L’autodemolizione della Chiesa Cattolica: 11. Quid verbis opus est? (che bisogno c’è di queste parole?)

quirino11

Un chierico progressista, compiacendosi, ha detto: “Abbiamo cambiato tutto, nulla è rimasto come prima”. Una frase del genere sembrerebbe una spacconata,  ma…è la verità. Nulla si è salvato e nulla è rimasto come prima. Una furia iconoclasta che ha messo in ginocchio la cattolicità, si è scatenata come un uragano. Poteva salvarsi la parola scritta? La traduzione in volgare della Bibbia ha riservato non poche sorprese. Se poi consideriamo la traduzione interconfessionale realizzata con l’ALLEANZA BIBLICA UNIVERSALE, benedetta dalla CEI e diffusa a tappeto nelle parrocchie, possiamo bene immaginare i vantaggi che ne trarrà la cultura cattolica. Basterebbe accostare un testo antecedente al Concilio Vaticano II, con le più recenti traduzioni e ci si accorgerà del cambiamento non sempre ossequiente all’ortodossia cattolica. Confrontando certi versetti ci si domanda: ‘Ma vorrà significare la stessa cosa?’ E’ questo il punto! Perché a volte, cambiando una sola parola si cambia il significato del discorso.

L’esonero del latino con la traduzione in lingua corrente, estesa a tutta la liturgia, nonostante il Concilio Vaticano II la volesse limitare soltanto a casi particolari, è stato una potente leva in mano alla schiera di teologi e specialisti addetti, per rivisitare e modificare a loro discrezione alcune parole riuscendo talvolta a distorcerne il significato, non limitandosi cioè alla traduzione letterale, ma sconfinando nell’interpretazione, ciò che invece spetta solo alla Chiesa nella funzione del Suo Magistero. Hanno avuto gioco facile appoggiandosi al significato etimologico e originale della parola greca o latina (che volendo, e fuori dal contesto, può facilmente cambiare di significato) e/o appellandosi all’evoluzione verbale e agli usi dei primi secoli cristiani. Ciò che lascia storditi è che certe parole e certe frasi sono addirittura sostituite da altre che hanno significato opposto.

Ancora oggi, qualche sedicente teologo, preso dalla manìa del nuovo, si accorge che in qualche remoto angolo c’è rimasto qualcosa che puzza di antico, e immediatamente si attiva per la bonifica. Con la nuova aria conciliare si sono aperte altre strade: il nuovo corso ecumenico esige la richiesta di spunti a sostegno della sua validità. Da qui la individuazione di frasi e parole da piegare allo scopo. Un lavoro improbo che i nostri sagaci studiosi da molti anni portano avanti e di cui ancora non si vede la fine.

Da tempo ormai siamo abituati a subire le sorprese linguistiche, traduzioni a volte disgustose (E qui parliamo delle traduzioni ufficiali, che le sbrodolature facenti parte della cosiddetta creatività nel rito della Messa, non hanno fondo!) ma sempre interessate, e il popolo distratto, spesso non si accorge e comunque non ci dà peso accettando in fiducia ciò che la Chiesa (il Magistero, o semplicemente il clero) gli propone (o propina). Quanti si accorgono, che non si tratta quasi mai di una semplice traduzione dal latino all’italiano, ma che questa operazione si presta a manipolazioni, e che le stesse parole italiane, se sostituite con altre di apparente uguale significato possono invece assumere una diversa accezione? Il latino aveva anche questa funzione: di fissaggio, di ancoraggio del concetto esatto di ogni parola, concetto inamovibile, trattandosi di una lingua morta. Pio XII lo disse: “Passando al volgare c’è pericolo che qualche parola cambi significato”. Gli fa eco Joseph Ratzinger: “Modificare il linguaggio religioso è sempre molto rischioso” ( V. Messori: Rapporto sulla fede).

La cosa più grave è che oggi tutto questo lavoro viene svolto in sinergia con le comunità cristiane non cattoliche, per cui c’è pericolo di compromessi. Meglio non fidarsi, anche se il marchio CEI potrebbe dare qualche garanzia. Io ho due edizioni della Bibbia, una pre e una postconciliare; mi servono per il confronto.

Il primo obiettivo dei rimescolatori conciliari è stata quell’affermazione verbale che doveva rivelare la vera Chiesa Cattolica; è stata sostituita da quel sussiste, diventato il paradigma tutt’ora oggetto di dispute (se n’é parlato in altro capitolo).

Dopo il Concilio, un passo alla volta, una parola, un gesto per volta; una erosione incessante.

Una parola oggetto di epurazione è stata il molti della consacrazione, che venne sostituito da tutti. Chi lo ha voluto sapeva bene che gli Evangelisti e lo stesso San Paolo hanno scritto molti. Sapevano bene che le due parole hanno un significato diverso e che da sempre, ma specie da quando San Girolamo, nel V secolo fece la traduzione dalle lingue originali al latino poi ufficializzata dalla Chiesa (la cosiddetta vulgata), nessuno si era sognato di cambiare alcunché.

Si è detto che Cristo si è sacrificato per tutti gli uomini, per cui quel molti sarebbe discriminatorio. Certamente Cristo vuole che tutti si salvino, e la Sua missione di salvezza è sicuramente universale, riguarda tutti i singoli uomini. Ma fin dalle prime parole del Vangelo di San Giovanni si avverte che Gesù fa distinzione tra coloro che lo accolgono e coloro che lo rifiutano: “Venne in casa sua e i suoi non lo ricevettero, ma a quanti lo accolsero, a quelli che credono nel Suo nome, diede il potere di diventare figli di Dio (Gv.1,11-12) . Netta disparità di trattamento tra chi crede e chi non crede! Quel molti infatti è discriminante ma, guarda caso, lo ha suggerito proprio Gesù Cristo.

“Gesù dice che il Suo Sangue sarà sparso per molti e non per tutti perché non tutti faranno tesoro del Suo Sangue; infatti non tutti vorranno credere in Lui, non tutti osserveranno la Sua Legge e non tutti si avvarranno dei mezzi di santificazione che  Egli ci ha lasciato” (Catechismo di  Pio X – Ed. Salpam- 1991. Nota al n°584).

“Per essere salvi non basta che Gesù Cristo sia morto per noi, ma è necessario che siano applicati a ciascuno di noi il frutto e i meriti della Sua Passione e Morte, il che avviene soprattutto per mezzo dei Sacramenti istituiti a questo fine da Gesù Cristo stesso, ma, siccome non tutti ricevono i Sacramenti o non li ricevono bene, non tutti rendono utile per se stessi la morte di Gesù Cristo” (Catechismo di S. Pio X).

Pure in quel mirabile inno liturgico, il ‘Te Deum’, si recita: “Aperuisti credentibus regna coelorum” cioè “hai aperto (solo) ai credenti il Regno dei cieli”.

Addirittura il Profeta Isaia (53,12) dice riferendosi a Cristo: “Mentre Egli portava i peccati di molti e intercedeva per i trasgressori”.

Perché dunque questa virata che ha coinvolto il cuore della nostra fede? E’ intuibile che il clima di ecumenismo spinto, e stante il caso assolutamente inconcepibile che nella Commissione di studio per la riforma della Messa  fossero presenti alcuni protestanti luterani, anglicani e calvinisti, il molti suonava discriminatorio verso i ‘fratelli separati’ eretici; allora per non escludere nessuno dal godere dei frutti della Croce, hanno pensato all’inganno.

Questo poi ha portato a modificare il pensiero dei credenti, ormai convinti che Cristo abbia già pagato i peccati di tutti, che la porta del Paradiso sia aperta a tutti (escluso Hitler, naturalmente), peccatori o non peccatori, fidando nella misericordia di Dio che non può punire , ma solo capire e perdonare le sue creature. Infatti è d’uso ritenere che i morti siano tutti a godere la gioia del Paradiso e per questo sono scomparse le Messe dei defunti; e del Purgatorio nemmeno se ne parla; si battono le mani al morto durante il funerale (magari l’interessato sta già bruciando nel fuoco), e si diffonde l’uso della cremazione (tutto è finito e non resta più niente!). Questo per capire dove può condurre il cambiamento di una sola parola. Con l’aggravante che fa parte dell’essenza della Messa. Incredibile! Quando mi sono accorto che avevano cambiato una parola della Consacrazione (ce l’hanno fatta sotto il naso perché nessuno ci aveva avvertito) non ci volevo credere.

Analogamente è avvenuto per la traduzione del Nuovo Testamento ove sia nei Vangeli di Matteo e Marco, sia nella lettera agli ebrei, il “peccati di molti è sostituito dal “Peccati degli uomini” (cioè di tutti).

Ai buoni cristiani che chiedevano lumi, hanno cercato di spiegare che il significato è sempre lo stesso perché il molti in aramaico si può tradurre anche in tutti e che comunque il tutti è teologicamente più corretto (questo secondo la nuova teologia conciliare-ecumenista). Ci ha pensato però Papa Benedetto XVI a rimettere le cose a posto invitando il Card. Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino a scrivere una lettera, il 17 ottobre 2006, a tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali. Arinze afferma (a nome del Papa) che “La salvezza non arriva in modo meccanico, senza la volontà e la partecipazione di ciascuno. Inoltre il testo dei Vangeli sinottici è concorde nel fare uno specifico riferimento a “molti (cfr. .Mt 26,28 e Mc 14,24) e tradizionalmente il rito romano latino ha sempre recitato ‘pro multis’ e non ‘pro omnibus’. Ragion per cui sarà ripristinato il ‘pro multis’ in un prossimo futuro”. Il che vale a dire  con la prossima edizione del Messale Romano, che  i vescovi approveranno per i loro Paesi. Nel frattempo si invitano le Conferenze Episcopali a preparare i fedeli a questo ulteriore ritocco del Canone; una doccia fredda per coloro che sacrificano anche il Vangelo pur di realizzare quell’ecumenismo remissivo e intrigante che tanti danni sta provocando alla Chiesa e alle anime.

Tanta gente è ancora convinta che ‘la novità’ del Concilio Vaticano II sia la Messa oggi celebrata in lingua corrente in modo che tutti capiscano ciò che dice il Sacerdote. Pochi forse si sono accorti che non è esattamente questa la novità, bensì quella di una Messa diversa. Quindi non una semplice traslazione delle preghiere ma, approfittando di ciò, una rivisitazione totale che ha sfigurato l’antico impianto del rito, tanto da renderlo accettabile ai protestanti. Lutero, quando si è rivoltato contro la Chiesa Cattolica, per prima cosa ha tradotto la Messa in tedesco, e traducendo ha deformato quella Messa che giudicava “un abominio, di cui tutte le fornicazioni, gli omicidi, gli stupri, gli assassinii e gli adulteri messi assieme, sarebbero meno perversi”. I nostri traduttori non avevano l’alto concetto luterano della Santa Messa, tuttavia un buon passo l’hanno fatto!

Un’altra traduzione “ecumenica” che ha lasciato interdetti i cattolici, riguarda il ‘Gloria’ degli Angeli dove dice: “Pax hominibus bonae voluntatis” che per non fare distinzione tra gli uomini di buona o di cattiva volontà li hanno presi dentro tutti inventandosi quel “Che Dio ama” che ci sta come i cavoli a merenda.

“Uomini di buona volontà” appariva anch’esso discriminatorio, e, inglobando tutti gli uomini, venivano assimilati anche i protestanti, gli ebrei, gli ortodossi e i musulmani (tutti amati da Dio, anche se di poca buona volontà perché restii a convertirsi all’unica vera religione e all’unica vera Chiesa di Cristo, la Cattolica).

E’ Dio stesso che manda gli angeli ad annunciare la nascita del Suo Figlio ai pastori, i quali, “pervasi di volontà buona” (cfr G.Papini ‘Vita di Cristo’ cap.1) corrono ad adorarlo. Non aveva certo buona volontà Erode che anzi, pieno di gelosia e di rabbia fece uccidere tanti bambini innocenti pur di colpire Gesù.

Qui poi, deve essere sorto qualche problema perché nelle attuali versioni del Vangelo di Luca che si legge alla Messa di mezzanotte di Natale è scritto: “…che Egli ama”, mentre nella prima pericope del gloria è rimasto “…uomini di buona volontà”.

Triplo salto mortale, alla Comunione, quando il “Presidente” mostra l’Ostia Santa ai fedeli e dice: “Non son degno di partecipare alla tua mensa…”. No! Si è sempre presentata l’Ostia con le parole: “Non son degno di riceverti sotto il mio tetto, ma di’ una sola parola…” perché queste sono le parole dette dal Centurione a Gesù e scritte nel Vangelo (Matteo 8,8), e perché queste parole affermano chiaramente che Gesù, in Corpo, Anima e Divinità entra in noi. Mentre la frase che oggi si pronuncia pur prendendo lo spunto dalle parole del Centurione, ne stravolge il significato rievocando la mensa protestante ove la presenza di Cristo è solo simbolica.

E’ incredibile! Invece di semplificare hanno complicato tutto. Basta guardare il nuovo Messalino festivo con la marea di preghiere e le rispettive infinite opzioni: tutti quegli “oppure” sono ossessionanti.

La preghiera eucaristica, che ieri era unica per tutte le Messe, oggi si dipana in 13 testi per diverse circostanze. Quella preghiera che precede la consacrazione e che corrisponde a quella che nella Messa tradizionale era conosciuta come “Hanc Igitur” oggi è formulata in vario modo che riflette il vero senso della consacrazione; non tutte però, che, quella formulata sul testo Va-b-c-d si presenta diversa. La formula corrente di questa preghiera era così composta: “Padre veramente Santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del Tuo Spirito; perché diventino per noi il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo Nostro Signore”. La stessa preghiera attualmente si scosta dalla precedente formula e recita così: “Ti preghiamo Padre Onnipotente, Manda il Tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché  il tuo figlio sia presente in mezzo a noi”.

Nel primo caso si chiede esplicitamente che il pane e il vino si tramutino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Ciò avviene nella sostanza dei due elementi mediante la transustanziazione. Nel secondo caso non si chiede che il pane e il vino si trasformino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, ma si invoca il Padre che mandi lo Spirito che renda presente il Figlio in mezzo a noi. Il che lascia capire che Cristo si rende presente  nel pane che pur non cambia la sua sostanza; ossia Cristo è simultaneamente presente con la sostanza del pane e del vino: questa viene chiamata consustanziazione ed è una tesi eretica di Lutero, punita con la scomunica dal Concilio di Trento, che sentenzia: “Se alcuno dirà che nel sacrosanto Sacramento dell’Eucaristia rimane la sostanza del pane e del vino, insieme col Corpo e il Sangue di N.S. Gesù Cristo; e avrà negato quella mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo e tutta la sostanza del vino nel Sangue, rimanendo tuttavia le specie del pane e del vino; conversione che la Chiesa Cattolica attissimamente chiama transustanziazione, sia scomunicato. (D.B.884)(cfr P.Enrico Zoffoli: “La Messa è tutto”p.XL).

Citeremo di seguito altre traduzioni, talvolta arbitrarie, insensate e contrastanti con la ufficiale vulgata. Parole e frasi inventate per conciliare la tradizione con il nuovo corso ecumenico della Chiesa, con l’unico risultato di scandalizzare e confondere i poveri cristiani che alla fine devono mangiare nel piatto che viene loro presentato. Senza pensare che cambiano le parole ma nel contempo cambiano anche i significati. Costoro, i manovratori, si dimenticano dell’antica massima, che il Vangelo va letto sine glossa, cioè così com’è, senza aggiunte e interpretazioni; la Parola di Dio non si adegua ai tempi, ma rimane ferma, immobile, sempre. “Non scomparirà dalla legge neppure uno jota” (Matteo 5,18). E’ l’uomo che deve piegarsi alla Parola, a Dio, a Cristo.

La prima domenica di Avvento dell’anno 2010 doveva essere  obbligatorio l’uso del nuovo lezionario che contiene le ultime invenzioni dei traduttori dei testi biblici; anni di fatiche e sudori per adeguare i testi al linguaggio moderno perché siano più comprensibili e più aderenti all’autentico significato.

Bene, a parte che nessuno ne sentiva il bisogno, ma cosa cambia? Vedremo! A mò di esempio faccio una carrellata veloce sui giochetti di parole, escludendo quelli già citati.

– Lo Spirito Santo non è più identificato come  “Il Consolatore” ma torna ad essere “Il Paraclito”.

– Il “mormorìo” del cap.19 del I libro dei Re, diventa “Il sussurro di una brezza leggera”.

– I “cembali e timpani” diventano “cimbali e tamburelli”.

“Non tentare il Signore Dio tuo” è sostituito con “Non sfidare il Signore Dio tuo”.

– “Facciamo tre tende…” oggi si dovrà dire “Facciamo tre capanne”.

–   “Mio figlio Diletto”. No, da oggi si legge “Il bene-amato”.

“Le vesti candide come la neve” diventano “candide come la luce”

–  “Quello che vi è stato detto nell’orecchio, predicatelo sui tetti”, così abbiamo sempre letto nel Vangelo. Ma oggi si scopre che non si tratta di tetti bensì di “terrazze”. Forse perché in oriente (ma anche nel nostro meridione d’Italia) la copertura delle case è prevalentemente a terrazza.

–  Le vergini stolte; no, Le ragazze sciocche! (Mt 25,1-15)

Questo ceto curiale quando gli pare traduce estraendo il senso profondo delle parole; qui invece si incaponisce sul senso letterale, rifiutandosi di considerare il significato figurativo delle parole che risulta molto chiaro: palesare a tutti, senza timore, anche dall’alto delle case (a prescindere che la copertura sia a spiovente o a terrazza o a cupola: che importanza ha? Ma i nostri buontemponi si dilettano a meravigliare la gente, cui, ovviamente, stava bene la formulazione precedente che era perfettamente intellegibile.

L’estrema Unzione, oggi viene chiamata la ‘Sacra unzione’, e la danno a tutti (gratuitamente) malati e sani, vecchi e giovani non importa!

– Non si parla più, anche nelle Messe, di “suffragio” dei defunti, ma di memoria  (obliato, anche se non negato, il Purgatorio).

La Prima Comunione dei bambini è divenuta la “Prima partecipazione all’Eucaristia”.

Le “lampade” delle vergini sono divenute “lanterne”.

“Venite voi tutti che siete affaticati…”No, oggi si deve dire “Stanchi”.

– Il Salmo 30 (31),4: non si deve leggere più “baluardo” bensì “palazzo”.

– Per non apparire apologeti della guerra, hanno cassato dalla Bibbia la parola “sabaoth” che è sempre stata tradotta in “Dio degli eserciti” ma che oggi, dai buoni pacifisti è sostituita con la più politicamente corretta “Dio dell’universo”.

– Quando Gesù concede il primato a Pietro, gli chiese per tre volte una attestazione di amore: “Mi ami?” Pietro risponde: “Signore, tu sai che io ti amo” e Gesù di rimando: “Pasci i miei agnelli, le mie pecore”. Questo brano evangelico col “Mi ami” e col “Pasci” era armonioso e toccante; ora è scomposto come il tema di un bambino delle elementari: il “pasci” infatti è sostituito con “pascola” e il “mi ami” con “Mi vuoi bene”. Qualcuno mi sa dire perché sono state cambiate queste parole?

– C’è gente che lavora da una vita per abbattere quel “Et non inducat in tentationem” del Pater Noster che anch’esso ha già passato il guado perché una luce illuminante ha suggerito ai nostri una traduzione finalmente comprensibile: “Non abbandonarci alla tentazione”; mentre la scure è posta anche sull’Ave Maria che ormai sta cedendo a quell’insulso “Rallegrati Maria”. Nel qual caso si farebbe piazza pulita di tutti gli AVE scritti, scolpiti, cantati e recitati, fantasticando di una Madonna malata di malinconia che accoglie con tristezza infinita l’annuncio dell’angelo il quale cerca di risollevarle il morale con un garbato “Rallegrati”…che dopo tutto non è la fine del mondo!

– Una preghiera, l’unica, la cui traduzione poteva essere corretta, è rimasta tale e quale al suo posto: “Agnus Dei qui Tollis peccata mundi…” che significa “Agnello di Dio che Ti addossi  i peccati del mondo”. Col tempo è diventata: “Che togli i peccati del mondo”. Non è la stessa cosa: nel primo caso Gesù Cristo si sarebbe fatto carico dei nostri peccati, ma dipende poi da noi usufruire della sua grazia per ottenere la salvezza. Nel secondo caso sembra che Cristo con la Sua morte abbia cancellato (tolto) i nostri peccati, quale sia il nostro atteggiamento nei suoi confronti e la nostra condotta di vita.

Basterebbe così, ce ne sarebbe in abbondanza per comprendere quanto tempo si è perso in cose futili e improduttive, per il delirio di chierici e monsignori di Curia.

San Girolamo tradusse tutta la Bibbia e, proprio per la grande mole di lavoro, si dice che avrebbe trascurato alcuni particolari che oggi verrebbero corretti. Ma si può rovesciare il discorso: proprio per la mole di lavoro eseguito con tutte le difficoltà e le attenzioni a non commettere errori dottrinali, sembra strano gli siano sfuggiti dei dettagli così semplici; sembra impossibile!

C’è però da notare che l’accanimento non verte soltanto sulle parole, ma pure sulla punteggiatura. E’ passato e continua a passare sotto silenzio quel punto, sostituito dai due punti inseriti nel Messale Romano, alla Consacrazione dopo le parole  “Prendete e mangiate” e “Prendere e bevetene tutti”. Qui, un tempo c’era un punto che significava ALT, da qui in poi non parli tu ma, seppur con la tua lingua e la tua voce, parla Cristo. Da qui non è più un racconto, ma è un fatto, un accadimento reale e attuale di cui tu, celebrante, sei solo il veicolo. E’ Cristo che misteriosamente, ma realmente scende in quell’Ostia e in quel Calice. In illo tempore, le parole della transustanziazione venivano pronunciate a bassa voce, a sottolineare la grandiosità  dell’evento. Ora quel punto è divenuto due punti; non è lo stesso, perché con i due punti, benché con una breve pausa, il racconto continua, con ciò mettendo in sott’ordine che il sacerdote in quel momento diviene “Alter Christus”, protagonista di quell’avvenimento misterioso della transustanziazione. Dobbiamo prendere atto che è stato manomesso perfino ciò che di più sacro esiste al mondo. Basti dire che il mio parroco, nella Messa solenne di Pasqua del 2008 e del 2009  ha cantato a squarciagola tutta la formula della Consacrazione non curandosi ovviamente delle norme attuali, ma soprattutto  dell’anatema che il Concilio di Trento ha comminato a chi non recitasse quella formula a voce bassa.

Onde evitare fraintendimenti, hanno pensato bene di sostituire l’incipit: non più “Consacrazione” bensì “Il racconto dell’Istituzione”;  tanto per essere coerenti!

Mi si permetta qualche suggerimento agli estrosi chierici perditempo, per il loro aggiornamento biblico:

– Gesù, dalla tomba, discese all’inferno, come recita il Credo. Inferno ormai è parola innominabile; perché dunque non cambiarla? Per esempio: “Si recò nel soggiorno degli avi”. Si prenderebbero così due piccioni con una fava: si eliminerebbe una parola che potrebbe essere male interpretata, e nel contempo si toglierebbe di mezzo l’inferno, entità ormai relegata nell’archeologia religiosa.

– La fantasia di quei mattacchioni poi, è sollecitata dalla gioiosa parabola degli invitati a nozze in cui quelli che si rifiutano di parteciparvi con delle scuse banali, potrebbe venire ammodernata così: se l’Evangelista scrive “Ho comprato cinque paia di buoi e devo andare a provarli” oggi si potrebbe dire: “Ho comprato un trattore e devo collaudarlo”!

“Scuotete la polvere dai calzari”; andrebbe meglio: dalle scarpe o dagli stivali!

– E perché non inserire anche qualche parola anglosassone di uso comune anche da noi? Esempio: “Credete in Dio Padre Onnipotente?” Risposta: OKAI!

Indaffarati a cambiare le parole per dare un tocco di modernità alla vecchia Chiesa, non si sono accontentati di queste inutili operazioni, ma si sono attivati per coniare parole e frasi in linea col nuovo corso, che sostituissero quelle ritenute dure e offensive del passato. Qualche esempio:

– Non si parla più di eretici e scismatici, ma di  “fratelli separati” e, oggi, con finezza filologica, di “Fratelli non in piena comunione con noi”. Da qui a riconoscere che sono più cattolici di noi, il passo è breve!

– Altro esempio: Una coppia formata da divorziati e risposati non ha più il marchio infamante di “conviventi” o peggio di “concubini”, ma dalla Chiesa, (solo) oggi misericordiosa, viene indicata come “Coppia irregolare”. Che cosa si intenda con queste parole, nessuno lo sa con precisione; anzi, lo sappiamo bene noi che abbiamo studiato il catechismo di s.Pio X che a riguardo dice: “Se gli sposi convivessero col solo matrimonio civile sarebbero in stato di continuo peccato mortale, la loro unione resterebbe sempre illegittima innanzi a Dio e alla Chiesa e commetterebbero il grave peccato di pubblico scandalo (Cat. minore-748). Con più garbo, ma altrettanta fermezza, il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 nel compendio del 2005 dice che “essi non possono ricevere l’assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione Eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura tale situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio” (n°349). Cosa significa allora quella frase “Coppie irregolari”? Nulla, se il catechismo dice che sono in peccato mortale permanente perché la loro situazione contrasta con la legge di Dio. In questo modo si illudono che la colpa tutto sommato non sia così grave, se arrivano a pretendere l’Eucaristia senza esserne degni. E’ meglio per tutti parlare chiaro (come una volta).

– Un fatto voglio ancora aggiungere: la storia dell’oremus “et pro perfidis Judaeis”, una preghiera che si recitava il venerdi santo, invocando la conversione di quel popolo. Notiamo subito che l’aggettivo “Perfidis” nel latino antico significava semplicemente “Non credenti” ma erroneamente è inteso nella accezione peggiorativa di malvagio, cattivo, traditore, crudele). Con l’emanazione del Motu Proprio che ha liberalizzato la liturgia tridentina, non è sfuggito agli ebrei la riesumazione di quella  parola infamante tolta a suo tempo da Giovanni XXIII, e hanno gridato allo scandalo pretendendo che fosse rimossa; cosa che prontamente il Papa ha fatto, ma sostituendo tutta la preghiera con un’altra di tono più conciliante, e chiedendo a Dio la conversione di quel popolo a riconoscere  in Gesù Cristo il Figlio di Dio. Peggio di prima. Strilli e minacce dai Rabbini e dai mass media interessati a gettare fango sulla Chiesa e sul Papa. Pronto quest’ultimo ad un’ulteriore intervento in modo che la fatidica preghiera si ridusse a poco più di un auspicio per un buon vicinato. Fortuna che facciamo parte della stessa religione abramitica; fortuna che sono i nostri fratelli maggiori, fortuna che adoriamo lo stesso Dio! Altrimenti sarebbe scoppiata la guerra!

Cosa faremmo se i musulmani, appartenenti anch’essi alla religione abramitica, adoranti lo stesso nostro Dio (così ci vogliono far credere certi monsignori) ci imponessero di non pregare più Gesù Cristo e lo Spirito Santo, né per noi né per la loro conversione, avocando a sé il giudizio per cui noi saremmo idolatri politeisti? Un bel problema!

Il dialogo ecumenico per noi finora significa cedimento su tutti i fronti. Ma andiamo avanti così…!

Il ciclone che si è abbattuto sulla liturgia non risparmia nulla. Quegli addetti di curia, sempre curvi sui libri a fare la pulce sui Vangeli farebbero meglio a prendersi cura di una delle innumerevoli parrocchie abbandonate per scarsità di preti. E farebbero bene a lasciarci le nostre care espressioni latine che abbiamo capito e assimilato perfettamente anche senza il loro sudato intervento di traduttori.

Orate Fratres! Preghiamo fratelli e sorelle (vuoi dire  che ci mancasse la pari opportunità?), preghiamo per questi poveri uomini, per questo povero uomo che Tu hai fatto “poco meno degli Angeli”– pardon: “Poco meno di Dio” secondo l’ultima versione, oh!

Dopo 45 anni non hanno ancora finito di ripulire la cantina. Ormai però non c’è rimasto più niente. Veramente “Hanno cambiato tutto, nulla è rimasto al suo posto” – Ite Missa est…!

Il giuramento di Paolo VI

“E’ stato cambiato tutto”, disse quel prete compiacendosi. Egli sa di dire la verità, ma forse non sa che colui che ha posto il sigillo su tutti i documenti del Concilio e su tutte le variazioni, i cambiamenti, le soppressioni e le pazzie avvenute dopo il concilio, fino al 1978, aveva fatto un giuramento solenne. Paolo VI, nel giorno della sua incoronazione (30 giugno 1963) pronunciò questo giuramento, rivolto a nostro Signore Gesù Cristo:

“io prometto:

–       di non diminuire o cambiare niente di quanto trovai conservato dai miei probatissimi antecessori, e di non ammettere qualsiasi novità, ma di conservare e di venerare con fervore, come vero loro discepolo e successore, con tutte le mie forze e con ogni impegno, ciò che fu tramandato;

–       di emendare tutto quanto emerga in contraddizione alla disciplina canonica, e di custodire i sacri Canoni e le Costituzioni Apostoliche dei nostri Pontefici, quali comandamenti divini e celesti, (essendo io) consapevole che dovrò rendere stretta ragione davanti al (Tuo) giudizio divino di tutto quello che professo; io che occupo il tuo posto per divina degnazione e fungo come il tuo Vicario, assistito dalla Tua intercessione.

–       Se pretendessi di agire diversamente, o di permettere che altri lo faccia, Tu non mi sarai propizio in quel giorno tremendo del divino giudizio.

–       Perciò, ci sottoponiamo al rigoroso interdetto dell’ anatema, se mai qualcuno, o noi stessi, o un altro, abbia la presunzione di introdurre qualsiasi novità in opposizione alla Tradizione evangelica, o alla integrità della fede e della religione, tentando di cambiare qualcosa all’interità della nostra fede, o consentendo a chi pretendesse di farlo con ardire sacrilego”.