Salvatore Quasimodo: l’iniziato della loggia licatese del GOI Arnaldo da Brescia

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Sta diventando sempre più semplice, oggi, collocare personalità ritenute importanti e influenti della storia locale all’interno di un insano mosaico della pseudocultura popolare, affinché proprio i ceti più refrattari a un’analisi razionale cristiana possano trarne campanilistici vanti.

A Licata sono tanti i nomi legati a questa inveterata tendenza, uno dei quali può essere quello della cantautrice folk Rosa Balistreri, convinta anticlericale oggi venerata da tutti i gruppi e le associazioni licatesi di ispirazione cattolica.

Chi maneggia i fili di una marionetta può tutto: la marionetta non può decidere di alzare un braccio per salutare, ma può farlo il puparo al suo posto, può misurarne l’angolazione, la velocità dello scatto, la direzione, e via dicendo.

Eppure possiamo ben constatare che il male trascinatosi ai nostri giorni non ha avuto la sua fortuna nelle abili manovre dei pupi, ma nella trasformazione degli esseri pensanti in esseri sempre più privi di stimoli centrali, metaforicamente simili ai fantocci dei teatrini siciliani.

Un obiettivo, quello appena descritto, da sempre perseguito da gruppi di potere occulto che hanno in spregio il Corpo mistico di Cristo, la Chiesa di Roma, e considerano come una gabbia l’unica autentica libertà: “luce delle genti” e non “pioggia e luce” per soli iniziati.

Trai “Figli della Vedova” più noti, e quasi sicuramente il più noto, che si sono avvicendati all’interno della Loggia licatese “Arnaldo da Brescia” del Grande Oriente d’Italia, spicca il poeta modicano Salvatore Quasimodo, esponente di gran rilievo della corrente letteraria dell’ermetismo, iniziato proprio a Licata il 31 marzo 1922 alla giovanissima età di 21 anni.

Figlio del già massone Libero muratore Gaetano, Quasimodo subi l’influenza in particolare di altri due iniziati all’Arte Reale: Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira.

Quest’ultimo, in particolare, in una lettera del dicembre 1927, lo invogliava a racchiudere nei suoi versi l’infinità e l’essenzialità della Parola, che per i massoni

mira non tanto a comunicare qualcosa di comunicabile, quanto piuttosto – e su questo paradosso si fonda ogni simbolismo – a comunicare qualcosa di non-comunicabile, qualcosa che rimane inespresso e che, se mai si potesse esprimere, non avrebbe comunque un significato, un senso comunicabile.

La Parola, nel simbolismo iniziatico, è il principio creatore di tutto a cui solo il massone può accedere, acquistando l’elevazione al rango di Dio, giacché il primo verso del Vangelo secondo San Giovanni “In principio era il Verbo”, sta ad indicare l’onnipotenza edificatrice di Dio che agisce per il mezzo esclusivo del Verbo (Parola).

Forse anche per questo Quasimodo fu spinto alla traduzione dal greco del Vangelo secondo San Giovanni: così si svela la diabolica presunzione della Massoneria, attraverso l’interpretazione letteraria che usurpa il diritto divino.

“Il tuo dono tremendo di parole, Signore, sconto assiduamente”, scriveva il Quasimodo, a significare l’angoscia della padronanza del dono divino, inquietudine opposta a quella espressa da Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore; e il nostro cuore è inquieto fin che non riposa in te”.

La Parola per Quasimodo diventa una sorta di “grimaldello” che gli consenta la decifrazione del mistero del cosmo, strumento con cui sgrossare la pietra grezza perché diventi cubica.

La vena tragica dell’esistenzialismo umano (a cui solo una “intelligenza laica” può dare risoluzione) si manifesta in modo nitido in una sua poesia, annoverata oggi tra gli scritti di riferimento di diverse logge massoniche:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

In un’intervista degli ultimi anni della sua vita, il poeta massone dichiarò di aspettare, come Sant’Agostino, la chiamata della fede.

All’indomani della sua morte il Grande Oriente d’Italia costituì una seconda loggia massonica nella città di Licata che prese proprio il nome di Salvatore Quasimodo, quasi a compimento di un suo tenebroso verso, che rende palese agli imprudenti la natura mortifera dell’anima per i frequentatori delle stanze occulte:

“Un raggio mi chiude in un centro di buio,
ed è vano ch’io evada…”

Testo di anonimo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso

2 Commenti a "Salvatore Quasimodo: l’iniziato della loggia licatese del GOI Arnaldo da Brescia"

  1. #Antonio   12 dicembre 2014 at 12:41 pm

    Natura mortifera dell’anima dei frequentatori delle stanze occulte… Nelle Logge si celebrano la vita e i suoi misteri. Come si fa dalla notte dei tempi. Che cieca e pericolosa presunzione quella di poter, unici, interpretare i segni che il Grande Architetto dispensa in noi e nella natura.