Torquato Tasso e la Santa Vergine

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II)

“Il tuo splendor m’affida, o chiara Stella,

Stella onde nacque la serena luce,

Luce di non creato e sommo Sole,

Sol che non seppe occaso e me rappella

Teco da lunghi errori, e mi conduce

A l’alta rupe, ove in marmorea mole

L’umil tua casa il mondo onora e cole.

Grave di colpe e d’onte,

Già veggio il sacro Monte,

Talché del peso ancor l’alma si dole

E sotto il doppio incarco è tarda e lenta,

Né contra il Cielo imporre

Superba torre a’ poggi ardisce o tenta”

[…]

 

IV) 

“Qui gli Angeli innalzaro il santo albergo,

Che già Maria co ‘l santo figlio accolse,

E ‘l portar sovra i nembi e sovra l’acque:

Miracol grande, a cui sollevo ed ergo

La mente, ch’altro obietto a terra volse,

Mentre da suoi pensieri oppressa giacque.

Questo è quel Monte ch’onorar ti piacque

De le tue sante mura,

Vergine, casta e pura,

Anzi il tuo parto, e poscia, e quando ei nacque”

[…]

 

VI)

“Vergine chiara e stabile in eterno,

Di questo tempestoso mare stella,

D’ogni fedel nocchier fidata guida,

Pon mente in che terribile procella

I’ mi ritrovo sol, senza governo”

[…]

 

A voler raccogliere tutti i testi che presentano la figura di Maria si rischia di smarrirsi in un materiale abbondantissimo che passa per la poesia, il teatro, la narrativa, la musica, l’arte e anche per il cinema. Chi è questa Donna che ha incantato artisti di ogni tempo? Quando san Giovanni Bosco chiedeva ai suoi figli spirituali “Chi è la Madonna?” voleva che, prima di tutto, si rispondesse che Ella è la Madre Nostra.

Se, però, il fascino di Maria sui letterati è universale, l’intensità con cui esso è avvertito è molto vario. La letteratura di ispirazione mariana è, dunque, molto vasta e in essa convergono tutte le espressioni letterarie, verità teologiche, voci e speranze degli uomini. I testi sulla Madonna nella letteratura italiana sono meno numerosi di quanto si possa immaginare, ma, in ognicaso, nei diversi secoli si registra una notevole concentrazione di scrittura sui tre dogmi mariani: Immacolata Concezione, Maternità divina e Assunzione in cielo.

I testi mariani delle origini delle nostre lettere, nel Duecento, si confondono, inizialmente, con quelli devozionali, in quanto la pietà popolare aveva individuato in Maria un riferimento privilegiato, un “porto sicuro”, per la salvezza dell’anima. Ella diviene, dunque, la protagonista di molte laudi spesso anonime, ma con il passare dei secoli possiamo imbatterci in veri e propri capolavori letterari che hanno caratterizzato personaggi di fama non solo nazionale.

Un autore italiano del Cinquecento da non sottovalutare, perfetto interprete nella poesia di quell’umano dissidio tra l’aspirazione delle gioie terrene  e la coscienza della loro caducità, passando anche per una riflessione di stampo religioso, è sicuramente Torquato Tasso.

Nasce a Sorrento nel 1544; rimasto orfano di madre a poco più di dieci anni, segue il padre a Urbino, Venezia, Padova, Bologna e Ferrara dove entrò al servizio del Cardinale d’Este e successivamente del duca Alfonso II. In questi anni, la sua attività letteraria fu molto feconda tanto da pubblicare “Rinaldo”, “Aminta”, “Discorsi sull’arte poetica” e infine “La Gerusalemme liberata”.

Nello stesso periodo, però, seguirono anni penosi finché non fu rinchiuso nell’ospedale di sant’Anna a Ferrara.  Ne uscì dopo ben sette anni, nel 1586, distrutto fisicamente e intellettualmente. Nel 1594, papa Clemente VIII lo chiamò per incoronarlo in Campidoglio, ma egli non poté godere di questa gioia, in quanto sentendo approssimarsi la morte, decise di  essere condotto nel monastero di sant’Onofrio sul Gianicolo, dove morì il 25 aprile del 1595.

Nonostante le sue inquietudini religiose, anche il Tasso non rimase immune dalla bellezza  di Colei che rapisce i cuori e come una potente calamita li attira a Dio e ricordandoci di un prezioso scritto di Giovanni di Gesù Maria, un religioso carmelitano, possiamo dire che “dalla bellezza di Maria sono attratti con sommo gaudio i beati e ciò che ancora più sublime, lo stesso Re dei cieli… non vi è, dunque, grado più elevato, questa è la gloria della bellezza”.

Del Tasso conosciamo due scritti dedicati all’Immacolata, tra cui una breve invocazione poetica “O Regina del ciel”, una lunga poesia dedicata alla Beata Vergine di Loreto che si apre con il ricordo di interventi miracolosi da parte della Vergine, e due sonetti tratti dalle “Rime” di cui il primo canta la gioia del Santo Natale con la figura di Maria come madre che veglia sugli uomini, mentre il secondo è una lode per “grazia ricevuta”.

In tutti gli scritti notiamo uno “stretto” rapporto tra il poeta e Colei che considera come Sua Madre ma soprattutto nella dedica alla Beatissima Vergine di Loreto, il lettore riesce quasi ad immedesimarsi nella condizione in cui si trova il poeta. Quest’ultimo ha sempre desiderato recarsi a Loreto, anzi chiedeva spesso al cappuccino Padre Marco di pregare per lui affinché Dio gli degnasse la grazia di visitare la chiesa lauretana consacrata alla Sua Madre gloriosa.

In una delle prime strofe notiamo la descrizione che l’autore fa del luogo in questione, riuscendo ad accostare anche i temi più strettamente teologici, facendo poi riferimento anche alla sua condizione di uomo che si ritrova a brancolare nel buio di un girovagare incerto e proprio per questo ha bisogno della serenità che può donargli solo la Luce, il Sole che è Cristo. Non si può tacere, poi, anche il riferimento che egli fa alle sue colpe passate che a differenza del Petrarca, gli avevano comportato esiti negativi. Nella quarta strofa egli fa riferimento al miracolo della traslazione della Casa di Loreto trasportata dagli angeli da Nazareth e coglie l’occasione anche per ricordare la perpetua verginità della Madonna, prima, durante e dopo il parto.

Nell’ultima strofa che prendiamo in considerazione, la VI, il Tasso si presenta come un umile e semplice pellegrino, solo e in difficoltà che non vede altro rifugio che in Maria, non vede altra salvezza che in Lei “chiara e stabile in eterno”, “fidata guida di ogni fedel nocchiero” e cercando, in ogni modo, di abbandonarsi nelle Sue mani purissime spera che la sua preghiera diverrà gradita al Signore, il quale, non guarderà tanto a quest’ultima ma alle mani materne di Colei che lo abbracciarono e accarezzarono con tanto amore. Ella perfezionerà l’offerta e la preghiera e laverà questo piccolo “pezzetto di stoffa” rendendolo candido come un giglio. San Luigi Maria Grignion de Montfort scriveva: “Quando si presenta a Dio qualche cosa per le pure e verginali mani della Sua Diletta, lo si prende per il suo debole, se così è lecito esprimersi; Egli non considera tanto la cosa che gli è offerta quanto la Sua buona Madre che la presenta”.

Ieskha Mauta

 

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