Le false accuse del neo-paganesimo

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Calunniate, calunniate, qualcosa resterà.”

Voltaire

 

Si è già parlato in un’occasione del poco noto (fortunatamente per un verso, ma sfortunatamente per un altro) travaso di anti-cristianesimo da un’intellighenzia tendenzialmente di sinistra, laicista e talvolta anche marxista ad una di destra che non avversa né l’etnismo (se non proprio il razzismo biologico) né tantomeno certe malcelate simpatie neopagane (vedasi a tal riguardo www.radiospada.org/2013/09/la-nuova-destra-cocktail-malriuscito-di-neopaganesimo-anticristianesimo-etnismo/ ), ma raramente si è discusso nel mondo cattolico di un fenomeno abbastanza di nicchia ma che sembra essere venuto alla ribalta in questi anni grazie alla massificazione dell’utilizzo di Internet: il “ritorno di fiamma” di accuse (neanche troppo recenti) volte alla denigrazione del Cristianesimo provenienti dal mondo cosìdetto neopagano.

Come nel caso della Nouvelle Droite, tali accuse sono ben poco originali, esse vengono tendenzialmente riprese da quelle degli ultimi autori pagani del III secolo d. C. (Giuliano l’Apostata, Celso, Porfirio e via discorrendo) oppure da più recenti filosofi o pensatori moderni (Nietzsche, Evola, Rosenberg ecc. ecc.). Alla luce di tutto ciò a molti verrà da chiedersi perché occuparsi di una corrente di nicchia che non ha alcuna influenza sulla società; la risposta che si può loro dare è che essa, pur essendo numericamente risibile a livello degli aderenti e completamente ininfluente nei salotti che contano, pone una serrata critica al Cristianesimo decisamente più “raffinata” rispetto a quella del mondo ateo-laicista, ormai iper-inflazionata oltre che trita e ritrita. E’ per questa ragione che vale la pena di esaminare qualcuna di tali accuse aggiungendovi la relativa smentita, non tanto per aprire polemiche con un mondo (quello pagano o presunto tale) che è ormai morto e sepolto da almeno 1500 anni, ma per evitare che qualcuno di poco avveduto possa farsi deviare da delle tesi che Sant’Ambrogio ai suoi tempi giustamente definì “Appariscenti e magniloquenti”, che però inevitabilmente “difendono idee vuote di vero”.

 

Tra le tante accuse anti-cristiane onnipresenti negli attuali schemi ideologici neopagani vi è sicuramente quella che va a definire il Cristianesimo come la causa del crollo dell’Impero Romano per il suo pacifismo, la sua iconoclastia e il suo odio verso le classi sociali più abbienti (quasi fosse una sorta di bolscevismo ante-litteram). Riguardo alle accuse di pacifismo, che comporterebbero anche il rifiuto della leva tra i primi cristiani, va ricordato che le predicazioni di un risibile ed esasperante antimilitarismo nacquero dall’eresia montanista, e non certo dall’ortodossia cattolica. A riprova di ciò basti considerare la massiccia presenza di cristiani nell’esercito romano: negli anni 180-190 d. C. ve ne è un elevato numero nella Legio III  di stanza nell’attuale Maghreb e nella Legio XII in Asia Minore, mentre sono oggi venerati come santi diversi uomini che servirono nelle legioni romane: San Maurizio, generale della Legione Tebana (composta interamente da egiziani di fede cristiana), San Magno, anche lui militante nella Tebana, e San Giuliano di Brioude, un ufficiale figlio di nobili di Vienne (Gallia) martirizzato nel 304, giusto per citare i più noti. L’apologeta Tertulliano, rispondendo con ironia già ai suoi tempi agli attacchi dei detrattori del Cristianesimo, affermò “Noi riempiamo i vostri campi!”. Aprendo a questo punto un discorso più generale sulla presunta mollezza della primi cristiani e sulle presunte virtù guerriere degli ultimi pagani ricorderei che le invasioni barbariche penetrarono facilmente nelle regioni scarsamente cristianizzate (Longobardi, Burgundi, Svevi e Alamanni dal Reno, Franchi dalle Bocche del Reno, Ostrogoti, Vandali e Alani dal Medio Reno), mentre vennero fermate in Asia Minore e davanti al Bosforo, ossia in quelle regioni dell’Impero la cui maggioranza era cristiana. Escludendo infatti il disastro di Adrianopoli, l’Impero Romano d’Oriente (completamente cristianizzato) riuscì a sopravvivere all’alluvione delle popolazioni germaniche e successivamente l’unica iniziativa militare venuta dopo il crollo dell’Impero d’Occidente che ebbe successo contro i barbari venne messa in atto dall’Imperatore d’Oriente Giustiniano, che sottrasse ai Regni Romano-Barbarici quelle regioni (Italia, sud della Spagna, nord del Marocco, la Numidia e l’attuale Tunisia) in cui la popolazione cristiana era largamente maggioritaria.

Altra accusa è quella che va a considerare i primi cristiani una massa di iconoclasti avente in odio ogni forma di arte. Se da un lato in effetti è vero che nel IV secolo d. C. il Concilio di Elvira espresse nel canone 36 il divieto di utilizzare immagini per decorare le chiese, dall’altro va ricordato che tali indicazioni di fatto non venivano emanate, e in caso contrario raramente erano osservate. D’altronde va considerata una duplice necessità dei primi cristiani: la prima, quella di distaccarsi dalle raffigurazioni mitologiche onnipresenti nell’Impero Romano, e la seconda, ossia il fatto che fino agli inizi del IV secolo il Cristianesimo era considerato una religio illicita ed un’eventuale fioritura artistica sarebbe stata una fin troppo eloquente auto-denuncia. Nonostante tutto questo l’archeologia ha rivelato l’esistenza di un’arte paleocristiana: nelle catacombe pullulano sculture di vittoria, geni, amorini, maschere, animali marini e terrestri posti sui sarcofagi e dipinti raffiguranti scene ispirate alla mitologia greco-romana utilizzate però come rappresentazione del messaggio cristiano: Ulisse che si fa legare all’albero per non cedere al canto delle sirene è un’allegoria per definire colui che resiste alla tentazione, Orfeo che grazie alla sua lira attira a sé gli animali rappresenta Cristo che richiama a sé gli uomini, Eros che abbraccia Psiche vuole raffigurare l’amore di Dio nei confronti del singolo battezzato. Se tutto ciò non bastasse vi è anche la presenza di numerosissime pitture, le più antiche risalenti al periodo che va dal 150 al 200 d. C., situate nelle pareti e nelle volte intagliate nel tufo delle catacombe. Inoltre nella catacomba di Callisto si può trovare una raffigurazione del giardino del Paradiso risalente a poco prima dell’Editto di Milano, comprendente anche un ritratto realistico di cinque defunti rivestiti di abiti pregiati.

Per quanto riguarda invece il presunto odio dei primi cristiani verso le classi sociali più abbienti la smentita nasce da una semplice panoramica della necropoli romana rinvenuta in seguito agli scavi effettuati sotto la basilica vaticana negli anni ’50: tali scavi hanno portato alla luce delle tombe di nobili famiglie romane mostranti inequivocabili segni di una conversione al Cristianesimo di diversi loro membri. Tra di esse spicca quale quella dei Giulii (la famiglia che donò a Roma Cesare e Augusto), le cui tombe dimostrano, tramite mosaici paleocristiani contenuti al suo interno (raffiguranti il Buon Pastore, il Divin Pescatore, il Profeta Giona e Cristo stesso), che nel 200 – 250 d. C., in pieno periodo di persecuzione, tale famiglia abbandonò il paganesimo in favore della religione di Cristo. Caso analogo si registra nella famiglia dei Valerii, che poteva vantare di aver avuto al suo interno Manio Valerio Massimo, uno dei vincitori della battaglia di Messina (262 a.C.), e il poeta (amico di Ovidio, Tibullo e Ottaviano) Valerio Messala Corvino. La loro tomba, originariamente pagana, mostra eloquenti segni di una conversione al Cristianesimo tramite le iscrizioni poste tra personaggi scolpiti e dipinti. Altra gens convertitasi in tempo di persecuzioni fu quella dei Flavi, come dimostra anche il fatto che le Catacombe di Domitilla debbano il loro nome a una delle due donne dei Flavi che portarono quel nome nel I secolo d. C.

 

Ulteriore capo d’accusa (comune a quella che era una volta la Nouvelle Droite francese ma suppongo non troppo estraneo al mondo neopagano) è il considerare l’esaltazione cristiana della verginità come causa del crollo demografico nell’Impero. A tal riguardo penso che la parola vada passata a Jean Dumont, che nel suo saggio L’Eglise au risque de l’Histoire ritenè opportuno affermare che “se è esatto che la Chiesa primitiva predica il valore eminente della verginità, non si può trascurare il rifiuto criminale della verginità da parte della società pagana, in particolare per le giovanissime. Né la tremenda degradazione morale dei costumi del Basso Impero, vera fonte dell’infecondità demografica dell’agonizzante società antica. Innanzitutto, i pagani praticavano il matrimonio sistematico delle fanciulle impuberi: l’età legale e frequente del matrimonio era per queste di dodici anni, quantunque la pubertà non venisse raggiunta, a quel tempo, in media, che ai quattordici. Perfino bambine ancor più giovani venivano consegnate, ai loro uomini, come “fidanzate” o come concubine. Questa pratica produceva, demograficamente, disastri: l’epigrafia funeraria mostra come quasi un quinto delle giovani spose conosciute tramite dette iscrizioni muoia nel primo anno di matrimonio, e i due terzi hanno meno di vent’anni. E va detto che la ricerca generalizzata e senza freni del solo piacere, indipendentemente dalla procreazione, è la caratteristica fondamentale della società pagana declinante. L’aborto vi era libero, essendo condannato solo quando il marito protestava per essere stato privato di una discendenza. Era oggetto […] di mille procedure, enumerate dai trattati medici, da Ippocrate a Sorano, e universalmente praticate. Una specie di prostituzione generalizzata, alla greca, si estendeva sull’Impero romano, favorita dal servizio che fornivano a questo riguardo gli schiavi domestici e le “clientele”. “La società antica muore di questa dissociazione del piacere (e della procreazione), in una società di schiavi” (Pierre Chaunu, Histoire et foi, Parigi 1980, p. 143).” (tratto da La Chiesa ha ucciso l’Impero romano e la cultura antica? di Jean Dumont, edizioni Effedieffe, pag. 47 – 48).

 

I neopagani di oggi cercano inoltre di far passare i loro precedecessori come gente aperta e tollerante (secoli di persecuzioni che causarono decine di migliaia di martiri sembrerebbero contraddirli…) mettendoli in contrapposizione coi primi cristiani, considerati un’accozzaglia di fanatici. Spesso tendono a citare il cristiano Flavio Eugenio (l’usurpatore del trono imperiale che a capo di un’esercito pagano tentò di sconfiggere Teodosio I subendo la disfatta nella battaglia del Frigido del 394 d. C.) come uno dei pochi che non tradirono l’essenza “misterica” del Cristianesimo (che secondo loro, non si sa su che basi, sarebbe la sua vera natura) e che riuscì a venire incontro alla tolleranza religiosa propria dei pagani. Essi probabilmente dimenticano che al fianco di Flavio Eugenio marciava anche il franco Arbogaste, il quale prima del Frigido ebbe da dire che “All’orizzonte i lampi preannunciano una battaglia, le fontane di Roma spilleranno il sangue dei traditori dell’antico culto, che i cristiani tornino ad essere pasto per i leoni e le loro anime nettare per Ade”, frase che lasciava ben poco spazio alla prospettiva una futura convivenza pacifica tra i due credi laddove quella battaglia fosse stata persa da Teodosio.

A voler rimanere nell’ambito della battaglia sul fiume Frigido non mancano, da parte neopagana, coloro che ritengono l’esercito cristiano costituito da soldataglia orientale, dimenticandosi del fatto che se è vero che tra le fila di Teodosio militarono come forze addizionali legionari provenienti dalla Siria e dall’Iberia caucasica per la più parte tale armata era composta dai 20.000 soldati visigoti (tra cui anche il loro re Alarico I) e dalle legioni regolari dell’Impero Romano d’Oriente, che tra i suoi generali annoverava il germanico Stilicone.

Altra invettiva va invece a ritenere che numerose conversioni fossero in realtà frutto di coercizione e di violenze. Potrà essere vero per alcuni casi, ma in generale riesce molto difficile credere che una religione considerata illecita e che ha dovuto subire periodi di persecuzioni per circa tre secoli possa aver avuto una simile presa sulle coscienze (come la ebbe quella di Cristo) per mezzo della forza.

 

Ulteriore aspetto che caratterizza i neopagani è l’affermare che il Cristianesimo abbia assorbito elementi delle tradizioni precedenti ad esso, nella fattispecie riferendosi soprattutto alla venerazione della Beata Vergine Maria e allo stesso termine “Dio”, che secondo loro affonderebbe le sue radici in Deus Pater, differenziandosi quindi da islamici ed ebrei in quanto questi non avrebbero tale radice nei termini che loro usano per riferirsi a Dio.

Le polemiche sul culto mariano possono essere liquidate abbastanza rapidamente: tale devozione ha origini antichissime che risalgono probabilmente alla Chiesa primitiva, come lo provano le ricerche archeologiche della fine degli anni ’70 (a opera dell’archeologo e francescano Bellarmino Bagatti) svoltesi nella Basilica dell’Annunciazione a Nazareth (edificata dove una volta vi era la casa della Madonna), le quali rivelarono che tale basilica venne costruita su una bizantina del V secolo innalzata a sua volta al di sopra di una chiesa del III, sotto la quale vi è una casa rurale in cui vennero rinvenuti dei graffitti in greco del II secolo, tra i quali figurano le scritte “Luogo sacro a Maria” e “XE MAPIA” (Kaire Maria, Ave Maria). Considerando la datazione (attorno al 100 d. C.) e il luogo (la Palestina) cadono da sole le affermazioni di coloro che ritengono la devozione mariana frutto dell’assorbimento di tradizioni pagane da parte del Cristianesimo una volta affermatosi in Europa.

Riguardo invece alla questione terminologica posta dai neopagani essa può venire risolta considerando che anche il termine “Allah” (ﷲ), che letteralmente significa “Iddio”, ha significati analoghi derivando dalla parola araba al – ilāh che viene genericamente usata per indicare la divinità. Il fatto che poi dai cristiani che parlano una lingua indo-europea venne e viene usata la parola “Dio”, che deriva dal latino “divus” (“spendente”) e “dies” (“giorno”), è dovuto ad una semplice questione linguistico- geografica: i cristiani arabofoni usano infatti il termine “Allah” per riferirsi a Dio come gli islamici (pur con delle variazioni di pronuncia rispetto ai musulmani), ma non si può per questo accusarli di aver ricalcato la tradizione islamica dato che essa è successiva a loro.

 

Ad ogni modo, il delirio vero e proprio lo raggiungono certi sedicenti intellettuali neopagani quando mettono il Cristianesimo sullo stesso piano dell’Islam e del Giudaismo non per chissà quale ragionamento teologico ma per un mero dato razziale, definendoli infatti tutti e tre appartenenti ad una cultura desertica e semitica. Così facendo, oltre che squalificare sé stessi dalla categoria delle persone dotate di intelligenza, squalificano il loro stesso credo facendolo scivolare verso un volgare, oltre che zoologico ed idolatrico, culto del sangue (che altro non è se non una colossale adorazione di sé stessi). Il tutto raggiunge poi il parossismo quando costoro, dopo aver accusato il Cristianesimo di estraneità all’Europa in quanto giudaizzante, si rifanno volentieri all’induista Kali Yuga e non disdegnano certo il cosìdetto Dharma dei loro “cugini” orientali: insomma, quando si parla di Cristianesimo si tratta solo ed esclusivamente di un corpo estraneo (secondo i sovracitati deliri razzisti), mentre quando si tratta di paganesimo bene o male siamo tutti parenti.

In ogni caso l’affermare che il Cristianesimo sia una sorta di variante più o meno eretica del Giudaismo risulta essere una considerazione priva di fondamento (se vogliamo, e dobbiamo, considerare da cerebrolesi il giustificare tale asserzione solo sulla base dell’appartenenza etnica di Cristo o dei primi cristiani): già dagli scritti dei primi cristiani si denota infatti una completa autonomia rispetto alla tradizione giudaica, basti citare a riguardo testi come la Controversia di Giasone e Papisco considerata opera di Aristone di Pella piuttosto che il De Principiis di Origene. In generale si può osservare una forte selettività dei primi cristiani nei confronti della tradizione ebraica, come d’altronde viene dimostrato anche dalla liturgia: il modello di sacerdote non è più l’ebreo Aronne, ma il cananeo Melchisedec (Cristo stesso viene definito da San Paolo “sacerdote in eterno dell’ordine di Melchisedec” nella Lettera agli Ebrei). Una derivazione dalla tradizione propria del Giudaismo esiste (anche se sarebbe più corretto riferisi ad una continuità tra l’annuncio dei Profeti e dei Patriarchi e la Chiesa Cattolica), ma non è certo predominante. Al limite è possibile parlare del trasferimento di singole tradizioni ebraiche, quale ad esempio il fatto che, contrariamente ad un equivoco mediamente diffuso, i cristiani non pregavano e non pregano rivolti verso Roma, ma bensì verso l’Oriente: l’abside delle chiese deve essere sempre rivolto ad est in modo che prete e fedeli preghino nella stessa direzione.

Concludendo riporterei quello che disse Léo Moulin (1906 – 1996), sociologo belga agnostico che per 50 anni insegnò storia e sociologia all’Università di Bruxelles, riferendosi genericamente a tutte le false imputazioni che da ogni dove e in ogni tempo vanno a riversarsi sulla Cristianità: “Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto. Femministe, omosessuali, terzomondiali e terzomondisti, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici. Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perchè non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche? […] Quella vergognosa menzogna dei “secoli bui”, perché ispirati dalla fede del Vangelo! Perché, allora, tutto ciò che ci resta di quei tempi è di così fascinosa bellezza e sapienza? Anche nella storia vale la legge di causa ed effetto…

 testo di anonimo, raccolto a cura di Piergiorgio Seveso