[Qui Radio Spada] Pastor Aeternus, crocevia della storia

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Riproponiamo la registrazione  e il testo della 245° conferenza

di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana

dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: parla Piergiorgio Seveso della redazione di Radio Spada

La conferenza è stata tenuta il 23 luglio 2013

Buon Ascolto!

o Buona lettura

Il tema della conferenza di oggi è “18 luglio 1870: Pastor aeternus, crocevia della storia”, è la 245° conferenza di formazione militante che teniamo qui all’Università cattolica. Il tema, come ben capite, è un tema affascinante. Prevengo la domanda di qualcuno di voi: come mai dobbiamo occuparci in un’aula eminentemente o, se preferite, nominalmente politica come questa di un tema come quello sopra enunciato? Perché come già dicevamo in una conferenza tenuta qui il 29 giugno 2011, per l’esattezza la numero 155 dal titolo “Tibi dabo claves: primato petrino e politica”,  la politica, il nostro essere animali sociali non può prescindere dalla Verità. E quale è l’unica Cattedra di Verità su questa nostra martoriata e putrescente terra? è la Cattedra di Pietro. E questa cattedra rimanda al supremo Istitutore, al suo Divino istitutore ovvero Nostro Signore Gesù Cristo. Il Vicariato di Pietro è il punto nodale, il perno, la chiave di volta dell’intera chiesa cattolica. Certamente Cristo fonda la sua Chiesa e questo avviene storicamente al momento in cui sul lago di Tiberiade, dopo la seconda pesca miracolosa, Cristo risorto conferisce il Primato a Pietro, prima con la triplice domanda “Mi ami tu?”, riconfermando, alla risposta di Pietro, il già preannunciato “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversus Eam”. Cristo indubitabilmente fonda la Chiesa cattolica, esclusivamente e sostanzialmente, su Pietro ma anche, in un certo senso, latamente parlando, anche sugli altri undici apostoli (le colonne della Chiesa) ovvero sul collegio apostolica. E’ ovvio che il verbo salvifico di Cristo passa ai molti popoli attraverso la predicazione degli undici e attraverso la predicazione di San Paolo ma se essi sono le colonne, la grande volta della Chiesa è rappresentata da Pietro. Ad UNO SOLO Cristo attribuisce il primato. Nel conferimento del Primato la risposta alla professione di Fede che ripara il tradimento di Pietro nel cortile del Sinedrio, è “Allora pasci le mie pecorelle”, “Allora pasci i miei agnelli”. Secondo l’interpretazione più comune e più profonda dei padri, gli agnelli sono i fedeli semplici, i laici, noi, mentre invece le pecore sono i vescovi e i superiori. A questi sommi pastori (i vescovi) il Supremo pastore, ovvero il Papa, unica fonte di giurisdizione nella Chiesa, conferisce un potere delegato e locale, limitato e specifico che è poi il munus gubernandi et docendi nella propria diocesi. Allora la domanda sorge spontanea: se Cristo ha stabilito un supremo Primato di giurisdizione nella persona morale di Pietro e dei suoi successori, che bisogno c’era di tenere un concilio ecumenico per elevare a livello di verità di fede definita l’infallibilità del Papa, una verità che scaturisce e quasi sgorga naturalmente dal Primato e che era pienamente vissuta, creduta e pratica dalla Chiesa militante ab immemorabili. C’era bisogno perché nei secoli precedenti molti avevano impugnato il magistero pontificio. Chi? I seguaci ed i lacchè dei re che per potersi intromettere e brigare negli affari ecclesiastici dei loro stati, avevano codificato un diritto antiromano, autocefalo, vagamente cesaropapista, dove i loro Re, in questo degni successori di Eliogabalo, Decio e Valeriano, potevano proibire al papa di parlare ai loro Popoli, potevano far carta straccia delle sue bolle, potevano prestare al Papa un omaggio meramente formale, purché se ne stesse il più lontano possibile dalle loro corti. Lacchè e scherani blandivano l’ambizione e la vanagloria di questi re, con lo stesso spirito dei predoni che gareggiano nel riverire il loro capo-branco. In questa gara al ribasso della Verità e della Giustizia, l’eresie fiorivano o meglio rifiorivano perché la voce di Dio non poteva essere ascoltata e allora il nemico del genere umano, il demonio, seminava largamente dubbi, ambizioni, superbie. I giansenisti, ad esempio, in Francia, appoggiandosi alle libertà o meglio alle licenze gallicane, avevano inventato mille cavilli per non obbedire alle condanne della Santa Sede: le condanne papali (ovvero Romane visto che i due termini sono sinonimi) per essere valide, dovevano ricevere il consenso di tutto l’episcopato, l’approvazione di UN futuro concilio universale. Altrimenti non si sarebbero sottomessi alle condanne infallibili che la cattedra petrina lanciava contro di loro. Allora, siccome la legge non è posta per l’equo ma per l’iniquo, Papa Pio IX ritenne che fosse giunta l’ora di estrinsecare in maniera dogmatica e, per aumentare il fasto e la festosità della Definizione, in maniera conciliare la Verità dell’infallibilità pontificia, verità già universalmente ritenuta e già prossima alla fede. Questa verità è, se vogliamo semplice e solare, che il papa quando insegna ovvero quando parla da pastore universale della Chiesa e parla di argomenti connessi naturalmente alla salvezza delle anime ovvero de fide et moribus, per la divina assistenza da parte dello Spirito Santo, non può errare. La Cattedra di Pietro è e rimane immacolata nella storia della Chiesa. Questa verità, già tenuta e creduta, venne però impugnata all’interno di questo concilio. Perché? Domandiamocelo. Perché questa definizione strideva con la  mentalità del secolo diciannovesimo, il secolo delle rivoluzioni, il secolo del grande sviluppo scientifico, delle ribellioni, della repubblica, dell’anarchia, del socialismo e del nascente comunismo, del rifiuto stesso del concetto del concetto di autorità. Un secolo di irreligione, di pulsione centrifuga si vedeva contrapporre l’infallibilità di un Uomo ovvero il fatto che vi fosse sulla terra una Società perfetta e separata, libera e autonoma (che aveva al suo interno tutti gli strumenti per realizzare i propri fini, ovvero i sacramenti, le proprie leggi, la propria gerarchia, il proprio governo, il proprio diritto) e che questa società fosse per di più inerrante, per garanzia del suo Divino Fondatore. Chi si affida totalmente ad essa, è sicuro di non sbagliare, è sicuro di avere ab imis fundamentis tutti i mezzi necessari per la propria Salvezza (fatta salva la sua buona volontà e la condotta perdonale). Pensate come potesse essere alieno dallo spirito del mondo tutto questo pensare e allora troviamo in questo piccolo Concilio vaticano (circa 800 vescovi) una minoranza di circa trecento vescovi che si opporranno all’Infallibilità. Perché si opporranno? In parte per i vecchi pregiudizi della scuola regalistica e giurisdizionalistica (un mero primato d’onore, men che mai il carisma dell’Infallibilità), alcuni vescovi (un esigua minoranza) parleranno del papa alla stregua di un tiranno, di un satrapo, di un faraone. La maggior parte saranno dei vescovi inopportunisti: diranno, sì con qualche correzione e limitazione, la definizione va bene, però è inopportuna. L’arcivescovo di Parigi, Darboy (poi fucilato alla Comune di Parigi l’anno successivo), farà un discorso di questo tipo. Ci scateneremmo contro l’odio delle corti e dei governi laici, dei gabinetti e delle cancellerie che vedono il Papa infallibile come un pericolo di ingerenza ulteriore nei loro affari, nelle loro condotte antiecclesiastiche.  E allora questi vescovi, la maggior parte proni e cortigiani nei confronti dei loro monarchi (pensiamo a certi vescovi sabaudizzanti come Nazari di Calabiana o Losana vescovo di Biella), diventeranno sostanzialmente antinfallibilisti o perlomeno inopportunisti. La posizione tipica di questo antinfallibismo che troverà ad esempio in monsignor Dupanloup vescovo di Bordeaux uno dei suoi corifei (o se preferite uno dei suoi caporioni): sarà Lui pretendere che il Papa fosse infallibile a determinate condizione, fissate e codificate: ad esempio il consenso e l’accettazione dei suoi insegnamenti da parte della Chiesa, l’aver investigato lungamente i testimoni della tradizione. Eppure il Concilio Vaticano (aperto l’8 dicembre 1869, sospeso alla quarta sessione il 18 luglio 1870, rinviato sine die nell’ottobre 1870 con l’occupazione sabauda di Roma) andò con buona pace di tutti in direzione opposta. La discussione sulla costituzione “Pastor Aeternus” ed in particolare sul capitolo quarto e ultimo della stessa si protrarrà dal 14 maggio al luglio 1870, con veementi scontri e discussioni. Il giorno cardine che pone il sigillo al Concilio, è però il 16 luglio 1870, due giorni prima della Definizione: il tirolese Monsignor Vinzent Gasser, vescovo di Brixen o come si dice oggi Bressanone, rispondendo a nome della Deputazione sulla Fede che curava e studiava i documenti conciliari, analizzò i vari emendamenti proposti (sia dalla maggioranza infallibilista che dalla minoranza antinfallibilista), esprimendo i pareri della deputazione e facendo respingere tutti gli emendamenti che miravano a limitare la definizione. La “Pastor Aeternus” evitava così il rischio di un annacquamento generico che aveva corso, per amor di pace, nei giorni precedenti. Di più Monsignor Gasser proponeva per l’approvazione invece un emendamento proposto da due vescovi infallibilisti e mi gloria di dire in questa sede, lombardi e bergamaschi: Monsignor Speranza, vescovo di Bergamo, e Alessandro Valsecchi, vescovo titolare di Tiberiade. In questo emendamento gli insegnamenti del Papa erano infallibili ex sese (in sé, per il fatto stesso di essere dati), irreformabili e avente valore senza alcun bisogno del consenso previo o successivo dell’episcopato o della Chiesa. Il papa quindi ha il pieno carisma dell’Infallibilità, non è sottoposto a condizioni altre (ricerche, atti previi). Quando il Cardinale Guidi, arcivescovo di Bologna e domenicano, aveva parlato di condizioni previe per gli insegnamenti infallibili papali, Pio IX l’aveva ricevuto irato e sconcertato per il sostanziale tradimento che lo poneva sul livello di uno Strossmayer o di un Verot,  volgari e sguaiati critici dell’Infallibilità, dicendogli, in quel concitato colloquio, quella famosa frase, scolpita nei libri di storia di quel periodo: “IO sono la Tradizione! IO sono la Chiesa! ”. Pio IX, in quanto supremo Gerarca della Chiesa, sapeva bene di essere la Regola prossima della Fede. Non una regola remota come la Sacra Scrittura o la Tradizione dei padri cui il singolo fedele non può attingere liberamente. Solo una è la regola prossima della Fede, sono una è la fonte che ci da la Scrittura e la Tradizione ed è il papato romano. E’ lui l’unico interprete: Scrittura e Tradizione possono essere oscure e anche confliggenti, possono non dare la soluzione. Per questo Dio ha dotato la sua Chiesa di un giudice infallibile, unico, non un collegio, non un comitato, che sia regola di cattolicità. Per questo il Dogma o meglio la Verità dell’infallibilità pontificia è la verità capitalissima della Chiesa cattolica: se non siamo protestanti o autocefali orientali, se non siamo una delle innumerovoli conventicole cristianoidi che pullulano e gavazzano sulla faccia della terra, è perché abbiamo il Papa. E SOLO Lui, Lui SOLO. Non a caso si discusse molto dei termini di infallibilità personale o absoluta, perché si preferirà il termine più armonioso e chiaro di “infallibile magistero del papa”, non a caso il quarto capitolo si riferisce proprio a questo Magistero. Questa infallibilità non esclude l’errabilità del Papa nei giudizi meramente temporali, la sua ingannabilità, non esclude errori di strategia, di politica, di governo, non esclude l’impeccabilità del Papa, anch’esso soggetto alle passioni e ai difetti che ci vengono dall’umana natura. Ma quando il papa pubblicamente e autoritativamente esercita il suo magistero (questo semplicemente vuole dire la locuzione Ex Cathedra, ben lungi dall’avere un significato restrittivo o peggio condizionante), allora è garantito dall’infallibilità, allora non può errare, allora non può dare alcun veleno ai suoi figli. Ecco la parola: figli, famuli nell’accezione classica di figli e sottoposti. E se vi sono dei figli, vi è anche un padre. Ascoltiamo un tomista insigne lombardo come Monsignor Andrea Cappellazzi che scriveva nel suo “L’unità cattolica e la prosperità sociale” (Crema, E. Rolleri, 1891): “Quali sono i nostri rapporti, i nostri doveri verso il Sommo pontefice, vicario di Gesù Cristo? Al Principe si deve il servizio: fidelitas, reverentia, famulatus. Fedeltà! Non deferiamo dunque ad altri quell’onore che al Vicario di Cristo si deve, “honorem principatus ad alium non deferamus”. No, non vi sono due padroni, non vi possono essere due capi in tutto uguali, non si danno due supremi; uno solo è il Supremo. Il Pontefice è Cristo: Gesù benedetto vive, parla, regna, comanda, dirige, muove nella parola, nel gesto, nello sguardo, nella persona del Sommo Pontefice. O Voi tutti che sempre misurate la potenza, e, che ardite limitare l’autorità del Vicario di Gesù Cristo, voi che gettate sempre innanzi al Pontefice la libertà della ragione, i diritti dei cittadini, le glorie sole della patria: Voi, o figli delle aspirazioni moderne, che vedete sempre ai fianchi del Pontefice di Dio, e mettete anzi di rincontro alla sua veneranda maestà papale, le autorità umane contro l’autorità divina: voi tutti peccate contro il primo precetto del Decalogo”. Non c’è un dualismo sociale. Allora mi piace in questa conferenza darvi un invito: se torniamo agli atti del Concilio Vaticano, mentre da altri scranni o tribune, si sente il richiamo a tornare al concilio Vaticano detto II), possiamo vedere qual era la mente ed il cuore della maggioranza che approvò l’infallibilità pontificia.

 S.E.R. Cardinal Louis-Edouard-François-Desiré Pie (1815-1880) in un discorso sull’infallibilità pontificia al concilio Vaticano dusse: […] Sia allontanata dunque questa gratuita, fantastica e ingiuriosa immagine della separazione del capo dal corpo!La dottrina ecclesiastica non sopporta la decollazione di San Pietro, nè la storia lo riferisce. Infatti, come osservarono gli antichi scrittori, mentre Paolo, il cui apostolato era temporaneo e straordinario, perse la vita per decapitazione, Pietro, che sarebbe stato a capo della Chiesa del Dio vivente per tutti i secoli futuri, morendo, non ebbe il capo mozzato. E qui piaccia ascoltare le parole di un altro pontefice, insignito del grande nome di Leone, ovvero Leone IX che la Gallia ed insieme la Germania si gloriano di aver dato alla Cattedra romana. “Dunque, disse, quel devotissimo Pietro (scriveva a Michele Costantinopolitano) non solo vivendo ma anche morendo dimostrò ciò, quando chiese con chiaro significato di essere crocefisso capovolto a testa in giù. Spinto da divina ispirazione, si prefigurò come strettamente e indissolubilmente unito e connesso con la prima Pietra fondamentale, che è Gesù Cristo. Affinchè egli, come sovrapposto alla Pietra angolare, portasse tutto il peso della Chiesa, costruzione dall’incorruttibile solidità, e ponendo alla base il proprio capo, sollevasse verso i cieli, con il suo collo inflessibile, tutte le membra del corpo di Cristo crescenti sino alla fine dei tempi, attraverso adatte e naturali articolazioni, come se crescessero sino ai piedi”. Dunque, nessuna separazione, eminentissimi e reverendissimi padri, nessuna mutilazione deve essere rinvenuta in Pietro.”Ancora S.E.R. Monsignor Giuseppe Benedetto Dusmet O.S.B., Arcivescovo di Catania (1818-1894), Cardinale nel 1888, il 14 maggio 1870 diceva: […]Il regno dei cieli (ovvero la Chiesa), reverendissimi padri, è regno di Verità, regno di un Dio che disse di sè stesso: EGO SUM VERITAS. Dunque a Pietro furono date le chiavi della verità, per questo il Papa è infallibile. Questa è la sola possibile interpretazione, in virtù della quale il privilegio concesso al solo Pietro, distinto dagli altri apostoli , si aggiunge alla prerogativa data a tutti gli apostoli congiunti con Pietro, in modo tale che da entrambe queste collazioni sorga uno splendido ordine di unità. Per questo fu scritto stupendamente: “Nel mezzo del ceto dei fedeli, così come nel mezzo del sistema planetario, vi è un supremo motore (il Sole), che senza mai declinare dall’esercizio della propria forza, mantiene gli astri maggiori (i pianeti) nella loro orbita e questi, mantenendosi nella proprio sfera d’attrazione, attraggono gli astri minori (i satelliti).” Se il Papa è il Sole, i vescovi sono i pianeti, noi i satelliti.

S.E.R. Cardinal Juan de la Cruz Ignacio Moreno y Maisonave (1817-1884) Arcivescovo di Valladolidil 19 maggio 1870 al Concilio Vaticano diceva: […]”La Chiesa, come società divinamente costituita, deve avere sempre un punto focale permanente di infallibilità: poichè in qualsiasi momento possono sorgere dubbi o questioni di fede o di costumi. Un fuoco permanente di questo tipo deve essere visibile, affinchè tutti lo possano facilmente vedere e in esso scorgere il fulgore di quell’autorità divinamente costituita, per dirimere infallibilmente ogni lite. Questo fuoco permanente, questo faro che SENZA INTERRUZIONE DI SORTA fa luce ai naviganti, mosso da rapide decisioni, non può essere rappresentato dai concilii ecumenici. Quest’ultimi si tengono di rado e quando si celebrano, non di rado nascono gravissime difficoltà, spesso insanabili. Questo fuoco permanente e visibile invece é il centro dell’unità cattolica, nel quale necessariamente deve essere presente un principio, da cui sorgano unità di fede e comunione. Il principio è l’autorità suprema, dotata di infallibilità, altrimenti sarebbe incapace di produrre e conservare l’unità”.

Mi domando: quest’infallibilità è un’infallibilità che si esercita ogni cento o cinquant’anni ad ogni pronunciamento dogmatico solenne oppure è un’infallibilità che si esercita ogniqualvolta il Papa parla e insegna autoritativamente alla Chiesa? A voi lascio la risposta, alle persone di buon senso: Intelligenti pauca, dicevano i latini. Questa è la mente di chi ha redatto, voluto, insegnato l’Infallibilità pontificia. Non a caso mi piace che nel discorso dei vescovi torna sempre la figura del Papa come centro, del Firmamentum, del cielo delle stelle fisse, in altri casi si paragona al Papa al centro gravitazionale della terra che non permette alla terra di dissolversi. In altri casi il Papato è paragonato al centro della circonferenza, equidistante principio di una figura perfetta: perfectio circuli in centro posita est.

Con acutezza, immaginandosi le critiche che ci sarebbero state nel ventesimo secolo all’infallibilità, S.E.R. Monsignor Martin John Spalding, arcivescovo di Baltimora (1810-1872) in un un discorso tenuto il 30 maggio 1870 diceva: “I confermati posson non aderire al Confermatore ma vanificherebbero il proposito di Nostro Signore, se non vi aderissero. Guai alle greggi, guai all’unico gregge (perchè é unico il Gregge) se non aderisse al Pastore: si disperderebbe, i lupi lo divorerebbero. […]Dicono gli oppositori dell’Infallibilità: la Chiesa non può cadere, l’edificio deve stare ma può cadere il fondamento!

I confermati non possono mai venire meno alla Fede ma il confermatore per cui Cristo pregò, affinchè la sua fede non venisse meno, quegli può cadere! I membri possono separarsi dal capo e vivere! Il gregge è infallibile, non lo è il Pastore! Questi sono argomenti di quelli che vogliono separare il Capo dalle membra e che negano l’infallibilità pontificia”. Vorrei che ascoltaste bene queste parole perché le sentiamo risuonare molto oggi in questa grande crisi della Chiesa: quasi che fosse un’infallibilità dei fedeli, a prescindere dal Papato romano, una Chiesa di Paolo opposto alla chiesa di Pietro. No, non esiste un altro Paolo: il suo apostolato straordinario è cessato con la sua decapitazione, così come cessò l’apostolato straordinario degli altri undici con loro martirio. Un vescovo diceva: le altre cattedre, le cattedre di Filippo, Bartolomeo, Simone, Giuda Taddeo, Matteo, Giovanni, cessarono con la loro morte e spesso alcune di quelle terre furono sommerse dalle tenebre o del paganesimo o dello scisma.

S.E.R. Cardinal Henry Edward Manning, arcivescovo di Westminster (1808-1892) diceva  in un discorso capitale il 25 maggio 1870: […]L’infallibilità del Romano Pontefice non è un’opinione libera tra i cattolici, liberamente ventilata o liberamente da ventilarsi. Siamo già tutti tenuti a crederla. Non è un’opinione ma una dottrina, perchè è già contenuta nella Rivelazione di Dio. Da queste premesse, seguono evidentissimamente due cose: 1° manca di ogni forza e verità l’opposizione fatta in questi mesi sempre più forte che i padri conciliari stiano trasformando un’opinione in un dogma; E’ già stato provato che essa non è nè opinione, nè libera, ma dottrina, non ancora definita ma rivelata, teologicamente certa, almeno prossima alla fede. L’elevazione di una verità cattolica di questo tipo da dottrina non definita a dottrina definita nulla aggiunge alla sua certezza intrinseca, aggiungerà solo una certezza estrinseca; 2° Non solo manca di verità ma soffre di menzogna, la trita espressione che viene usata quando si parla di questa definizione: In necessariis unitas, in dubiis libertas. La dottrina dell’infallibilità pontificia non è in alcun modo dubbia e affinchè dalle nostre controversie e dal silenzio tenuto in concilio sul tema non sorgano dubbi, è necessario che sia promulgata solennemente.[…] Questa fede soprannaturale (nell’Infallibilità pontificia) è viva e efficace in tutta la Chiesa discente, ed è bastata per quindici secoli senza una definizione.[…] Abbiamo udito tra le tante cose incredibili di questi tempi, che vi sarebbero trenta condizioni richieste per la validità degli atti pontificali, sulle quali i teologi si accapigliano senza fine. Ma di queste condizioni o i cristiani le ignorarono per quindici secoli oppure son condizioni cui il Pontefice è legato davanti a Dio ma non davanti agli uomini. […]Infatti nell’assistenza promessa a Pietro sono contenute tutte le cose necessarie. In quest’assistenza, da cui il Papa è diretto affinchè non erri circa il fine, è certamente contenuta l’assistenza circa i mezzi, necessari per raggiungere quel fine.[…] E’ più chiaro della luce del meriggio che, in seguito ad eventuali reticenze di questo Concilio, l’autorità della Chiesa docente ovunque verrebbe indebolita e poi abbattuta e le membra disperse, unite e dipendenti da un Capo privo di forza, facilmente cadrebbero sotto il potere dei governi e precipiterebbero negli abissi delle chiese dette “nazionali”.Tuttavia, con la definizione di questo Concilio Vaticano che rafforzi con l’infallibile giudizio di tutta la Chiesa la suprema autorità del suo Capo, la giurisdizione della Sede apostolica che è fonte unica di verità e unità, aumenterà in forza al punto da trasmettere nuovo slancio e nuovo vigore al corpo episcopale, sarà confermata la fede e l’obbedienza di tutti i cristiani, sarà rafforzata l’unità dell Chiesa e la certezza del Magistero infallibile come la TESTUGGINE ROMANA impenetrabile grazie agli scudi uniti e inscalfibile da ogni parte prenderà e annienterà i dardi infuocati del Maligno.[…]

Vi richiamo con l’attenzione sulla figura del magistero come Romano Testudo, testuggine, un corpo unico, impenetrabile e inscalfibile dalle armi dei nemici. Questa era la speranza dell’arcivescovo Manning, fervente infallibilista inglese.

L’ultima citazione lunga che faccio è quella di S.E.R. Monsignor Bartolomeo d’Avanzo, vescovo di Calvi e Teano (1811-1884) Membro della deputazione conciliare De Fide, cardinale nel 1876, da un discorso tenuto il 20 giugno 1870: “E dunque dal momento che oggi, a causa del progresso, come lo chiamano, ci sono cento lingue e cento bocche attraverso le quali ogni singolo giorno si propagano errori in nuove forme e ognidove, è assolutamente necessario che OGNI SINGOLO GIORNO vi sia anche un supremo giudice infallibile che, in quanto infallibile, condanni e respinga quegli scrittori erranti e deviati che ogni giorno decretano a se stessi l’infallibilità e li sconfigga con una vera e divina infallibilità.

NESSUNA CONDIZIONE, NESSUNA LIMITAZIONE, può essere posta nella definizione, tranne per ciò che è stato detto ovvero che per quanto riguarda il soggetto non parli da dottore privato ma con ruolo docente, per quanto riguarda l’oggetto che si tratti di fede e costumi, per quanto riguarda la causa efficiente e formale questa sia l’assistenza dello Spirito Santo.[…]”

Queste citazioni ci servono per dimostrare quale era la mente e il cuore della Chiesa mentre definiva infallibilmente dell’infallibilità del Papa: oltre ad una dimensione solenne dell’Infallibilità, ve n’é una ordinaria e quasi direi quotidiana per usare un’espressione molto chiara di papa Pio XII, Papa che si espresse infallibilmente contro i metodi contraccettivi in un discorso ad un piccolo ceto di persone, ovvero alle Ostetriche, il 21 ottobre 1951.

Concludo questa conferenza in maniera umbratile: è vero, le mie parole sono state di festa e di entusiasmo. Posso dirvi che mai quanto oggi l’infallibilità pontificia è misconosciuta, diminuita, depotenziata, mal presentata, direi quasi vilipesa: non solo da coloro i quali modernisticamente detengono una parvenza di autorità nella Chiesa, la distruggono col loro pessimo uso del “magistero”, dimostrando anche in questo di non avere questa autorità, ma anche da coloro i quali vogliono combattere per la tradizione. Nessuna battaglia per la tradizione vi può essere senza un corretto intendimento dell’Infallibilità pontificia. Per concludere mi piace citare quello che diceva il 31 maggio 1870 al Concilio Vaticano S.E.R. Monsignor Antonio Maria Claret y Clara (1807-24 ottobre 1870),Arcivescovo in partibus infidelium di San Giacomo di Traianopoli in Tracia canonizzato infallibilmente da Papa Pio XII il 18 maggio 1950: “Non ho dubbi, eminentissimi e reverendissimi padri, che questa dichiarazione sull’infallibilità del Romano Pontefice sarà il VENTILABRO, con cui Nostro Signor Gesù Cristo purificherà la sua aia, porrà il frumento nel granaio, la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Il ventilabro, uno strumento usato nelle nostre campagne, un vaglio, un setaccio per separare, per dividere: ricordiamo sempre, nessuna limitazione, nessun limite umano, nessuna condizione. L’infallibilità pontificia è naturale esercizio del magistero petrino. Chi oggi lo nega, o la fa per misconoscenza della teologia cattolica o lo fa per un interesse malizioso o lo fa per riprendere quei pregiudizi antinfallibilisti storici e teologici che furono sconfitti e sciolti al Concilio Vaticano (detto primo). Ci addolora doverlo dire ma, come diceva un pio vescovo francese, c’è stato in questo ventesimo un colpo da maestro di Satana. Il modernismo, il concilio: far passare attraverso l’autorità, la menzogna, l’errore, se vogliamo, anche l’eresia. Ma vi è un doppio colpo da maestro di Satana che risponde a questo cattivo uso o meglio pseudo uso dell’autorità, con una distruzione, un depotenziamento, con un annichilimento dell’autorità stessa. O usciremo da questa crisi con il magistero petrino tutto intero o non ne usciremo affatto. Un altro vescovo, al concilio Vaticano, in un intervento filologicamente molto interessante e affascinante notava: Portae inferi non praevalebunt ad versus Eam. Questa “Eam” non è solo la Chiesa ma è anche la Petra su cui è fondata, la Pietra che è Pietro. Questa era la 245° conferenza di formazione militante di oggi: grazie molte per aver presenziato così numerosi,  malgrado il caldo. Credo e spero che potremo approfondire ulteriormente approfondire questi temi in periodi tanto ingannevoli e iniqui come quelli che stiamo vivendo.

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