Alessandro Maggiolini tra politica e storia

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Non si può certamente negare che la lunga permanenza (almeno  fisica) di Alessandro Maggiolini sulla cattedra di Sant’Abbondio abbia avuto forte caratura politica, mostrandosi in una continua e puntuale (verrebbe quasi da dire contrappuntistica) analisi del dibattito e del cicaleccio politico italiano. In mezzo ad un panorama “episcopale” italofono sempre in bilico tra una vacua deriva amministrativista e burocratica, un silenzio duro come il macigno di fronte al divampare della secolarizzazione e un attivismo solidarista di piccolo cabotaggio, tipico cascame di una “nouvelle theologie sociale” arrivata con un po’ di ritardo nelle nostre contrade, monsignor Maggiolini ha avuto senza dubbio una ruolo pubblico rilevante e pressoché unico. Bisogna rilevare quanto questa esposizione mediatica abbia avuto costi umani e intellettuali notevoli, esponendo tutte queste “declinazioni magisteriali” al rischio frequente di fraintendimenti, manomissioni e strumentalizzazioni. Purtroppo il precipitato giornalistico del vasto “magistero temporale” maggioliniano ha subito irrimediabilmente le ingiurie della semplificazione mediatica. Altrettanto rapidamente si sono create le icone di “vescovo leghista”, “vescovo nordista” e quella ancora più grottesca di “vescovo di destra”, gravemente riduttiva per una proposta culturale e politica eclettica, rapsodica e diciamo pure armonicamente disorganica, come quella appunto di monsignor Maggiolini. Sulla scia di questo “scenario magisteriale” composito, mentre sulla ribalta politica italiana si affacciava prepotente e dirompente, nella primavera 1996, la suggestione politica della secessione e dell’identità padana e mentre Camillo Ruini, innanzi all’ “episcopato italiano” ribadiva, sulle stregua delle precedenti dichiarazioni di Giovanni Paolo II alla settimana sociale di Torino del 1993, che “la Chiesa è elemento dell’unità nazionale”, confondendo drammaticamente e incredibilmente identità e unità, Alessandro Maggiolini ribadiva una verità semplice e esplosiva. Come quando la folgore dell’ovvio si scarica per terra, lasciando tutti attoniti e spaventati, Maggiolini ricordava che “l’Unità d’Italia non è un dogma” e la “storia del Risorgimento non è storia sacra”. Non era – come molti commentatori vollero e ancor oggi vogliono – un’adesione nemmeno larvata ai programmi politici secessionistici e nemmeno alla propaganda leghista che allora (prima della stagione cattolica-tradizionalista, anch’essa piuttosto strumentale) ondeggiava tra pulsioni anticattoliche e sperimentalismi neopagani: lo stesso Maggiolini non lesinò critiche anche brutali alle esternazioni della politica bossiana, sia prima che dopo il definitivo Ralliement politico del 2000 con il centro-destra. Era una di quelle frasi che suscitano, ben al di là della volontà dei propri enunciatori, reazioni, reminiscenze che riannodano i fili di una storia parzialmente obliata ma non perduta. Era la storia dei grandi episcopati europei che accanto e spesso alla testa dei loro popoli si erano impegnati, a cavallo tra due secoli, nei duri percorsi di una lotta quasi sempre cruenta, a volte coronata da articolati successi, a volte marchiata con i duri segni della sconfitta. Dai vescovi irlandesi (un esempio su tutti quelli del Cardinal Cullen) a quelli baschi, impegnati nelle guerre carliste (tra cui una figura affascinante come quella di Monsignor Joseph Caixal i Estrade, vescovo di Urgel), passando per lo slovacco Andrej Hlinka, padre della Slovacchia indipendente, ci sono significativi esempi di vescovi che hanno lottato con la penna e il pastorale per i loro popoli, perseguitati come minoranze, conculcati nei loro diritti fondamentali ad una vita dignitosa, incatenati in sistemi statuali oppressivi e innaturali. Ma, per venire a esempi più vicini, chiunque abbordi in maniera non libresca la storia dell’Ottocento, non può non fermarsi meravigliato di fronte alla dura condanna (quasi unanime) da parte del mondo cattolico di lingua italiana (Episcopato compreso) delle progressive aggressioni politico-militari perpetrate contro gli stati e i popoli preunitari da parte della potenza “unificatrice” dell’epoca ovvero la Corona sabauda. È quindi giusto, e lo si dica sine ira ac studio, rilevare come quel moto politico-militare abbia avuto anche una natura strumentalmente “religiosa” e quindi a suo modo dogmatica, tentando di creare una “religione” civile con eroi divinizzati, martiri, sacrifici, rituali e simboli, tale da sostituire o, come minimo, indebolire quella Religione che invece era elemento qualificante (ma non unificante) dei popoli pre-unitari. Questo “risorgimento”, fenomeno culturale elitario, armato della mazza ferrata delle invasioni e di una propaganda letteraria e giornalistica martellante, fu quindi sostanzialmente estraneo e ostile al cattolicesimo romano, alla Chiesa di Pio IX, di Don Bosco, de “L’Armonia” e de “La Civiltà Cattolica”. La sua vittoria livellatrice, a colpi di fatti compiuti e invasioni “rigeneratrici”, significò, anche per gli episcopati italiani, lunghi anni di persecuzione poliziesca e di interdizione nel libero esercizio del proprio Magistero, con vescovi che vennero arrestati (il caso Fransoni a Torino e di altri vescovi delle due Sicilie e dello Stato pontificio è esemplare) e molti altri cui fu impedito di prendere possesso della propria sede. Tra questi mi sembra doveroso ricordare a chi legge la figura di monsignor Luigi Nicora, vescovo eletto di Como, cui nel 1888 non fu concesso l’exequatur regio e cui fu inibito con violenza e intimidazione terroristica l’accesso alla cattedra di Sant’Abbondio. Voci, immagini, storie sanguinose e (permettetemi) forse ancora sanguinanti, come nascoste emorragie, che un “pensiero episcopale” in libertà ha evocato. In tempi di grandi conformismi e di grandi menzogne, spacciate come solari verità, non è stato davvero poco. Chapeau, Don Sandro!

Piergiorgio Seveso

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