“L’isola del dottor Moreau”: il superomismo scientista

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«Che cos’è che non va?» chiese, e aggiunse, dopo aver fissato

per un minuto con occhi sonnolenti il volto di Montgomery: «Maledetto macellaio!».

 

 

Tra i primi romanzi pubblicati da H. G. Wells, il celebre autore de La guerra dei mondi, suscita un particolare interesse, per la profondità dei temi trattati e le forti implicazioni morali sottese, L’isola del dottor Moreau, un piccolo libriccino, pubblicato per la prima volta nel 1896.

Scritto sull’onda del crescente fascino suscitato del romanzo gotico in Inghilterra – segnale delle piccole crepe che stavano attraversando l’edificio della fastosità vittoriana e sinistro presagio dell’imminente catastrofe europea – Wells riesce però a smarcarsi dai cliché del genere, confezionando una piccola chicca che, tra l’altro, è stata fonte d’ispirazione per più di una pellicola cinematografica.

Charles, nipote di Edward Prendick, dopo alcuni anni ritrova tra le carte dello zio il sinistro racconto del suo naufragio, avvenuto nel 1887, episodio di cui l’uomo si è sempre rifiutato di parlare da quando, undici mesi dopo, fu soccorso e ricondotto a Londra.

Prendick, alla deriva su una scialuppa, si ritrova su un’isola vulcanica in mezzo al Pacifico, proprietà del celebre fisiologo dott. Moreau, fuggito dall’Inghilterra anni prima a causa della vivisezione praticata su alcuni animali inermi. Ostracizzato dalla stampa e abbandonato da tutti i colleghi, da undici anni vive lì con il suo assistente, Montgomery, intento a condurre nuovi e singolari esperimenti. Edward non si sente a suo agio, intuisce sin dai primi momenti che lo sguardo dell’anziano scienziato nasconde qualcosa di terribile: «In lui vi è qualcosa … Non creda ch’io stia fantasticando, ma, quando mi si avvicina, suscita in me un senso di disgusto, una strana tensione di nervi. Ha un che di … diabolico».

Nel corso del suo soggiorno, in attesa di una nave che possa riportarlo a casa, Prendick inizia a perlustrare l’isola e, poco alla volta, incontra i suoi strani abitanti, creature orribili e deformi. Sono propriamente gli esperimenti di Moreau, un tentativo di trasformare gli animali in uomini attraverso complicate procedure di manipolazione chimica e biologica.

Nell’isola sembra regnare la pace, anche se l’equilibrio si dimostra, ogni giorno, sempre più fragile …

Nella trama, lineare ma, al contempo, ricca di affascinanti colpi di scena, è nascosta una feroce critica che Wells porta alla contemporaneità, in particolare alla cieca fiducia che gli uomini nutrono nei confronti del progresso e della scienza, considerate da tutti alla stregua di divinità. Nonostante fosse un socialista convinto, l’autore coglie alcuni nodi problematici inerenti alla ricerca scientifica che, ancora oggi, in cui è balzata in primo piano la questione bioetica, paiono essere di stretta attualità.

 La narrazione è infatti impostata soprattutto sulle responsabilità dello scienziato di fronte al bivio tra esigenze di ricerca e morale. Il dottor Moreau, in questo senso, incarna l’uomo moderno, così disgustato da qualsiasi forma di dipendenza che si immagina (illudendosi) artefice di se stesso, egocentrico e, come esito ultimo, pericoloso per sé e per gli altri. E’ lui stesso ad ammetterlo candidamente dinnanzi alle proteste dell’inatteso ospite: «Fino ad oggi, non mi sono mai preoccupato della moralità del problema. Lo studio della natura rende l’uomo crudele come la natura».

La posizione feroce dello scienziato mostra tutta la sua precarietà proprio in rapporto a quella natura che pretende di sottomettere. Essa stessa infatti gli si rivolterà contro e a poco serviranno i tentativi di educare gli animali e di dare un sistema di leggi il più rigido possibile. Il cuore non si cambia, l’essere umano è troppo complesso per ridurlo a semplice esperimento o schiavo, come se fosse un oggetto. Moreau lo scoprirà a sue spese …

 

 Luca Fumagalli 

 

H. G. WELLS, L’isola del dottor Moreau, Milano, Ugo Mursia Editore, 2008.