In difesa del Ralliement

leoneXIII

“Accettate la Repubblica, ossia il potere costituito ed esistente; rispettatela e siatele sottomessi come se rappresentasse il potere stesso di Dio.”

 

Leone XIII, lettera ai Cardinali francesi del 3 maggio 1892

 

 

Fortemente criticato da molti esponenti del tradizionalismo cattolico, il cosìdetto Ralliement (“riallineamento”) di Leone XIII viene considerato un’errore strategico (se non una grave mancanza dottrinale) che avrebbe portato da un lato all’indebolimento della Chiesa e della causa monarchica in Francia e dall’altro al rafforzamento di idee repubblicane visceralmente anti-clericali.

 

Innanzitutto, penso sia doveroso spiegare cosa sia il Ralliement: esso fu la politica di riavvicinamento dei cattolici francesi alla Repubblica Francese, inaugurata nel 1892 da Papa Leone XIII con l’Enciclica Au Milieu des Sollicitudes. Per capire tale decisione bisogna tener presente le coordinate storico-politiche della Francia dell’epoca: nel 1878 i repubblicani ottenero il loro tanto auspicato trionfo non lasciando alcuno spazio all’illusione di una futura restaurazione monarchica (cosa di cui i monarchici francesi non si resero minimamente conto), e la neonata Repubblica volle subito limitare l’influenza della Chiesa sulla società civile muovendole l’accusa di essere radicalmente anti-repubblicana.

 

Conseguentemente a ciò Leone XIII con la sua Enciclica sovracitata espose la tradizionale posizione cattolica (di chiara derivazione tomista) sulle forme di governo, ossia che anche la repubblica e la democrazia non sono cattive in sé e possono essere usate per garantire il bene comune nel senso cristiano del termine (fermo restando che generalmente la monarchia rimane la miglior forma di governo) e invitò i cittadini francesi a collaborare con la repubblica per poterla rendere cristiana. Sulla base di ciò si può dire che l’allora Pontefice regnante decise di collaborare con la Repubblica Francese per evitare che essa proseguisse il processo di scristianizzazione del tessuto sociale del paese provocato dal considerare la Chiesa foriera di idee monarchiche dogmaticamente chiuse ad altre forme di governo (processo che grazie alla vittoria dei repubblicani moderati nel 1889, i quali non vedevano di buon occhio una rottura con la Chiesa, sarebbe stato possibile), tessuto sociale che ricorderei fosse ancora fortemente cattolico (si pensi che in Francia a quell’epoca si poteva contare su 55.000 parroci, 33.000 monaci, 127.000 religiose e che il numero di alunni delle scuole religiose era pari a quello degli iscritti alle scuole statali).

 

Purtroppo tale politica non venne capita e soprattutto attuata dai monarchici francesi, che preferirono Versailles a San Pietro (chiaro esempio di spirito gallicano più o meno inconsapevole), affermando di non poter collaborare con una repubblica massonica e anticristiana. Essi evidentemente non compresero che Papa Pecci non definì mai la Repubblica del 1878 un buon governo, ma si limitò a ribadire la posizione cattolica che afferma non essere in sé la repubblica un cattivo governo a prescindere.

Concluderei riportando quanto affermato a tal riguardo dall’Enciclopedia Cattolica: “L’isolamento politico della S. Sede, di fronte all’Italia alleata con l’Austria-Ungheria e con la Germania, mosse il Rampolla, appoggiato dal Pontefice, a normalizzare i rapporti con la Francia repubblicana ed in particolare ad inserire le forze cattoliche nella vita politica della nazione, dalla quale erano rimaste avulse dal 1870, a causa della loro pregiudiziale monarchica. Questo ralliement, dettato dalla necessità di salvaguardare la S. Sede contro l’anticlericalismo del governo italiano […], fu interpretato invece dalle sfere governative viennesi come una presa di posizione contro le potenze della Triplice Alleanza.”.

 Segnalazione di anonimo, raccolta a cura di Piergiorgio Seveso

Fonte: Il Buono, il Cattivo, il Pessimo Governo di Don Curzio Nitoglia, Novantico Editrice

Rispondi