Czeslaw Milosz e il Ketman — parte V

Pubblichiamo a puntate un capitolo del libro «The Captive Mind» di Czeslaw Milosz sul ketman, tecnica di dissimulazione molto attuale.

Ketman

Il Ketman etico nasce dall’opposizione all’etica della Nuo­va Fede, che asserisce essere il bene ed il male definibili sol­tanto in rapporto al vantaggio ed allo svantaggio arrecato agli interessi della Rivoluzione. E, poiché il contegno esemplare dei cittadini nelle relazioni reciproche aiuta la causa del socia­lismo, si dà immensa importanza alla moralità individuale.
«Lo sviluppo dell’uomo nuovo» è la chiave del programma. I membri del Partito sono oppressi da pesanti limitazioni; da essi si esige un alto grado di astinenza. Ne risulta che l’ammissione al Partito somiglia all’entrata in un ordine religioso, e la stampa della Nuova Fede parla di codesto atto con la stessa gravità con cui la stampa cattolica parla dei voti pro­nunciati dalle giovani novizie. Piú elevata è la posizione dell’uomo politico, piú attenta è la sorveglianza che viene eser­citata sulla sua vita privata. L’avidità di danaro, l’abitudine al bere, o una vita amorosa troppo movimentata, tolgono ai membri del Partito la possibilità di assurgere ad incarichi veramente importanti. In conseguenza, i ranghi piú elevati sono formati da asceti devoti ad una sola causa: quella della Rivoluzione. Quanto a certi strumenti del potere, privi di rea­le influenza, ma utili a motivo del nome che portano, accade spesso che le loro debolezze siano sopportate e persino inco­raggiate, perché costituiscono una garanzia di ubbidienza. In linea generale, l’ideale etico della Nuova Fede è puritano. Sarebbe bello poter rinchiudere in cella tutti i cittadini per rila­sciarli soltanto al momento in cui devono compiere il loro la­voro o partecipare alle assemblee politiche. Ma, purtroppo, bisogna fare qualche concessione alla natura umana, e la pro­creazione è possibile solo come risultato dei rapporti ses­suali fra uomo e donna.
«L’uomo nuovo» viene abituato ad avere come unica norma di condotta il bene della collettività. Pensa e reagisce in conformità con gli altri; è modesto, industrioso, pago di quanto lo Stato gli concede; limita la sua vita privata alle notti che trascorre in casa, e passa il rimanente del tempo a lavorare e divertirsi fra i suoi compagni, osservandoli senza posa per poi riferire i loro gesti e le loro opinioni all’autorità. Molte civiltà hanno conosciuto e conoscono la delazione; ma la Nuova Fede, pur evitando scrupolosamente l’uso del vocabolo, la proclama virtú cardinale del buon cittadino. Essa è alla base della paura che ogni uomo prova nei riguardi del suo prossimo. Il lavoro negli uffici e nelle fabbriche è duro, non soltanto per via della fatica che impone, ma anche a motivo della costante necessità di stare in guardia contro occhi ed orecchi vigilanti in ogni luogo. Dopo il lavoro, bisogna recarsi ad una assemblea politica o ad una conferenza speciale, protraendo in tal modo una giornata che non ha avuto un solo attimo di abbandono e di spontaneità. La gente con cui si parla può sembrare sincera, espansiva, perfino scontenta o indignata; ma si tratta sempre di espedienti per ottenere la fiducia degli interlocutori ed estorcerne preziose confidenze, che verranno poi fedelmente ripetute alle autorità.
In effetti, da codesto culto della comunità nasce un veleno che intossica la comunità stessa. La mentalità dei Soloni del Partito è veramente strana. Sebbene facciano molte conces­sioni alle esigenze fisiologiche dell’uomo, non vogliono am­mettere che egli abbia anche altre debolezze: che si senta a suo agio quando può rilassarsi, e infelice quando è oppresso dal terrore, che mentire gli nuoccia in quanto crea nel suo intimo una penosa tensione. Coteste manchevolezze, sommate ad al­tre —come ad esempio il desiderio di migliorare la propria sorte a spese del prossimo— trasformano l’etica, che origina­riamente si basava sulla cooperazione e sulla fratellanza uma­na, in un’etica aggressiva, che scaglia gli uomini gli uni contro gli altri, concedendo le piú ampie possibilità di vittoria ai piú abili. La vittoria sembra arridere ad una razza ben diversa da quella che doveva trionfare all’avvento del capitalismo in­dustriale. Se i cani potessero essere suddivisi in due categorie, l’una rumorosa e brutale, l’altra silenziosa e maligna, la se­conda categoria godrebbe tutti i privilegi nei paesi della Nuo­va Fede. Quaranta o cinquanta anni di educazione a codesti principii etici avranno come immancabile effetto la creazione di una nuova e irredimibile specie umana. L’«Uomo nuovo» non è piú soltanto un postulato: sta per divenire una realtà.
Il Ketman etico non è raro fra i personaggi altolocati del Partito. Si tratta di uomini che, nonostante siano capaci di assassinare milioni di esseri umani nel nome del Comunismo, vorrebbero compensare in qualche modo la severità di cui danno pubblico sfoggio, osservando una condotta privata tal­volta piú onorevole di quella tenuta da molte persone osse­quenti ai concetti dell’etica individualistica. La loro compren­sione e il loro desiderio di rendersi utili sono quasi illimitati. Fu proprio siffatta disposizione che in giovinezza li spinse sul­la via della rivoluzione e che ora li mette in grado di ripetere l’esperienza dello stesso Marx. Il maggior numero di aderenti a questa specie di Ketman si trova fra i vecchi comunisti. Gli inevitabili conflitti fra l’amicizia e gli interessi della Rivo­luzione costituiscono problemi che essi soppesano lungamente nello loro coscienza; cosí giungono a mostrarsi spietati sol­tanto quando si siano convinti che, proteggendo un amico o astenendosi dal denunciarlo, nuoceranno a quella causa che costituisce il loro piú prezioso bene. Sebbene godano fama di possedere una cristallina onestà, non sono al sicuro dalle fre­quenti accuse di «intellettualismo»; epiteto sprezzante, che indica gli uomini inattaccabili in campo teorico, ma impediti nell’agire da una eccessiva inclinazione alle considerazioni di indole etica. Il rivoluzionario dovrebbe essere esente da ogni scrupolo. Meglio abbattere alla cieca alberi umani che perder tempo a domandarsi quali fra essi siano infraciditi.
Questa varietà di Ketman è una delle piú diffuse nelle democrazie popolari, perché la nuova etica vi è stata impor­tata solo di recente, mentre l’etica sconfitta dalla Nuova Fede vi ha regnato per secoli. Un elemento di sorpresa è dato dal fatto che è impossibile prevedere dove ed in chi si rivelerà questo Ketman. Certi individui, che per molte ragioni sem­brano incapaci di denunziare chicchessia, si rivelano poi inveterati informatori; mentre altri, in apparenza tetragoni ai «pregiudizi», dimostrano una inesplicabile lealtà verso gli ami­ci e persino verso gli estranei. Questo Ketman viene con gran­de cura ricercato e punito, perché aumenta le difficoltà di con­trollo sui cittadini; ma il numero delle situazioni in cui può venire applicato è cosi vasto, che spesso elude ogni sistema repressivo.
I cittadini dei paesi occidentali non si rendono conto che milioni di esseri umani, in apparenza pili o meno simili a loro, vivono in un mondo fantastico come quello dei Marziani. L’Occidentale ignora i nuovi orizzonti sull’umana natura che vengono aperti dal Ketman. La vita in uno stato di perpetua tensione sviluppa facoltà latenti nell’uomo, il quale non so­spetta neppure le vertiginose altezze di perspicacia cui può giungere quando si trovi braccato, perseguitato, costretto ad affidarsi all’astuzia per non soccombere. La sopravvivenza di chi è piú incline all’acrobazia mentale crea un tipo umano quasi ignoto sino ad oggi: le necessità, che spingono l’uomo a cercar rifugio nel Ketman, aguzzano il suo intelletto.
Chiunque credesse di potersi formare un’idea sulla vita intellettuale dei paesi oltre cortina leggendo i monotoni arti­coli pubblicati dalla stampa, o i discorsi stereotipati che vi ven­gono pronunciati ogni giorno, commetterebbe un grave errore. Proprio come i teologi, nelle epoche di rigida ortodossia, per esprimere il loro punto di vista usavano il severo linguaggio della Chiesa, cosí oggi gli scrittori delle democrazie popolari impiegano uno stile, una terminologia e una linguistica rituale. Importante è non ciò che si dice, ma ciò che si voleva dire, mascherando il pensiero con lo spostamento di una virgola, con l’aggiunta di una «e», con la scelta di una successione di idee anziché di un’altra durante la discussione di un problema. Chi non sia vissuto in quei paesi non può sapere quante titaniche battaglie vi siano state combattute, quali sconfitte ab­biano subito gli eroi del Ketman, quale sia lo scotto della lot­ta. Naturalmente, la gente impegnata in questo combattimento quotidiano prova un certo disprezzo nei riguardi dei connazio­nali che hanno cercato scampo all’estero. Non si può chiedere al chirurgo di considerare la propria abilità sullo stesso piano di quella del macellaio; nello stesso modo, il Polacco, il Ceco­slovacco e l’Ungherese, ormai progrediti nell’arte del dissimu­lare, sorridono apprendendo che qualche fuoruscito li ha chiamati traditori (o porci) proprio mentre tali traditori (o porci) erano impegnati in una filosofica partita a scacchi dal cui esito dipendevano le sorti di quindici laboratori o di venti accademie artistiche. All’estero non si sa in quale misura paghino i connazionali rimasti in patria, non si sa che cosa comprino, né a quale prezzo.
II Ketman, come istituzione sociale, non è del tutto privo di vantaggi: per valutarli basterà gettare uno sguardo sull’Occidente. Gli Occidentali, e soprattutto gli intellettuali occidentali, soffrono di una speciale varietà di tædium vitæ; la loro vita emotiva e intellettuale è troppo sbandata. Qualsiasi pensiero o sentimento svanisce come vapore in uno spazio aperto. Per essi la libertà è un peso; non giungono mai ad una conclusione definitiva: ogni cosa può essere e può non essere. Il risultato è un costante disagio morale. I piú felici sembrano coloro che si sono dati al Comunismo. Vivono in un recinto contro le cui pareti cozzano di continuo, ma che offre loro una possibilità di difesa e li aiuta a definire sé stessi. Una volta sottoposto a pressione, il vapore che prima si disperdeva nell’aria diventa energia. Una forza ancor più grande viene generata in quelli che devono nascondere le loro convinzioni comuniste, e cioè adottare il Ketman: abitudine questa, che, bisogna riconoscerlo, non è del tutto ignorata nei paesi occidentali.
In breve, il Ketman significa l’auto-affermazione dell’individuo contro qualcosa. Chi lo pratica soffre, causa gli ostacoli in cui si imbatte; ma forse, se questi ostacoli venissero eliminati, si troverebbe in un vuoto che potrebbe apparirgli ancor piú penoso. A volte la ribellione interiore è essenziale per la salute dello spirito e può creare una speciale forma di felicità. Ciò che è permesso dire in pubblico è spesso meno interessante della magica lotta per difendere il proprio santuario intimo. Vivere in perpetua apprensione rappresenta per la maggior parte degli uomini una tortura insopportabile, ma molti intellettuali accettano la prova con masochistico piacere.
Chi pratica il Ketman mente. Ma sarebbe meno sleale se potesse dire la verità? Il pittore, che nel suo quadro, rappresentante la vita in una fattoria collettivizzata, cerca di introdurre abusivamente l’illecita («metafisica») gioia ispiratagli dalla bellezza del mondo, resterebbe smarrito se gli venisse concessa piena indipendenza di espressione, perché la bellezza del mondo gli appare tanto piú grande quanto meno libero è di dipingerla. Il poeta rimugina tristemente le idee che potreb­be esporre se non lo vincolassero le responsabilità politiche; ma forse, se fosse libero, non riuscirebbe a concretare le sue visioni. Il Ketman arreca sollievo e fomenta i sogni di quello che potrebbe essere: persino il recinto che imprigiona l’indi­viduo gli offre il conforto di fantasticare a suo piacere.
Forse il misterioso successo della Nuova Fede ed il fasci­no che essa esercita sulla vita intellettuale dipendono proprio dalla mancanza nell’uomo di una intima essenza. Assogget­tando l’individuo alla pressione, la Nuova Fede crea codesta essenza o, per le meno, la sensazione che essa esista. Il timore della libertà non è nulla piú che timore del vuoto. «Nell’uo­mo non c’è nulla», disse un dialettico mio amico. «Egli non potrà mai togliere qualcosa da sé stesso, poiché questo qual­cosa non c’è. Gli è impossibile abbandonare i propri simili e scri­vere in un deserto. Ricordatevi che l’uomo è in funzione delle forze sociali. Chiunque voglia rimanere solo è destinato a pe­rire». La constatazione è probabilmente vera, ma dubito si possa darle un nome diverso da quello di «legge dei nostri tempi». Se avessero sentito di non aver nulla in loro stessi, Dante non avrebbe potuto scrivere la Divina Commedia, e Chardin non avrebbe potuto dipingere una sola natura morta. Oggi l’uomo ritiene di non aver nulla dentro di sé; di conse­guenza accetta tutto, anche quello che riconosce essere cattivo, pur di trovarsi in armonia con gli altri, pur di non rimaner solo. Sin quando nutrirà codesto convincimento, non gli si potranno rivolgere molti rimproveri. Forse per lui è meglio coltivare un Ketman in pieno sviluppo, sottomettersi alla pres­sione, e cosi arrivare alla sensazione di essere, anziché ricor­rere a quella saggezza delle epoche passate, secondo la quale l’uomo è una creatura di Dio.
Ma azzardiamo l’ipotesi che si cerchi di vivere senza ricorrere al Ketman, che si dica: «Se perderò, non compiangerò me stesso». Ammettiamo di poter vivere senza pressione esterna e di poter creare noi stessi la nostra passione interna. Allora non sarà piú vero che nell’uomo non vi sia nulla. Cor­rere questo rischio equivarrà a compiere un atto di fede.

A cura della redazione

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