fermare. Se poi il soggetto, liberamente e con cognizione di causa, decide per sè, allora si apre un altro discorso ma nel caso di Eluana, lei non aveva scelto nulla.

La dignità umana non dipende dalla tecnica, ma la tecnica sollecita l’adesione a determinati standards di vita (cangianti nel tempo e nello spazio) al di sotto dei quali la vita stessa, viene ad essere giudicata non più degna o addirittura “non-vita”. Il punto cruciale  è proprio questo: ove sussistesse l’autodeterminazione individuale votata alla morte, potrebbe la stessa essere considerata prevalente al valore della persona e del suo diritto indisponibile alla vita? Rimane moralmente e giuridicamente aperta la questione terribile sulla disponibilità della vita, in un ordinamento che non ammette di rinuciare alla difesa penale in un processo o al minimo salariale, di rinunciare alla propria libertà per contratto o ai propri diritti civili e sociali sanciti dalla Costituzione.

La vita è il fondamento essenziale di tutti gli altri diritti nei confronti dei quali si pone come condicio sine qua non. A mio avviso una cosa o è indisponibile in assoluto o non lo è più, perchè aprendo una falla al concetto di indisponibilità e ammettendo un’autodeterminazione votata all’autoannientamento, di fatto la vita stessa si troverà ad essere sempre più sottoposta a processi di relativizzazione mentre, per assurdo, si assolutizzano i ‘diritti’ (o le ‘scelte’) che si fondano su essa. Oswald Spengler parlava di Tramonto dell’Occidente non a torto e seppur in un’ottica acattolica. A mio avviso eutanasìa, manipolazioni genetiche, aborti e controllo delle nascite, sono riconducibili ad un medesimo cupio dissolvi dell’Occidente, alla sua autodeterminazione di accellerare  la (Sua) fine.

L’individuo che reclama un’autodeterminazione votata alla morte, chiede al diritto di negare se stesso in quanto lo stesso è posto per il bene comune. Essendo la vita un bene superiore alla morte, la scelta tra le due non è equivalente, nè il diritto può essere strumentalizzato da una coscienza nichilista che rompe ogni legame sociale, che fa del suicidio, per la prima volta un valore etico. La libertà di autodeterminazione si ritorce quindi nell’autoannientamento, per affermarsi in senso assoluto deve sradicare se stessa dall’esistenza. Il reclamare un volontarismo assoluto nei confronti della morte, illude l’uomo riguardo la sua autonomìa, quando in realtà esso vive una interdipendenza nei confronti del prossimo e una dipendenza nei confronti del suo creatore.

L’uomo infatti, non è assoluto ontologicamente, non si è dato la vita da sé né se la dà ogni mattina quando si sveglia e non potrebbe mai decidere di allungare la propria vita neanche di un minuto, nè di non morire; l’unico brivido di onnipotenza si crede possa essere colto nell’anticipare il momento della morte. Non per questo l’uomo diventa signore della sua vita e signore della morte, perchè anticiparla non significa vincerla. L’essere umano ha una dignità ontologica non degradabile e persistente davanti ad ogni forma di soggettivismo e pertanto gli elementi psicologici, ideologici e culturali sono aspetti dell’umano ma proprio in quanto aspetti di una totalità, non possono esaurire il significato più profondo dell’umano stesso che rimanda alla trascendenza. Sappiamo con la ragione ancor prima che con la fede, di essere creature misurate, non creatori misura di tutte le cose, non “padroni” assoluti della nostra vita ma amministratori del dono della vita.

L’uomo prometeico nella sua illusoria autonomìa, per contraccolpo diventa cavia di se stesso e dell’anonima dittatura della tecnica che lo incalza di bisogni stilando una graduazione di quanto degna sia una vita rispetto ad un’altra. Con ciò, torna in modo subdolo una forma di razzismo eugenetico e si scambia per volontà di morte, una disperata esigenza di amore e di essere accompagnati “oltre la soglia”. Mai nessuna filosofìa era arrivata a tanto, neanche la stoica e neanche il rito giapponese del seppuku, perchè in questo caso l’uomo decide la sua morte non in ossequio alla sua libertà di autodeterminarsi, ma ponendosi devotamente e col senso del dovere, alla mercè di valori oggettivi a lui superiori che lo costringono “a morire con onore non potendo più vivere con onore”. Ragionare in altri termini significa in concreto, considerare come antigiuridico, criminale e ovviamente “confessionale”, il tentativo di chiunque di salvare un aspirante suicida che ha inequivocabilmente e con i fatti, espresso la sua “libertà di autodeterminarsi alla morte” o di alimentare una ragazza anoressica che ha deciso di non volersi più nutrire. Nel delirio di onnipotenza la Libertà assoluta, già si disvela come una schiavitù simulata: ammettere infatti la disponibilità del “bene-vita”, dovrà necessariamente comportare anche la disponibilità di tutti i beni di cui la vita è presupposto, compresa la libertà.

L’accusa di “confessionalismo” lanciata dai laicisti agli oppositori dell’eutanasìa, è motivata dall’esigenza di tagliare fuori dal dibattito (essendo lo Stato non confessionale), tutti coloro che difendono il diritto naturale, atei o credenti che siano, ma coglie nel segno quando evidenzia che  la percezione dell’immoralità di uccidere un innocente derivi anche dalla morale cristiana. Tale accusa è comunque infondata nella misura in cui non considera che il Bene sommo per il cristiano è la vita eterna, non la vita naturale che non è a sua volta fine a se stessa, in quanto finalizzata al ritorno a Dio. Per il cristiano la vita è un dono, ma dono ancora più grande è la redenzione: il suicidio voluto deliberatamente è il massimo disprezzo del dono naturale ricevuto, la massima offesa fatta al Donante, che non solo spezza la vita naturale ma anche chiude le porte a quella soprannaturale nel paradiso.

Pietro Ferrari

2 Commenti a "Eluana Englaro e la bioetica"

  1. #Edward M. Blake   5 gennaio 2015 at 11:11 am

    Qualcuno dovrebbe ripassare Diritto Costituzionale…