In ricordo di Monsignor Alessandro Maggiolini

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L’11 novembre 2008 moriva a Como mons. Alessandro Maggiolini, per ben 18 anni vescovo della diocesi lariana. Questa grande figura di Vescovo sembra tuttavia destinata a entrare nel dimenticatoio; il che sarebbe un grande peccato. Non ho qui la pretesa di una presentazione completa, ma solo di un breve ricordo che cerco di impostare seguendo il suo motto episcopale: “Veritas, Misericordia et Gaudium”.

*** Veritas. Mons. Maggiolini viene spesso ricordato con l’immagine del truce e arcigno “Vescovo leghista”. Non che gli importasse un granché: «Non ho mai fatto politica, tranne quella dei valori impliciti nella Rivelazione e nella realtà del Signore Gesù. Il vescovo leghista è una “fola” inventata da uomini dalla fantasia sfuocata… Non riuscirei a essere “leghista” almeno perché ho il culto di una lingua italiana passabilmente elegante». Tuttavia, questa etichetta mette in secondo piano quello che egli realmente era. Egli ha aperto il suo Testamento con queste parole, con le quali dunque intendeva riassumere la sua vita: «Professo la fede cattolica insegnata, ricevuta e vissuta nella Chiesa: ogni affermazione e ogni esperienza, senza sgarri e senza attenuazione». Mons. Maggiolini era innanzitutto uno strenuo difensore della Fede che, come ha ricordato mons. Luigi Negri, ha difeso anche all’interno della stessa Chiesa. Una fede che non si è trasformata in ideologia, e che per questo non gli ha mai impedito di confrontarsi e dialogare anche con chi la pensasse diversamente (a patto che questi usasse il cervello), poiché – sono sempre parole di mons. Maggiolini – «con i reprobi si può ragionare, con i tonti no». Fede solida e chiara: non l’ha mai trasformata nelle “fette di salame sugli occhi” con le quali spesso viene confusa. Egli vedeva chiaramente che «abbiamo paura di parlare di Gesù, abbiamo paura di parlare del giudizio. Insomma sembra quasi che siamo distributori di pillole soporifere, di inobrium, di noan, che addormentano, più che svegliare le persone. Ecco, io ho l‘impressione che il cristianesimo attiverà ancora se sarà sé stesso veramente… Io ho in mente il cardinale König che, all‘apertura del Concilio, quando gli avevano chiesto di che cosa doveva trattare il Concilio aveva risposto: “Parlate di Dio. Parlate del Verbo che si incarna e di Gesù di Nazareth che muore e risorge per noi”. Secondo me bisogna davvero riprendere i fondamenti della fede. Oggi non è che ci siano più delle eresie parziali, settoriali: c‘è una gran confusione! Nessuno più sa dire che cosa sia il cristianesimo. E invece è di una semplicità enorme». Sapeva bene che «se la Chiesa dimentica Gesù Cristo si rende meno interessante di una bocciofila». Una visione forse inquietante, ma sorretta dalla vera speranza, quella cristiana: la certezza che la Chiesa giungerà alla fine dei tempi nelle mani del Signore La verità più grande e più consolante era quella di Gesù presente nell’Eucarestia. «Quando si passa davanti all’Eucarestia senza un gesto di ossequio o ci si limita a un accenno di genuflessione che sembra l’esercizio ginnico di un artritico; quando non si vede più il prete pregare davanti al Tabernacolo, la vita perde significato e valore: si fa una solitudine orrenda attorno a noi e Cristo rimane tra noi ogni giorno sino alla fine dei secoli, solo». In casa, la porta della cappella era sempre socchiusa e visibile dallo studio, per intravedere il tabernacolo, dove c’era «Colui che non l’avrebbe mai abbandonato».

*** Misericordia. Negli ultimi anni di vita, quelli della pensione ai quali tutti aneliamo, mons. Maggiolini, già malato, decise di dedicarsi al Sacramento della Confessione. Qualsiasi fedele, recandosi nel Duomo di Como ogni pomeriggio (fino agli ultimi mesi di vita), lo trovava sempre al solito posto, seduto nel confessionale di destra, vicino alla porta. Egli continuava a ripetere che così «tornava a fare il prete», a recuperare il rapporto diretto con la gente e a donare il perdono del Signore. Alcuni suoi penitenti scrissero che «era di una semplicità disarmante. Non sembrava di essere a colloquio con il vescovo, ma con un padre». Io ho avuto la grazia di avvicinarlo nel confessionale, e non posso che sottoscrivere questa testimonianza. Sembrava proprio un padre, che – pur nella fermezza – non aveva scandalo dei peccati. Ottenuta l’assoluzione, si riceveva il regalo del Vescovo: una corona di Rosario e una caramella.

*** Gaudium. Dalla Confessione, mons. Maggiolini esortava ad uscire gioiosi, perché «chi si stacca dall’inginocchiatoio deve sorridere perché è diventato una creatura nuova». Una letizia che l’ha accompagnato anche nell’ultima malattia, come ricorda chi l’ha incontrato in quel periodo: «Sapevamo bene quanto soffrisse per la sua malattia, eppure nessuno di noi due riusciva a credere che soffrisse così tanto, perché era troppa la gioia e la passione di vita che portava in sé. Un sabato pomeriggio di metà ottobre, dopo aver subìto una delicata operazione, siamo andati a trovarlo in ospedale, e ricordo bene che a un certo punto disse che era contento. Gli chiesi, un po’ perplesso, come facesse ad essere contento, in quelle condizioni. Mi disse: “Uno che è stato appena operato ed è andato tutto bene, come fa a non accorgersi che è voluto bene? Se stare qui è fare la volontà del Signore, io sono ben contento. Vedi, a volte basta davvero poco perché ci si accorga di quanto si è amati. Questo non basta ad essere contenti?”».

*** «Sandro, non illuderti. Di te rimarrà qualche flebile ricordo della bontà che sei riuscito a far fluire dal cuore. Poi, col passare degli anni, non ci sarà più nemmeno la Messa di anniversario della tua morte. Finirai nel ricordo comune dei vescovi di Como, che di solito vengono immaginati come santi, mentre tu, molto probabilmente, avrai bisogno di suffragi robusti e lunghi». Preghiamo perché il Signore non si dimentichi di questo suo servo buono e fedele, perché possa «fissare gli occhi negli occhi di Gesù per vedere di che colore sono». Questo era il suo desiderio: lo stesso degli innamorati.

Daniele Premoli