Pincher Martin: la folgore nera dell’espiazione

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Del romanziere William Golding (1911-1993), premio Nobel per la letteratura nel 1983, abbiamo già parlato su Radio Spada in almeno in un paio di occasioni, presentando il suo capolavoro indiscusso, Il signore delle mosche, e l’altra grande opera, L’oscuro visibile.

Seppur laico convinto, è però innegabile che nei libri di Golding ci sia qualcosa di più che una superficiale comprensione dell’uomo. La penna non ritrae solo caratteri ed esperienze, ma si infila tra le pieghe dell’anima, sondandone i desideri, le passioni e, soprattutto, quel nucleo oscuro spesso taciuto o nascosto per ipocrisia o imbarazzo, quello che noi, cattolicamente, potremmo definire “peccato originale”. Nessuno, nella letteratura contemporanea, si è fatto carico, come lui, di un’impresa tanto complessa quanto anticommerciale, quella cioè di svelare all’uomo moderno, fiero ed egoista titano avverso ad ogni religione, la sua natura di mela marcia, di anima sanguinante schiacciata dal peso della natura e della miseria. Da questa ricerca nascono una serie di romanzi che, se da un lato tendono forse a esagerare eccessivamente la negatività dell’uomo, dall’altro hanno però tutto il fascino della voce fuori dal coro, consolidandosi come strumenti educativi efficaci; anche “Pincher Martin” – pubblicato in Italia con il titolo “La folgore nera” – non sfugge a questo schema.

Il terzo romanzo di Golding, edito nel 1956 sull’onda del successo scaturito da Il signore delle mosche, è ambientato all’epoca della seconda guerra mondiale e narra la vicenda del giovane ufficiale di marina Cristopher “Pincher” Martin, unico sopravvissuto della sua nave, silurata e affondata al largo delle isole Ebridi, in un luogo non ben precisato del nord Atlantico. Martin si risveglia su una piccola isola rocciosa, in realtà nulla più che un grande scoglio (alcuni critici sostengono si tratti dell’isoletta di Rockwell). Inizia quindi una disperata lotta per la sopravvivenza che lo costringe non solo a nutrirsi di alghe e a dissetarsi da una piccola conca di acqua piovana, ma soprattutto a trovare una soluzione per far notare alle navi di passaggio la sua presenza, unica occasione di salvezza. I giorni passano e ben presto Martin si rende conto che un altro nemico è in agguato: se stesso, il suo passato malvagio che, lentamente, ora dopo ora, lo sta conducendo alla follia.

Il libro, pur nella semplicità della trama, è tra i lavori più riusciti di Golding, reso ancora più invitante da un finale a sorpresa davvero ben riuscito. L’unico serio limite è che ormai l’edizione italiana è fuori commercio e, a meno di possedere un buon livello d’inglese, bisogna rovistare in qualche mercatino dell’usato, reale o internettistico.

La vicenda di Martin fugge dallo stereotipo del naufrago proprio nel momento in cui la sua vita sullo scoglio acquista le tinte di un passaggio purgatoriale, un’occasione per redimersi dalle colpe di un vissuto ingombrante, una lotta contro il nulla che lo trascina a sé, quell’immagine della folgore nera che, sempre più spesso, martella la sua mente.

 

Luca Fumagalli

 

In inglese:  W. GOLDING, Pincher Martin, Faber & Faber, Londra, 2005.

In italiano: W. GOLDING, La folgore nera, Aldo Martello Editore, 1963.

6 Commenti a "Pincher Martin: la folgore nera dell’espiazione"

  1. #Matteo   7 gennaio 2014 at 12:27 pm

    Che significa di grazia la definizione “laico convinto”???

    O è laico o non lo è e la cosa non dipende dalla convinzione o dalla volontà di un individuo
    ma dal suo stato.

    Se costui è ateo, o persino peggio ateo convinto, è bene affermarlo senza utilizzare
    impropriamente il linguaggio e le sue costruzioni.

    Le parole hanno un significato preciso che non può essere stravolto senza che ne derivi
    un detrimento della verità che bisogna servire ed onorare.

    Anche in questo vi è necessità di testimonianza cattolica specie in tempi come questi
    in cui il linguaggio viene volutamente e squallidamente strumentalizzato e distorto.

    Rispettosamente saluto.

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  2. #Luca   7 gennaio 2014 at 5:23 pm

    Intendevo semplicemente “agnostico” e strenuo difensore della sua posizione. Visto che oggi la parola “laico” è comunemente usata anche come sinonimo di agnostico o ateo, mi è sembrato legittimo e innocente impiegarla in tal senso all’interno di una semplice recensione. Sicuramente è una distorsione, ma non mi pare che sia una cosa così drammatica. Ben diverso – e su questo hai ragione – se si fosse trattato di un saggio, dove al rigore scientifico corrisponde un linguaggio il più preciso e sistematico possibile.

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  3. #Matteo   8 gennaio 2014 at 5:16 pm

    Sinceramente tra laico ed agnostico c’è una differenza non indifferente.
    Come poi Lei stesso fa notare nell’uso imbarbarito del linguaggio corrente la parola laico
    viene erroneamente utilizzata per significare sia il concetto di agnostico che di ateo (forse ancor più spesso). E’ ovvio che non siamo di fronte ad un “dramma” ma è altrettanto
    evidente che i termini utilizzati debbono servire a far comprendere chi legge anche un articolo
    e non necessariamente un saggio che poi può essere più o meno scientifico.
    La recensione di un libro non fa eccezione, definire laico convinto l’autore non fa
    comprendere affatto a chi legge la recensione se costui è un agnostico, un ateo oppure
    uno che è contrario a prendere l’Ordine Sacro o i Voti.
    Concordo, non è un dramma manco questo, ma il livello dei vostri interventi e del blog in generale è assai buono e non vedo ragioni particolari per incedere ad inutili anzi controproducenti sciattezze terminologiche. Tutto qua.

    Con stima saluto.

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  4. #Luca   8 gennaio 2014 at 5:25 pm

    Grazie del consiglio. La prossima volta starò più attento.

    Un cordiale saluto

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    • #Matteo   9 gennaio 2014 at 2:55 pm

      Grazie a voi tutti per l’ottimo e generoso lavoro.

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