Czeslaw Milosz e il ketman — Parte III

Pubblichiamo a puntate un capitolo del libro «The Captive Mind» di Czeslaw Milosz sul ketman, tecnica di dissimulazione molto attuale.

Ketman


Nei paesi convertiti alla Nuova Fede, le città perdono il loro aspetto di un tempo. L’eliminazione delle piccole imprese private dà alle vie un aspetto rigidamente istituzionale. La cronica mancanza di merci fa sì che le folle siano tutte vestite allo stesso modo. Quando sul mercato si verifica finalmente un afflusso di generi di consumo, si tratta sempre di articoli scadenti. Paralizzando la personalità, il terrore obbliga le per­sone a imitare quanto più possibile i loro simili, aderendo ad un modello standardizzato nei gesti, negli abiti, nell’espressio­ne del viso. Le città si riempiono di individui le cui caratteristiche razziali —fisico tarchiato, gambe corte, fianchi larghi— riescono gradite ai governanti. Si tratta del tipo proleta­rio, coltivato all’eccesso mediante le limitazioni estetiche in vigore. Tutti sappiamo che quelle donne tozze e quegli uomi­ni massicci potrebbero trasformarsi completamente sotto l’in­fluenza delle arti figurative, della moda e del cinematografo, poiché l’America ci ha provato come, agli effetti dell’aspetto fisico, l’incremento dei rapporti fra le masse sia importante almeno quanto la dieta alimentare. Le vie, gli opifici, le piazze, le sale dei comizi ostentano le inevitabili bandiere rosse ed i motti dipinti a lettere cubitali.
I nuovi edifici sono monumen­tali ed opprimenti, perché la leggerezza e la grazia architetto­niche vengono tacciate di formalismo. La gamma delle espe­rienze estetiche concesse agli abitanti della città, nei paesi satelliti di Mosca, è straordinariamente limitata. Il solo luogo incantato è il teatro, poiché il suo fascino resiste ancora, no­nostante sia insidiato dai dettami del realismo socialista, che stabilisce tanto il contenuto dell’opera da rappresentarsi come la messa in scena. L’enorme successo popolare di autori come Shakespeare è dovuto al fatto che il loro valore immaginativo trionfa persino quando è costretto entro i confini di una ambientazione realistica. L’ansito verso la singolarità, cosi forte nell’interno dell’Impero, dovrebbe lasciare qualche tranquillità ai governanti; ma molto probabilmente non è cosi, in quanto ai loro occhi codeste aspirazioni rappresentano una dimostra­zione di nostalgia del passato.
Nei villaggi, dove il preesistente sistema di abitudini deve essere completamente abolito mediante la trasformazione dei contadini in lavoratori agricoli, sopravvive ancora qualche re­siduo delle culture individuali stratificatesi attraverso il lento trascorrere dei secoli. Qualora si voglia parlare con franchez­za, bisognerà riconoscere che codeste culture si reggevano principalmente mercé l’appoggio dei contadini più ricchi. La lotta contro di essi, e il bisogno di nascondersi che ad essi ne deriva, devono per forza atrofizzare il gusto per gli abiti regio­nali, le decorazioni delle masserie, la coltivazione dei giardini privati, e via dicendo. Esiste una contraddizione ben definita fra la protezione ufficiale del patrimonio folcloristico (inteso come forma di una innocua cultura nazionale atta ad appagare le tendenze patriottiche del popolo) e le necessità inerenti alla nuova struttura economica.
Date queste premesse estetiche, è logico che, in un simile ambiente, il Ketman abbia ampie opportunità di espandersi. Esso si esterna non soltanto nell’inconscia aspirazione alla sin­golarità (che viene appagata mediante i divertimenti control­lati, come il teatro, il cinematografo e i festivals popolari), ma anche in varie forme di evasione. Gli scrittori si sprofondano nei testi antichi, commentano e revisionano i vecchi autori, oppure cercano più libero sfogo alla fantasia nella letteratura infantile. Molti si dedicano alla carriera universitaria perché le ricerche in campo storico offrono un pretesto inoppugnabile allo studio del passato e al contatto con opere di altissimo va­lore estetico. Il numero dei traduttori di prose e poesie anti­che si moltiplica. I pittori si applicano ad illustrare libri per bambini, in modo che la scelta di colori più vivaci possa esse­re giustificata dalla necessità di interessare la «ingenua» fantasia infantile. Gli impresari teatrali, dopo aver compiuto il loro dovere presentando al pubblico i pessimi lavori con­temporanei, si industriano a introdurre nei loro repertori i drammi di Lope de Vega o di Shakespeare — cioè, per essere precisi, quei pochi drammi che sono approvati dalla censura.
Alcuni rappresentanti delle arti plastiche ardiscono persino svelare il loro Ketman in ampia misura, affermando il bisogno dell’estetica nella esistenza quotidiana e dando vita a speciali istituzioni, ove si disegnano mobili, vetrerie, stoffe e ceramiche per l’industria. Simili iniziative rendono bene e trovano appoggio fra i più intelligenti dialettici, nelle sfere superiori del Partito. Sono sforzi che meritano ogni consi­derazione, quando si ricordi che, prima della Seconda Guerra Mondiale, Polonia e Cecoslovacchia erano —lasciando in di­sparte Svezia e Finlandia— le nazioni più progredite in fatto di arredamento. Nondimeno, non esiste una ragione per­ché ciò che passa per formalismo in pittura e architettura venga tollerato, sia pure durante un brevissimo periodo di tempo, nelle arti applicate.
Il razionalismo del Ketman estetico è palese: visto che nell’economia socialista tutto è pianificato, perché dovrebbe esser proibito procedere ad un appagamento pianificato dei bisogni estetici dell’essere umano? Ma a questo punto si in­vade l’infido territorio appartenente a quel dèmone che ha nome Psicologia. Ammettere che all’occhio umano abbiso­gnino colori esultanti, forme armoniose o lievi architetture solari, significa affermare che il Centro ha cattivo gusto. Co­munque, anche a questo riguardo, si sono fatti progressi. Si sono già edificati grattacieli sul tipo di quelli che vennero eret­ti a Chicago intorno al 1900. Non è escluso che nel 2000 si arrivi a introdurre ufficialmente quelle forme di arte che oggi vengono considerate moderne in Occidente. Ma come acquetare il dubbio che le esperienze estetiche sorgano da qual­cosa di organico e che l’unione di colore ed armonia con la paura sia cosi difficile a immaginarsi come sarebbe difficile concepire una specie di volatili dalle piume brillanti che vivesse nella tundra polare?

Il Ketman professionale si basa sul seguente ragiona­mento: poiché affronto circostanze indipendenti dal mio vo­lere, e poiché ho a mia disposizione soltanto una vita, che oltre tutto è assai breve, dovrò cercare di aggiustarmi come meglio posso. Sono come un crostaceo aggrappato ad uno sco­glio sul fondo del mare. Sopra di me infuriano le tempeste e viaggiano grandi navi, ma tutto il mio sforzo è diretto ad ag­grapparmi allo scoglio, perché altrimenti sarei trascinato via dalle acque e perirei, senza lasciare di me alcuna traccia. Se sono uno scienziato, presenzio ai congressi leggendo rapporti strettamente intonati ai dettami del Partito. Ma in laboratorio conduco le mie ricerche secondo i metodi scientifici, e in ciò faccio consistere lo scopo della mia vita. A patto che il lavoro sia portato a termine nel debito modo, non mi interessa sapere sotto quale aspetto verrà presentato e a chi ne sarà attribuito il vanto. Le scoperte fatte nel nome di una disinteressata sete di verità sono durature, mentre gli urli dei politici passano e si disperdono. Posso assoggettarmi a tutti i loro comandi e permettere che usino il mio nome come loro meglio aggrada, purché mi lascino libero accesso ai laboratori e mi diano il danaro necessario per acquistare strumenti scientifici.
Se sono scrittore, vado orgoglioso dei miei successi letterari. Ecco, ad esempio, un mio saggio su Swift. Ecco una mia analisi dell’opera di Marx. Codesto tipo di analisi, che non è sinonimo del Metodo applicato dalla Nuova Fede, ren­de possibile uno studio in profondità degli avvenimenti sto­rici. Marx ha il genio dell’osservazione. Seguendo le sue orme, si è al sicuro da qualsiasi attacco, perché egli è il profeta riconosciuto: inoltre, lo scrittore può proclamare la propria fede nel Metodo e nella Nuova Fede in una prefazione che adempia 1° stesso compito espletato un tempo dalle dediche al re odallo Czar. Ecco una versione di un poema del sedicesimo se­colo, oppure un romanzo che si svolge in un’epoca lontana. Non hanno forse un valore duraturo? Ecco le mie traduzioni dal russo. Sono state considerate favorevolmente e mi hanno fruttato molto danaro; ma Pushkin è un grande poeta e il suo valore intrinseco non può venir alterato dal fatto che oggi i suoi poemi servano al tiranno come mezzi di propaganda. Na­turalmente, per avere il diritto di esercitare la mia professione, debbo pagare una specie di tributo mediante un certo numero
di articoli o di odi. Ma la nostra vita su questa terra non viene giudicata in base a qualche articolo scritto sotto il pun­golo della necessità. Questi due esempi di Ketman professionale dovrebbero dimostrare quanto sia limitato il fastidio che esso causa ai go­vernanti. Il suo scopo è la creazione di uno speciale campo di azione, nel quale l’individuo possa dar libero sfogo alle pro­prie energie e sfruttare in pieno le proprie conoscenze, sottraendosi nel medesimo tempo al destino riservato ai funzionari, che sono sempre alla mercé degli incerti eventi politici.
Il Ketman professionale è una sorgente di forza dinamica, una causa determinante dell’immenso impulso verso l’istru­zione. Il figlio di un operaio, che divenga chimico, compie un progresso permanente. Il figlio dell’operaio, che entri nella polizia, sale alla superficie del mare, dove navigano grandi piroscafi, ma dove le acque sono mutevoli e tempestose. Inol­tre, e ciò è ancora più importante, gli esperimenti chimici, la costruzione dei ponti, la traduzione di poesie e la professione medica sono campi liberi dalle falsità. A sua volta, lo Stato trae un profitto da codesto tipo di Ketman, poiché ha bisogno di chimici, medici e ingegneri. Di quando in quando, è vero, dall’alto scendono soffocati borbottii astiosi contro coloro che praticano il Ketman nel regno degli studi umanistici. Il super­visore letterario di Mosca, Fadeyew, attaccò l’Università di Leningrado perché uno dei suoi studenti aveva scritto una
dissertazione sul poeta inglese Walter Savage Landor. «Chi ha bisogno di Landor? Chi lo ha mai udito nominare?», gridò
Fadeyew. È quindi evidente che moderazione e cautela sono indispensabili a chi voglia adottare codesta forma di Ketman.

A cura della redazione

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