Coscienza e verità

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La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata.

La coscienza è uno strumento della persona umana: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Il primo valore dell’uomo è il conoscere, non la libertà che, in se stessa, è una facoltà cieca: conoscere per rimanere centrato nel bene e resistente al male, mediante la ragione illuminata dalla fede; l’uomo, infatti, nulla sa sul fine della propria vita al di fuori di quanto gli è rivelato: per la perfezione del suo essere deve ricorrere al Principio del bene e di ogni sapere, il Verbo divino – il Logos.

Se la coscienza umana devia dal suo Fine ultimo non fa che orbitare su se stessa, come il serpente che attratto dal suo moto si morde la coda: ma così smarrisce la sua norma essenziale, s’impantana nel disordine, agisce a piacimento spostando le lancette su un’ora che dipende solo da illusori e fatali “giudizi” personali.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Osserva Romano Amerio:

“Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui… Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza”.

Marco M.

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