Come sentinelle sulle mura…“La costituzione cristiana degli stati” di Miguel Ayuso

merli

 

“La costituzione cristiana degli stati” di Miguel Ayuso, ESI, 2010.

 

…induite vos arma Dei ut possitis stare adversus insidias diaboli, quia non est nobis conluctatio adversus carnem et sanguinem sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritalia nequitiae in caelestibus. [Ef 6, 11-12]

 

Non lasciamoci trarre in inganno: il saggio del noto giurista cattolico madrileno Miguel Ayuso non è una nostalgica laudatio della civiltà cattolica occidentale ormai tramontata. La personalità dell’Autore – che alcuni dei redattori di Radio Spada hanno avuto la fortuna di conoscere – sfugge infatti alla scontata immagine dello studioso da torre d’avorio, nobilmente devoto al ricordo di ciò che le pulsioni rivoluzionarie hanno dolorosamente disgregato. Pur consapevole che “ci fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati”, come già nel 1885 ricordava Papa Leone XIII, se guarda al passato Ayuso lo fa in funzione del qui e dell’ora, perché sa di militare a difesa della “principale opera temporale della fede, a cui alcuni miscredenti hanno potuto contribuire e che altri credenti hanno potuto misconoscere: la Cristianità“.

 

Contro fattori naturali e soprattutto preternaturali, il combattimento della “contestazione cristiana del mondo moderno“, cioè della Dottrina Sociale della Chiesa, è inesausto: “non è contro il sangue e la carne, ma contro…gli spiriti malvagi delle regioni celesti” [Ef 6, 12]. Utopia? No: citando S. Pio X, “la civiltà non dev’essere inventata, né la città nuova essere costruita sulle nuvole… è la civiltà cristiana, è la città cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla… contro gli attacchi sempre nuovi dell’utopia malsana, della rivoluzione e dell’empietà: omnia instaurare in Christo“, secondo il motto del santo Pontefice. Come sintetizzato da una formula a me molto cara, il nostro scopo di cattolici non è (tanto) restaurare un ordine passato, ma instaurare un ordine eterno.

 

Ora, se una civiltà cattolica esiste – è esistita, e tuttora sopravvive, pur nelle vestigia – significa che esiste una Dottrina sociale e politica della Chiesa. Proviene dalla Chiesa, ma non è sua esclusiva proprietà: essa infatti non vincola soltanto i cattolici, perché è fondata sul diritto naturale, che è universale, e sulla retta ragione, che l’insegnamento della Chiesa non annulla né svilisce, ma illumina e rafforza.

 

Questa Dottrina sociale e politica suscita le fiere opposizioni dei nemici della Chiesa soprattutto quando viene proclamata: eppure il suo annuncio e la sua attuazione sono compiti più che mai legittimi e opportuni, giacché “dalla forma data alla società, a seconda che sia in accordo o no con le leggi divine, dipende il bene o il male delle anime“.  La parola del Cattolicesimo in merito alla sfera politico-sociale è fondata sulla sollecitudine della Chiesa, madre amorosa, nei confronti delle condizioni che possano favorire o impedire la condotta di vita cristiana, la giustizia, la verità, perché “l’irresistibile aspirazione a raggiungere, anche sulla terra, una autentica felicità…è stata posta nel cuore dell’uomo dal Creatore“.

A suffragio della necessità di una simile Dottrina viene anche la constatazione, già fatta da Daniélou, che per la maggioranza degli uomini l’esercizio della libertà non è astratto, ma condizionato dall’ambiente: ai sostenitori della superfluità di una dottrina politica cattolica – la soluzione al deterioramento delle impalcature sociologiche della fede sarebbe puramente morale, senza la politica e in ipotesi anche “contro” di essa – Ayuso replica quindi che non può darsi un popolo cristiano, un cristianesimo popolare, senza istituzioni cristiane, senza, in una parola, Cristianità. Ed è paradossale che il mondo contemporaneo, sempre attento anche in chiave deresponsabilizzante ai condizionamenti sociologici dell’individuo, proprio di fronte al fenomeno religioso dismetta questo approccio relegando la fede alla dimensione personale.

 

La Dottrina della Chiesa, sempre ancorata al sano principio di realtà e alla virtù cardinale della prudenza, non traccia il profilo di uno Stato valido per ogni tempo e luogo, ma di un modello di Stato: non uno Stato ideale, ma un ideale di Stato, suscettibile nella storia e nello spazio di diverse realizzazioni, perché la costituzione cattolica delle società politiche preesiste ai regimi particolari e li trascende. In che cosa poi consiste questo ideale? Anzitutto nella distinzione di potere civile e potere religioso, dotati di fine e natura diversi: il bene comune temporale per il primo, sovrannaturale per il secondo. Due poteri distinti ma operanti sui medesimi soggetti passivi, al contempo membri della comunità politica e della Chiesa; due poteri distinti ma non separati, che si armonizzano nella vita umana e si gerarchizzano tra di loro, “come l’anima e il corpo o l’eterno e il temporale. Allo stesso modo in cui la filosofia e la teologia sono saperi differenti con i loro rispettivi ambiti veritativi, ma con una relazione reciproca nelle aree limitrofe – i preambula fidei – …così la Chiesa e la società civile, distinte ed indipendenti ciascuna nel suo ambito, si accordano in ambiti comuni – noti come res mixtae“.

 

Peraltro, disegnare istituzioni cristiane per un popolo cristiano non implica affermare la necessità di un “Cristianesimo di massa”, quasi un “Cristianesimo sociologico” come definito negativamente da alcuni, che susciterebbe le (giuste) perplessità di quanti sono persuasi che invece il Cristianesimo sia fisiologicamente esigente, difficile, eroico, patrimonio di un pusillus grex; significa però non indulgere neppure alla tesi della “minoranza cristiana” dietro cui troppo spesso si celano le vergogne della secolarizzazione e del pluralismo, accettate e interiorizzate da (sedicenti) cattolici quasi fossero processi inesorabili, irreversibili. Ayuso è chiaro: “questo pluralismo… può risultare favorevole per personalità di spicco, forgiate all’indipendenza di giudizio, ma è totalmente distruttivo per l’uomo medio“, senza contare che il pluralismo reca il relativismo filosofico e morale come corollario inevitabile.

 

In più luoghi l’Autore sottolinea che la debolezza della tesi “democristiana” della secolarizzazione sta soprattutto nell’incidenza sociale della politica, moltiplicata, nello Stato moderno, dai mezzi di comunicazione di massa: una non combattuta separazione tra Chiesa e Stato, in ambito politico, porta prima o dopo al consumarsi della separazione anche tra Cristianesimo e società, con una Chiesa “trasformata in semplice agenzia spirituale per le coscienze individuali“. Eppure, il periodo postconciliare è stato segnato proprio da questa tendenza: linguaggio ambiguo giustificato con esigenze “pastorali”, lessico rivoluzionario adottato come improprio veicolo di idee cattoliche (“come si potrà difendere la verità rivelata se si usano le stesse parole con cui è stata attaccata la verità filosofica custodita dalla Chiesa?“), un’apertura al mondo moderno che sembra (auto)condannare i pastori della Chiesa ad “una caduta collettiva nel sordomutismo“.

 

Una nuova strategia, che tra le pieghe tradisce la volontà di rendere nuova anche la Dottrina, come segnala Ayuso: “in pratica si tratta di inserire il Cattolicesimo in una società democratica plasmata dalla sociologia protestante, come quella esemplata dal modello statunitense [v. questo articolo http://radiospada.org/2013/02/cattolicesimo-e-americanismo-a-confronto-prima-parte/ e seguenti]… Ne è conseguito l’abbandono nella pratica dell’ideale dello Stato cristiano, abbandonando coloro che volevano ancora esservi fedeli. Donde una Chiesa costituita in cappellanìa della democrazia organizzata planetariamente, con il rischio di essere ridotta ad un ‘Movimento di Animazione Spirituale della Democrazia Universale’“. Ma se la tattica si sovrappone alla Dottrina, quest’ultima tende ad essere “riassorbita nell’azione, trasformandosi in dottrina dell’azione o della prassi, secondo la terminologia marxista“; e se ciò accade, si verifica una rottura pratica con la Tradizione e la Chiesa rischia di infrangere la propria identità.

 

Il problema maggiore è forse assumere consapevolezza di questo inaccettabile rovesciamento di prospettiva. Difficile, perché la nostra epoca è “una sorta di anticristianità nella quale le idee, i costumi e le istituzioni operano contro ciò che è cristiano“; difficile, perché l’unità religiosa del corpo politico è ormai diventata un’idea estranea, un freak, una rovina da visitare con curiosità, ma senza più la trasparenza intellettuale ed affettiva che lega il lascito delle generazioni passate a quelle presenti. “Così, mentre gli arabi d’Egitto mostrano oggi le piramidi come qualcosa di estraneo alla loro cultura e alla loro sensibilità noi, invece, mostriamo una antica cattedrale o il Partenone con emotività partecipata. Ebbene, ‘il giorno in cui le nostre cattedrali – o l’Acropoli d’Atene – ci appariranno così estranee come le piramidi per gli attuali abitanti d’Egitto, la nostra civiltà si sarà estinta fino alle sue radici’“, scrive Ayuso citando a sua volta Rafael Gambra.

 

L’Autore ha ripercorso per sommi capi la Dottrina Sociale (e politica) della Chiesa, ne ha riassunto le travagliate vicende di fronte agli assalti della modernità, ha denunciato l’ammutinamento degli stessi pastori e la fuga nelle retrovie della democrazia liberale. Eppure, è fermamente convinto che lo Stato cattolico possa e debba essere (ri)stabilito, per tre ordini di ragioni che enuncia in chiusa d’opera.

La prima, di natura teologica. Il disegno stesso di Dio su di noi è l’unità, tale è “il desiderio rivelato da Nostro Signore Gesù Cristo nella sua preghiera sacerdotale“: ut omnes unum sint, sicut tu, Pater, in me et ego in te, ut et ipsi in nobis unum sint; ut mundus credat quia tu me misisti. Et ego claritatem, quam dedisti mihi, dedi illis, ut sint unum, sicut nos unum sumus; ego in eis, et tu in me, ut sint consummati in unum; ut cognoscat mundus, quia tu me misisti et dilexisti eos, sicut me dilexisti [Gv 17, 21-23]. Inoltre, le società – oltre ai singoli – hanno “doveri religiosi verso la vera fede e verso l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E’, pertanto, erronea la prospettiva che apre un baratro tra la Chiesa e l’umanità, anche cristiana, nelle sue dimensioni culturali e politico-sociali. Al contrario, la Chiesa è il popolo di Dio, che si salva, anche in ordine a ciò che è eterno, in virtù della penetrazione da parte della grazia di tutte le dimensioni dell’umano” [v. per esempio questo articolo http://radiospada.org/2013/10/democrazia-moderna-e-regalita-di-cristo/].

La seconda ragione opera sul terreno della filosofia politica. La filosofia moderna, scrive Ayuso, “spinge – per evocare Camus – verso la condizione di ‘esilio’ permanente e disprezza il ‘Regno’… La democrazia liberale, infine, viene ad essere la consacrazione ufficiale dell’esilio quale forma permanente di governo e ideale umano, controfigura del pensiero cattolico“. Attenzione alle sirene postconciliari della libertà religiosa, sebbene pretesa solo come diritto civile, perché “la società non si fonda sulla semplice coesistenza né può essere un ideale l’open society, indiscriminatamente aperta. La città riposa su un intreccio di virtù e valori comunitariamente accettati e convintamente vissuti… l’ortodossia pubblica: il complesso di convinzioni circa il significato ultimo dell’esistenza politica, ciò che unifica una società, ciò che sancisce e conferisce carattere sacro a giuramenti e contratti, a doveri e diritti, ciò che riveste una società di un significato comune, la venerazione di certe verità considerate dalla cittadinanza come valori assoluti“. In questa chiave, l’unità cattolica è proprio l’espressione della c.d. ortodossia pubblica delle società cristiane.

La terza ragione è sociologica e potrà suonare anomala. La Tradizione insegna che lo Stato confessionale è l’unico scenario che, senza pregiudicare gli interessi della Chiesa, consenta ai cittadini una vera libertà di opzione politica, perché “solo la confessionalità della comunità politica rende non necessario il partito confessionale“, il quale paradossalmente nasce quando i princìpi cattolici, non più intangibili, richiedono di essere difesi da un’azione politica suppletiva dei fedeli. Se il cattolico è costretto dalle circostanze dell’offerta politica a votare il partito confessionale, la sua opzione politica non è più libera; se invece tutto l’arco politico si colloca nel quadro della Dottrina Sociale della Chiesa, la sua scelta potrà spaziare tra le varie teorie politiche, sociali ed economiche proposte. 

 

Certo, la praticabilità di una simile soluzione oggi – quando le stesse gerarchie ecclesiastiche, “dopo aver rinunciato alla dottrina della confessionalità dello Stato senza contropartita, non propugnano più nemmeno la formula del partito cattolico“, convinti che l’azione della Chiesa consista ormai nel facilitare il pluralismo e la convivenza democratica – non è scontata. Qui subentrano le valutazioni dettate dalla prudenza, la virtù cristiana che più volte l’Autore evoca e invoca, nel corso del libro.  Ma, a costo di scandalizzare i politicamente corretti, egli scrive a chiare lettere che “esiste una morale invariabile dell’ordine politico che deve portare a riconoscere quale costitutivo interno della società civile la sua subordinazione alla legge morale e alla sua dimensione religiosa“, senza la quale è destituita di fondamento, di coesione, di legittimità, di credibilità. “Questo non è qualcosa di meramente facoltativo per i cattolici“. Perlomeno per i cattolici che ancora credono alla Regalità Sociale di Cristo.

 

E’ difficile? Certamente. E’ impossibile? Non disperiamo: “la disperazione dovrebbe essere un fenomeno personale per uomini mortali che hanno una sola vita; la politica, invece, è un ordine immortale in cui non si può dire in un determinato momento che le energie siano esaurite. L’errore profondo della disperazione, in politica, sta nel fatto che l’infinita complessità di ogni organismo sociale è la miglior garanzia circa le possibilità illimitate di rinascita dei popoli che qualche volta sono stati dati per morti“.

 

Gli uomini che credono nella Cristianità danno testimonianza come sentinelle che vegliano sulle mura della Città di Dio e sulle fondamenta della cattedrale. Malgrado le insinuazioni dei democristiani, non fanno questo perché idolatrino quelle vecchie pietre o confondano nel loro semplicismo la realtà mistica della Chiesa – regnum Christi quod est Ecclesia – con quella carnale dell’ordine politico. No. Sanno… che le civiltà sono mortali, …ma sanno altresì che le strutture temporali possono, crollando, trascinare nella loro caduta anche le realtà eterne che misteriosamente poggiano su di esse“.

di Ilaria Pisa