Sant’Ambrogio contro Simmaco e contro il paganesimo

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Nell’enorme opera letteraria di Sant’Ambrogio di Milano, comprendente le più svariate tematiche, vi è un’epistola che ritengo di grande interesse: si tratta dell’Epistola 18, indirizzata all’Imperatore Valentiniano in seguito alla richiesta del pagano Simmaco di ripristinare l’altare della Vittoria all’interno della curia di Roma. Sant’Ambrogio replicherà con autorità e forza alla disputatio a favore del riposizionamento dell’altare, convincendo l’Imperatore a non acconsentire alle richieste del pagano. Fa specie notare come alcune delle accuse degli ambienti “paganizzanti” odierni (decandenza dell’Impero Romano a causa dell’abbandono dell’antico culto in favore del Cristianesimo nella fattispecie) abbiano enormi somiglianze con le motivazioni addotte da Simmaco per ottenere il ripristino dell’altare, motivazioni che Sant’Ambrogio respinge e smentisce.

Quest’epistola andrebbe fatta leggere a coloro che nel XXI secolo esaltano anacronisticamente i “valori” degli ultimi pagani, magari autodefinendosi loro eredi, dimentichi però del fatto che i loro “eroi” vennero arati come grano maturo da quelli che oggi vengono da loro definiti rappresentanti di un “culto semitico” o qualcosa del genere. C’è da sperare che anche loro possano, almeno alla fine dei loro giorni, dire quel fatidico “hai vinto, Galileo! “ pronunciato da Giuliano l’Apostata prima di passare a miglior vita.

 

IL VESCOVO AMBROGIO AL BEATISSIMO PRINCIPE E CLEMENTISSIMO IMPERATORE VALENTINIANO

 

1. Giacchè l’illustre prefetto del Pretorio Simmaco ha presentato una relazione alla tua clemenza giacchè l’altare, che era stato rimosso dalla curia della città di Roma, fosse rimesso al suo posto, e tu, imperatore, benchè nel tirocinio della minore età e nell’inesperienza della gioventù, ma veterano nella virtù della fede, disapprovavi la supplica dei pagani, nello stesso momento in cui l’ho appreso ti ho presentato un memoriale, nel quale, pur compendiando quanto mi sembrava necessario suggerirti, ho chiesto tuttavia che mi fosse data una copia della relazione.

2. Pertanto non per dubbi sulla tua fede, ma per previdente cautela e sicuro di un tuo scrupoloso esame, con questo scritto rispondo alle affermazioni della relazione, chiedendo solo che tu faccia attenzione non all’eleganza della forma, ma alla sostanza degli argomenti. Aurea infatti, come insegna la divina Scrittura, è la lingua dei saggi letterati, che dotata di ornamenti verbali e di uno stile sgargiante come i riflessi di un colore prezioso, cattura gli occhi dell’anima con la bellezzadel suo aspetto e abbaglia la vista. Ma questo oro, se lo maneggi attentamente, in apparenza è prezioso, in realtà non è che metallo. Leggi e rileggi, ti prego, e fruga a fondo la dottrina dei pagani. Appariscenti e magniloquenti suonano le loro parole, ma difendono idee vuote di vero; parlano di Dio, ma adorano una statua.

3. Tre punti ha proposto l’illustre prefetto della città, da lui ritenuti validi: che Roma richieda quelli che lui chiama i suoi vecchi culti; che si debbano assegnare retribuzioni ai suoi sacerdoti e alle vergini vestali; e che al rifiuto di tali retribuzioni sia seguita una carestia.

4. Nella prima argomentazione Roma con voce di pianto reclama quelli che lui chiama i suoi vecchi culti e le loro cerimonie. Furono questi riti, afferma, a respingere Annibale dalle mura, i Sénoni dal Campidoglio. E così mentre esalta la potenza dei riti, se ne rivela l’inefficacia. Annibale a lungo si fece gioco dei culti romani e benche lo combattessero gli dèi di Roma potè a forza di vittorie giungere fino alle mura dell’Urbe. Perché dovettero subire l’assedio quelli per i quali combattevano le armi dei loro dèi?

5. Che dire poi dei Sénoni, cui i resti dell’esercito romano non avrebbero impedito di penetrare all’interno del Campidoglio, se non li avesse traditi lo schiamazzo di un’oca impaurita? Ecco quali custodi hanno i templi romani. Dov’era allora Giove? O parlava in un’oca?

6. Ma che bisogno ho di negare che i riti sacri combattessero per i Romani? Ma anche Annibale adorava gli stessi dèi. Quale delle due alternative vogliono? Scelgano. Se i sacri riti diedero la vittoria ai Romani, diedero la sconfitta ai Cartaginesi; se concessero il trionfo sui Cartaginesi, non si può dire che giovassero neppure ai Romani.

7. Cessi dunque quella malevola lagnanza del popolo romano, non era questo il mandato di Roma. Con ben altre parole si rivolge ai pagani: <<perché ogni giorno mi insanguinate col vano macello di bestie innocenti? Non nelle viscere degli animali, ma nelle forze dei guerrieri stanno i trofei della vittoria. Con altri modi ho proceduto a soggiogare il mondo. Era un soldato Camillo che, massacrati i trionfatori della Rupe Tarpea, recuperò le insegne sottratte al Campidoglio: il valore abbattè quelli che la religione non tenne lontani. Che dire di Attilio, che fu soldato anche a prezzo della vita? L’Africano non fra gli altari del Campidoglio, ma tra le schiere di Annibale trovò il trionfo. Perché mi citate esempi così antichi? Detesto le pratiche come quelle di Nerone. Che dire di imperatori durati due mesi, e di re i cui inizi coincisero con la loro fine? O per caso è una novità, che i barbari hanno varcato i nostri confini? E ancora erano forse cristiani quegli imperatori, di cui uno fu fatto prigioniero – cosa miserevole e inaudita – , e sotto l’altro lo fu il mondo, rivelando così l’inganno delle loro cerimonie che promettevano la vittoria? Anche allora non c’era l’altare della Vittoria? Ho rimorso del mio peccato. La mia canizie di vecchia è arrossita per un sangue vergognosamente versato. Non arrossisco a quest’età di convertirmi con tutto il mondo, è proprio vero che non è mai troppo tardi per imparare. Arrossisca quella vecchiaia che non sa correggersi. Non la longevità degli anni va apprezzata, ma quella dei costumi. Questo solo avevo in comune coi barbari, che prima d’ora non conoscevo Dio. Il vostro sacrificio è un rituale cospargervi di sangue. Perché cercate la voce di Dio in animali morti? Venite e imparate a essere in terra soldati del cielo: viviamo qui e militiamo lassù. Il mistero del cielo me lo insegni Dio stesso, che vi ha creato, non l’uomo, che è ignoto a sé stesso. A chi devo credere su Dio, se non a Dio? Come posso credere a voi che confessate di non conoscere ciò che adorate?>>.

8. Dice che <<non si può giungere per una sola via a un mistero così grande>>. Ciò che voi ignorate, noi lo sappiamo dalla voce di Dio. E ciò che voi ipotizzate, a noi è noto dalla stessa sapienza e verità di Dio. Non c’è accordo dunque fra la vostra e la nostra condotta. Voi implorate dagli imperatori la pace per i vostri dèi, noi chiediamo a Cristo la pace per gli stessi imperatori. Voi venerate le opere delle vostre mani, noi riteniamo offensivo ritenere Dio tutto ciò che si può fabbricare. Dio non vuole essere adorato in una pietra. Perfino i vostri filosofi ne hanno riso.

9. Che voinegate la divinità di Cristo perché non credete alla sua morte (non sapete infatti che quella fu una morte della sua carne, non della sua divinità, a cui si deve se nessuno più dei credenti morirà), che c’è di più insensato di voi, che adorate offendendo, e onorate umiliando? Giacchè voi reputate vostro Dio un pezzo di legno. Che venerazione offensiva! Non credete che Cristo sia potuto morire. Che riverente ostinazione! Che pervicace omaggio!

10. <<Ma>> aggiunge, <<bisogna restituire i vecchi altari agli idoli, i loro ornamenti ai templi.>> Faccia tale richiesta chi condivide tale superstizione: un imperatore cristiano non sa onorare che l’altare di Cristo. Perché costringono mani pie e bocche fedeli a collaborare ai loro sacrilegi? La voce del nostro imperatore riecheggi Cristo e sia sempre sulle sue labbra solo il nome di chi ha nel petto, perché <<il cuore del re è nella mano di Dio>> (Proverbi 21,1). Forse un’imperatore pagano ha mai eretto un’altare a Cristo? Mentre reclamano cose passate, con il loro esempio ci ricordano con quanto rispetto gli imperatori cristiani debbano tributare alla religione che seguono, dal momento che quelli pagani hanno fatto di tutto per le loro superstizioni.

11. Noi siamo appena agli inizi, e già sono meno di noi quelli che ci avevano emarginato. La nostra gloria è il sangue, il loro cruccio una perdita di denaro. Noi la riteniamo come una vittoria, essi la considerano un’offesa. Mai ci hanno più avvantaggiato di quando facevano flagellare i Cristiani, proscriverli e ucciderli. La religione ha fatto un premio di quello che la perfidia reputava un supplizio. Vedete che generosità! Noi siamo cresciuti attraverso le ingiustizie, la miseria, i supplizi, essi non credono che i loro riti possano sussistere senza sovvenzioni.

Abbiano, dice, le vergini vestali l’esenzione delle tasse che loro compete. Lo dicano quelli incapaci di credere che ci possa essere una verginità non retribuita; allettino col guadagno quelli che non hanno fiducia nelle virtù. E tuttavia quante vergini hanno ottenuto con le ricompense promesse? Appena sette sono le fanciulle scelte come vestali. Ecco tutto il numero che han fruttato le bende del capo, la porpora delle vesti, la lettiga attorniata in processione da una folla di servitori, i grandissimi privilegi, i sostanziosi guadagni, i limiti temporali della loro castità.

[…]

 

17. Ecco il fatto che una carestia, come dicono, ha punito a espiazione di un abominevole illecito: ha cominciato a essere vantaggioso per tutti ciò che lo era per i sacerdoti. E’ per questo dunque che uomini sfiniti leccavano per un po’ di succo, come essi dicono, alberi scortecciati. E’ per questo che, sostituendo ai cereali le ghiande caonie, riditotti di nuovo a cibarsi, come gli animali, di un vitto repellente, scuotevano le querce per placare una miserevole fame. Prodigi davvero inediti, mai prima accaduti, quando in tutto il mondo imperava la superstizione pagana. In effetti quando mai prima d’ora il raccolto ha frustrato con le spighe vuote i voti del contadino, e i solchi senza messe hanno deluso la speranza della popolazione rurale?

18. Da dove viene la credenza dei Greci nelle loro querce oracolari, se non dal fatto che ritenevano un dono della religione celeste il rimedio di un cibo silvestre? Di tal fatta essi credono i doni dei loro dèi Chi ha adorato gli alberi di Dodona se non il popolo dei pagani, valorizzando lo squallido nutrimento del terreno boschivo? Non è verosimile che i loro dèi in collera abbiano inflitto come castigo quello che in pace solevano dare come dono. Che razza di giustizia per il vitto negato a pochi sacerdoti, negarlo a tutti, rendendo così la punizione più crudele della colpa? Non è questa dunque la causa idonea a provocare la sofferenza di un mondo in crisi, tale che nel pieno rigoglio delle messi si estinguesse di colpo la speranza di un raccolto maturo.

19. Fatto è che da moltissimi anni i privilegi dei templi sono stati soppressi in tutto il mondo: solo ora agli dèi pagani è venuto in mente di punire l’offesa? E’ per vendicare il danno dei sacerdoti dell’Urbe che non si è verificata la consueta piena del Nilo, che non ha vendicato quello dei suoi?

20. E ammettiamolo pure: se ritengono che l’anno precedente gli dèi hanno vendicato le offese loro arrecate, perché nel corrente anno questa noncuranza? Giacchè la popolazione rurale non si nutre più dissotterrando le radici dalle erbe, né cerca conforto nelle bacche selvatiche, né strappa il cibo dai pruneti, ma lieta di un lavoro fecondo, mentre guarda anch’essa stupita le sue messi, ha saziato il digiuno al di là dei suoi voti: la terra ci ha reso a usura i suoi frutti.

21. Chi è dunque così poco pratico delle faccende umane da stupirsi delle vicende stagionali? Eppure anche l’anno precedente abbiamo appreso che la maggior parte delle province ha goduto di un abbondante raccolto. Che dire delle Gallie, più feraci del solito? Le Pannonie han venduto il frumento che non avevan seminato, e la seconda Rezia si è accorta a proprie spese dell’invidia suscitata dalla sua fertilità: quella che era solitamente al sicuro per la sua penuria, per la sua fecondità si è attirata il nemico. La Liguria e le Venezie si sono sfamate col frumento d’autunno. Dunque come quell’anno non si è inaridito a causa del suo sacrilegio, così questo è in pieno rigoglio per i frutti della fede. Avranno il coraggio di negare che le vigne hanno prodotto in sovrabbondanza? Così abbiamo raccolto una messe oltre misura e goduto i benefici di una generosa vendemmia.

22. Rimane l’ultimo e più importante punto, se voi, imperatori, dobbiate ristabilire il culto di quei protettori che vi hanno giovato. Dice infatti: <<difendano voi, siano venerati da noi>>. E’ proprio questo, fedelissimi principi, che non possiamo sopportare, che ci rinfaccino che esssi supplicano i loro dèi in vostro nome, e senza un mostro mandato commettano un gravissimo sacrilegio, interpretando la permissività come consenso. Si tengano pure i loro protettori, che li difendano, se possono. Perché, se non possono essere di aiuto a chi li adora, come possono difendere voi, che non li adorate?

23. <<Ma>>, dice, <<si deve mantenere il rito degli antenati.>> Ma se tutto in seguito è andato migliorando? Lo stesso universo, o che in principio sia formato per aggregazione di atomi nel vuoto in un molle globo, o che fosse tutto un orrore di tenebre nel caos di un’opera incompiuta, in seguito alla separazione del cielo, del mare e della terra ha ricevuto quelle forme che ne rivelano la bellezza? Spogliatasi delle umide tenebre la terra si stupì di vedere un sole sconosciuto. Il giorno al suo inizio non è molto luminoso, ma aumentando man mano la luce e il calore si fa brillante e bruciante.

 

[…]

 

28. Affermino dunque che tutto doveva restare com’era in principio, che non sono contenti che il mondo, coperto dalle tenebre, sia stato illuminato dal sole. E quanto più deve farci contenti l’aver scacciato le tenebre dell’anima piuttosto che quelle del corpo, ed essere stati illuminati dalla fede più che dal sole? Così i primordi del mondo, come di tutte le cose, furono incerti, perché seguisse la veneranda vecchiezza di una fede canuta. Quelli che ciò indispone, biasimino le messe, perché la sua fecondità è tardiva, biasimino la vendemmia, perché cade al tramonto dell’anno, biasimino l’uliva, perché è l’ultimo frutto.

29. Dunque anche la nostra fede è la messe dell’anno; la grazia della Chiesa è la vendemmia dei meriti, in virtù dei quali sin dall’origine del mondo verdeggiava dei santi, ma negli ultimi tempi si è diffusa tra i popoli, perché tutti si accorgessero che la fede di Cristo non è penetrata in anime novizie (che non c’è vera vittoria senza avversario), ma, dopo aver scacciato la credenza che dominava prima, si è giustamente preferito il vero.

30. Se i vecchi riti le andavano bene, perché la medesima Roma si è data a riti stranieri? Lasciamo stare la terra lastricata a caro prezzo e ele capanne pastorali fulgendi di oro degenere. Ma, per rispondere punto per punto alle loro lamentele, perché hanno accolto gli idoli delle città conquistate e gli dèi vinti e i riti stranieri, zelanti imitatori di una superstizione esotica? Da dove hanno preso il culto di Cibele che lava il suo cocchio nelle acque dell’Almone, simbolo di un altro fiume? Da dove i preti frigi e le divinità, sempre invise ai Romani, della nemica Cartagine? Quel nume che gli Africani adorano come celeste e i Persiani come Mitra, i più l’adorano come Venere, il nome è diverso, ma la divinità è la stessa. Così credettero dea anche la vittoria, che certo è un dono, non una potenza: si dona, non domina, grazie alle legioni, non al potere delle religioni. E’ dunque una grande dea quella dovuta al numero dei soldati o donata dall’esito delle battaglie!

31. Chiedono che un suo altare si edifichi nella città di Roma, cioè dove si riuniscono numerosi Cristiani. Ci sono altari in tutti i templi, c’è un altare anche nel tempio delle Vittorie. Poiché si compiacciono della quantità, celebrano dovunque i loro sacrifici. Che altro è se non un’offesa alla nostra fede, la rivendicazione di sacrificare su un solo altare? E’ tollerabile che un profano sacrifichi e un Cristiano vi assista? Assorbano, dice, assorbano anche loro malgrado il fumo negli occhi, la musica nelle orecchie, la cenere nella gola, l’incenso nelle narici, e le faville suscitate dai nostri focolari costringano i loro volti anche se vi ripugnano. Non gli bastano i bagni, i portici, le piazze gremite di idoli? Anche in quella comune assemblea non vi sarà parità di condizione? La compenente cristiana del Senato sarà vincolata dalle loro invocazioni, dai loro giuramenti? Se rifiuta, sarà come rivelare la possibilità di una menzogna, se acconsente, come confessare un sacrilegio.

32. <<Dove>>, dice, <<giungeremo riguardo alle vostre leggi e alle vostre parole?>> Dunque il vostro animo, che si tiene entro i termini delle leggi, raccoglie consensi, si assicura la fedeltà grazie alle cerimonie pagane? Si scuote così la fiducia non solo dei presenti, ma anche degli assenti, e ciò che è più grave, imperatori, la vostra, perché ogni vostro ordine è tassativo. Costanzo di augusta memoria, non ancora iniziato ai sacri misteri, riteneva di contaminarsi solo alla vista di quell’altare. Ne ordinò la rimozione, non il ripristino. La prima ha la validità di un fatto compiuto, il secondo non ha quella di un’ordine effettivamente dato.

 

[…]

 

35. Chi lasciò i templi romani con più felici auspici di Gneo Pompeo? Eppure questi, dopo aver abbracciato il mondo intero con un triplice trionfo, battuto in battaglia, in fuga dalla guerra, in esilio dai confini del suo Impero, perì per mano di un eunuco egiziano.

 

[…]

 

37. E ancora chi troviamo dedito ai sacrifici più del capo dei Cartaginesi Amilcare? Che, mentre faceva sacrifici durante tutta la battaglia, in mezzo alle schiere in lotta, quando apprese la sconfitta dei suoi, si gettò in quelle stesse fiamme che alimentava, per spegnere col suo corpo quel fuoco di cui aveva sperimentato l’impotenza.

38. E che dire di Giuliano? Che mal confidando nei responsi degli aruspici, si precluse la possibilità del ritorno. Dunque se è uguale la vicenda, non è uguale la responsabilità: le nostre promesse non hanno mai beffato nessuno.

39. Ho risposto alle loro provocazioni come se non fossi stato provocato: perché mi premeva confutare la loro relazione, non parlare della loro superstizione. Tuttavia, imperatore, la stessa loro relazione ti renda più prudente. Avendo discorso dei principi precedenti, i cui più antichi avevano celebrato i riti dei padri, i più recenti non li avevano soppressi, e aggiunto: <<se non costituisce un modello il comportamento religioso dei primi, lo faccia la permissività degli ultimi>>, ti ha mostrato con tutta evidenza quello che tu devi sia alla tua fede, cioè di non seguire l’esempio dei riti pagani, sia all’affetto verso tuo fratello, cioè di non violarne i decreti. Se infatti hanno esaltato, solo nell’interesse del loro partito, la permissività di quei principi che, pur essendo cristiani, non soppressero minimamente i decreti di quelli pagani, quanto più devono accordare al tuo amore fraterno che tu, che dovresti chiudere un occhio, pur senza tutto approvare, non deroghi dalle disposizioni di tuo fratello, e mantenga quello che più giudichi corrispondere sia alla tua fede che ai tuoi vincoli di sangue con lui.”

(tratto da La Maschera della Tolleranza pag. da 77 a 105, edizioni BUR)

 Segnalazione di anonimo, raccolta a cura di Piergiorgio Seveso