Omiletica soporifera

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Partecipo a un raduno diocesano con la presenza dell’arcivescovo. Il filo conduttore della serata non pare cattivo: costruire un presepe. Ogni vicaria dice la sua sulle sacre Figure e poi Sua Eccellenza conclude. Idea carina, ma l’arte non è l’idea, è la sua realizzazione, altrimenti tutti siamo bravi a immaginare un viaggetto nell’aldilà o scarabocchiare un Cristo adirato. Vengono letti parti letterari imbarazzanti e di una tale abissevole noia che la grandissima sala, zeppa alle 16.30, si svuota irrimediabilmente verso le 17,30 – 18, e il Presule, con ammirevole apprezzamento della situazione, parla manco dieci minuti a tantissime sedie malinconicamente libere. 

Non ne faccio una questione letteraria e di stile, ma di sostanza. Le prediche dei diversi gruppi erano melense e grondanti di prevedibile buonismo, e, chiamate pomposamente testimonianze, in realtà erano solo dichiarazioni di virtù in atto, incarnate nei dichiaranti. Il temino a traccia obbligata, senza un dubbio o un’esitazione, era un richiamo alle problematiche del mondo moderno. Hanno voluto imitare l’oratoria protestante, ma almeno quella ha l’angoscia dell’Inferno che la rende cupa, tragica, emozionante tipo film di Bergman. Nella nostra si è invece insinuata la bontà obbligatoria, come se un pranzo consistesse tutto, dall’antipasto al bicchiere della staffa, in bignè, bignè, bignè dolcissimi: provocano il diabete (a parte il disgusto e conseguente svuotamento delle sedie) o, per evitarlo, il desiderio di una robusta dose di sale e peperoncino piccantissimo.

 

Non è meglio, di solito, la predica domenicale, della quale i fedeli si augurano in cuor loro la fine anticipata. Lo stesso per gli innumerevoli film tv sulle vite dei santi. E, se giudicassimo la Fede dalla televisione, penseremmo di trovarci tutti a Cluny o ad Otranto, sotto le scimitarre dei Turchi. Invece siamo di fronte alla scristianizzazione del mondo. La noia della religione è, in gran parte, responsabile del triste fenomeno. Non c’è più posto per la gioia, l’allegria, la forza, l’energia e la creatività; le chiese mostrano pareti bianche come ospedali; la musica sacra è stonata; non c’è ombra di una letteratura, di una poesia, di un teatro che siano vedibili e non prevedibili… il noumeno della letteratura è l’inatteso, non il contrario.

 

Il messaggio religioso non parla alla mente, come fosse un problema di geometria, parla alla coscienza, e perciò deve usare lo zucchero dell’orlo per far bere i succhi amari, come canta il Tasso e come venne ben teorizzato e praticato nello studio gesuitico della psicologia: pochi concetti, linguaggio concreto, tono composto, saldo e, possibilmente, un contenuto di verità. Ogni tanto io, che i Testi li conosco, mi avvedo dell’uso artato delle forbicine per il politicamente corretto: domenica scorsa hanno levato “le mogli obbediscano ai mariti”, se no le femministe chi le sente?! Ecco, come si può insegnare così la Verità?

 

Ulderico Nisticò