Preti “intrusi” e preti “refrattari”

AngSJo30

Quattrocento anni prima che il dottor Guillotin inventasse il suo delicato strumento mozzacapo, tanto caro all’avvocato Robespierre, Marsilio da Padova sotto l’influenza delle correnti regaliste francesi, lanciava la sua eresia nell’ambito cattolico, e Giovanni Wycleff propagandava le sue teorie in Europa, coadiuvato in questo dall’autorità politica di Edoardo III d’Inghilterra.    
   Di pari passo con il “progressismo” religioso di Marsilio, Ockham e Wycleff, in Francia andavano sempre più radicalizzandosi le teorie gallicane, favorevoli ad unaChiesa nazionale francese, autonoma da Roma e guidata dai vescovi con l’appoggio dei vertici politici.  Quel gallicanesimo che allora sembrava una ventata rivoluzionaria destinata a svanire al più presto, doveva invece coltivare sotterraneamente in Francia le sue radici fino alle “radiose giornate” del lugIio 1789.
   Sotto l’ispirazione delle vecchie tesi gallicane, i rivoluzionari borghesi, una volta distrutto il Trono, cercarono di abbattere l’Altare. Fu cosi che pensarono di varare la cosiddetta Costituzione Civile del Clero, attraverso la quale il principio elettivo veniva introdotto anche per la nomina dei vescovi e dei parroci e veniva esteso persino ai non-cattolici, come i giudei ed i protestanti.
   Grazie ad una serie di vessazioni ed abusi, i giacobini imposero a tutti i preti francesi il giuramento alla Costituzione. Ma Pio VI, che già aveva condannato come empia la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, proibì al clero di acconsentire all’ossequio costituzionale. Cominciarono così le peregrinazioni ed i tormenti dei cosiddetti preti refrattari, cioè di coloro che vollero obbedire alle disposizioni del Pontefice e che furono la grande maggioranza dei clero. Ma, oltre a questi sacerdoti fedeli e devoti, vi era anche una minoranza sediziosa di chierici che faceva capo al vescovo di Autun, I’ineffabile Talleyrand, che spinse la Costituente ad ordinare l’incameramento dei beni del clero. Un altro dei grandi preti costituzionali fu il Sieyès, tribuno del popolo e regicida. A Talleyrand e Sieyès, avrebbe poi fatto compagnia Fouchè, l’onnipossente ed onnipresente poliziotto, anche lui ex-prete, che a Lione avrebbe “sgomberato” le carceri massacrando a cannonate gli arrestati. Questo trio di spretati: Taleyrand-Sieyès-Fouchè, non rappresenta altro che la prima identificazione nei capi della sovversione politica con quella clericale, nel momento storico della prima grande rivoluzione antitradizionale dei ternpi moderni.
   Spinta dal vento illuminista, la stessa monarchia francese già da tempo aveva avuto premura di mostrarsi lievemente incline a certo anticlericalismo settecentesco, diffuso in Europa dalla cospirazione delle sette e dei clubs progressisti. Nel 1749, il Governo aveva vietato alla Chiesa di ricevere beni immobili. Quindici anni dopo avrebbe soppresso l’Ordine dei Gesuiti, chiuso i suoi collegi e venduto i suoi beni. Nel 1766, una commissione governativa potava tutti i rami morenti dell’albero ecclesiastico, emanava il divieto ad ogni istituto di avere più di due conventi a Parigi e più di uno nelle altre città, e sanciva I’obbligo di portare i voti dall’età di sedici anni a quella di ventuno, ordinando l’abolizione di numerosi Ordini (quali i Grammontini, i Serviti, i Celestini, gli Antonini, gli Ordini di Santa Brigida, dello Spirito Santo di Montpellier, di Santa Croce, della Bretoneria, di San Ruffo). Nel giro di vent’anni, venivano così soppresse 386 case religiose. Il numero dei prelati diminuiva di un terzo. 
   Tuttavia, nel 1789 vi erano ancora, in Francia, Ordini come quello dei Benedettini che continuavano la tradizione delIa Gallia Christiana e i cui membri fino all’età di sessant’anni lavoravano d’inverno in una misera stanza senza fuoco o come i Trappisti, che coltivavano la terra con le proprie mani; e tanti monasteri dediti ad opere di pubblica beneficenza. Ma la rabbia repubblicana si abbatterà anche su di loro. 
   Il Governo post-bastigliese, il 10 ottobre 1789, decreta la vendita di tutti i beni ecclesiastici. Passano quattro mesi e vengono soppressi gli ultimi ordini religiosi esistenti. Passano ancora sei mesi e la famigerata Costituzione Civile del Clero stabilisce che i preti non sono altro che funzionari statali, calpestando così anche il diritto canonico. Il 4 luglio 1791 si esige dai preti il giuramento di fedeltà alla Costitution che, nei termini pratici, tende a sottrarre i sacerdoti francesi all’autorità del Papa: dietro la picca del giacobino compare il ghigno del gallicano.
   Le reazioni sono immediate e lampanti: su un totale di sessantamila preti, ben cinquantamila si rifiutano di giurare. Il 26 agosto 1792, l’Assemblea Legislativa condanna i 50.000 preti refrattari alla proscrizione. Il Governo, cercando di riparare all’enorme vuoto causato da questi editti nella coscienza religiosa dei francesi (ed in massima parte della plebe rurale), attivizza i diecimila preti giurati, li trasforma in “agit-prop” della Rivoluzione e del Progresso, ed a loro aggiunge altri preti in odore di scomunica, estratti dai seminari e dai clubs: uomini in gran parte senza scrupoli, lussuriosi e servili, che ben presto si attirano l’odio della gente di campagna. Questi preti rinnegati e spergiuri, passeranno alla storia con lo sprezzante nomignolo affibbiato loro dai cattolici fedeli: les intrus.
   Gli intrusi cercano di fare del loro meglio per aiutare la Convenzione in quel “tenebroso affare” rappresentato dalla Costituzione Civile. Ma si trovano, ben presto, di fronte al feroce disprezzo dei contadini e della povera gente. La loro vita diventa un inferno, poichè il popolino li detesta più ancora degli stessi Bleus. In Vandea, ad esempio, dopo il mancato giuramento di Monsignor De Mercy, nuovo vescovo costituzionale viene nominato Rodrigue. Costui era figlio di un usciere di Nantes ed era stato professore di teologia ad Angers. Nel ’92 era soltanto il modesto curato di Fougeray. Ricevuta la nomina se ne va a Fontenay e, di fronte agli stessi patriotes allibiti, si presenta in stivali con la sottana rialzata sulle ginocchia e con un manganello in mano. Moulins, Presidente della Società Ambulante degli Amici della Costituzione (che, fra l’altro, era un marchese repubblicano e signore della contrada di Simon-la-Vineuse) cerca di fargli presente la situazione estremamente difficile della Vandea. Per tutta risposta, Don Rodrigue scuote la testa, alza le spalle e, messosi a capo del corteo, lo guida ad ubriacarsi in una osteria là vicino. Un anno dopo, Don Rodrigue dà le dimissioni da prete e diventa magistrato rivoluzionario. Di fronte a tali sfrontatezze, i “cafoni” francesi decidono di osteggiare in tutti i modi l’operato dei pretres jureurs e si stringono attorno ai loro vecchi parroci “refrattari”. Per beffa, ai “preti cittadini” i giovani campagnoli cantano sul viso una canzonetta il cui autore è sconosciuto:
“Portez loin votre catèchisme, / votre messe et vos sermons, / notre coeur abhorre le schisme, / portez loin de nous vos leçon. / Les fruits de votre ministère / ont un principe destructeur, / allez, vous etes un mercenaire, / vous n’etes pas notre pasteur”.
   Le autorità mandano le Guardie Nazionali a caccia dei refractaires; i poveri parroci si nascondono in rocche desolate, in fattorie ed in boscaglie, continuando a dir messa, a battezzare, a sposare. Illuminati dalle fiaccole dei contadini e dal chiarore della luna, nel mezzo delle lande e delle foreste, questi sacerdoti “clandestini” continuano a tener fede alla loro vocazione, mentre giovani realisti armati di falci e zappe montano la guardia tutto attorno. In questo clima, per i diecimila preti modernisti non v’è proprio molto spazio. Peyre, direttore del seminario di Angers, nominato curato costituzionale di San-Michele-del-May, cosi scrive del suo arrivo in paese: “Appena entrammo nel borgo del May, appena fui riconosciuto come il curato costituzionale che veniva a rimpiazzare il sir Coulonnier vecchio titolare, subito fui inseguito da un gruppo di ragazzi che mi urlavano dietro: ‘All’intruso! DagIi all’eretico! Dagli al ladro della curia e del sacramento!’… Mi fischiavano dietro, mi facevano segno col dito per dire che ero un insensato, un pazzo che con le sue stravaganze e le sue farse attirava un popolaccio sfaccendato che si diverte della sua demenza… Nemmeno uno scellerato portato alla forca veniva cosi sprezzantemente scortato da un vile popolaccio, avido di vederlo appeso, come lo ero io attraversando quella volta il borgo del May. I ragazzini sui miei talloni, le donne di una certa età ferme sulle loro porte, gli uomini che correvano al mio passaggio, insultandomi, provocandomi, dicendo che se ero venuto a prendere il posto del loro curato, non sarei rimasto là per lungo tempo; altre femmine che cercavano pietre per accopparmi; fra le altre, una che si era messa più vicina delle altre alla curia, eccitava le sue amiche a fermarmi ed urlava agli uomini di strapparmi gli occhi; un’altra della stessa razza, mal vestita, aveva preso in mano la sua ciabatta e correva verso di me per colpirmi..”.
    Dappertutto si verificano scene del genere e talvolta la semplice rissa si tramuta in rivolta di popolo contro l’oppressione sanculotta. Il curato costituzionale del distretto di Florac, Richard, chiede alla municipalità di procedere alla sua “installazione”. Ciò che successe lo si puo leggere in un rapporto ufficiale a Parigi: “La cerimonia non ha potuto essere compiuta, causa gli schiamazzi delle donne e dei fanciulli, e le minacce fatte da diverse persone che dicevano: “Bisogna ucciderlo. bisogna strangolarlo; è un protestante, e sposato, ha dei figli’, ed a causa della impossibilità di entrare in chiesa, le cui porte erano ostruite dal gran numero di donne che vi si erano poste davanti”. Il giorno dopo si ritenta: “Nell’interno della chiesa un gruppo di donne mandava alte grida, si lamentava della sostituzione del loro curato. Al ritorno, nelle vie, un gran numero di donne stravolte alla vista del curato costituzionale voltavano la faccia… e si contentavano di pronunziare delle parole mozze… senza permettersi altri movimenti che di coprirsi il volto coi loro capelli e di gettarsi a terra …”. Passano otto giorni, ed il chierico non vuol più servir messa nè suonare le campane. Allora Richard dice che si metterà lui stesso a suonarle, ma la plebe lo circonda e minaccia di fargli la festa se osa farlo. Richard, ridotto alla disperazione, non può far altro che cambiare aria.
   Il curato di Fau, del distretto di Saint-Chely, viene assalito di notte in canonica da una squadra di cattolici decisi a dargli una lezione. Il 30 dicembre del ’91, un altro prete intruso che ha preso possesso della sua nuova canonica, viene mezzo lapidato da sessanta donne scatenate che lo inseguono sin fuori paese. Nello stesso periodo, il vescovo jureur di Mende ed i suoi quattro vicari scrivono una petizione: “Non passa giorno che noi non siamo insultati nelle nostre funzioni; non possiamo fare un passo senza udire schiamazzi. Se usciamo, siamo minacciati di venire vilmente assassinati, d’essere ammazzati a bastonate …”.
   Molti contadini si rivolgono ai repubblicani e dicono che se si restituisce loro l’antico culto pagheranno volentieri doppia imposta. In Alsazia, in Franca Contea, nell’Artois, i nove decimi dei cattolici, rifiutano di riconoscere i “nuovi preti”. Ippolito Taine scrive che: “Il nuovo curato non ha per uditori che scettici, deisti, indifferenti, gente di club, membri dell’amministrazione, che vanno in chiesa come al Palazzo di Città o alla Società popolare, non per zelo religioso, ma per zelo politico, e che sostengono l’intruso per sostenere la Costituzione”. L’ira popolare si accresce quando ci si accorge che sono proprio i preti intrusi a soffiare sul fuoco deIla repressione anticattolica. Per i curati “refrattari”  non vi sono molte speranze. Le carceri sono zeppe di loro, le teste rotolano sulla ghigliottina. A Nantes, Carrier li fa annegare in massa nella Loira. L’abate Leroy, vicario di San-Pietro-degli-Echaubrognes, viene martirizzato per ore ed ore daiBleus, i quali, vedendolo morire di sete, lo costringono a bere orina, e poi lo sgozzano. La libertà si identifica sempre più con la mannaia.
   Nel frattempo, gli Intrusi, appoggiati dallo spiritista Robespierre, l'”incorruttibile”, responsabile di quella storica buffonata che fu la Festa dell’Ente Supremo, si battono per l’abolizione del celibato. Il 27 settembre 1790, l’abate Cournaud, davanti all’Assemblea del distretto di Saint-Etienne-du-Mont, parla in favore del matrimonio dei curati, appellandosi ad alcune vecchie proposte di Mirabeau. Alla fine del dicembre 179I, i preti “cattolici” cominciano a sposarsi, seguendo l’esempio del curato di Saint-Cyr. Il 24 novembre 1792, mentre Hebert imperversa col suo violentissimo Père Duchesne, il rivoluzionario Manuel annuncia alla Convenzione il matrimonio di Lindet, vescovo di Evreux, che cosi poi si espresse: “Bisogna salvare ciò che il calice della Chiesa contiene di più prezioso e buttare il resto a mare; bisogna sganciare la dottrina celeste di Gesù Cristo dalle opinioni teologiche che non servono ad altro che ad oscurarla”.Manuel esulta e così scrive nella sua Chronique de Paris: “I pregiudizi cadono come castelli di carta”.
   Per i vescovi che tentano di opporsi a tutto ciò si aprono le porte delle carceri,  mentre il deputato Delacroix sbraita: “I vescovi sono nominati dalle assemblee elettorali. Sono dei salariati della nazione. Devono obbedire a tutte le leggi della Repubblica!” e Danton aggiunge ironicamente: “Devono solo imitare i loro fondatori che davano a Cesare quel che è di Cesare!”. Ma non è tutto. Si arriva al punto di introdurre persino il divorzio per i preti, i quali non devono più immischiarsi nei. matrimoni altrui:  “Defenses sont faites à toute personne de s’immiscer dans Ia tenue de ces registres ed dans la reception de ces actes”. Il cadavere del massone Voltaire esulta dalla tomba. Le nozze religiose vengono abolite; le pubblicazioni si riducono ad un unico avviso in Municipio; poi si compare di fronte al pubblico ufficiale che sfoggia la fascia tricolore, il quale, dopo aver rivolto la consueta domanda, dice: “siete marito e moglie”, e tutto è finito. Quando le coppie sono tante, si risponde collettivamente. In meno di due minuti, il funzionario sforna più di trenta famiglie alla volta. Il divorzio è ancor più facile: basta trovarsi d’accordo nel dichiarare che non si va più d’accordo. Il prete diventa così un inutile cittadino, un salariato statale un po’ parassita, un cottimista della falsificazione dei sacramenti.
   Il massimo responsabile di tutto ciò fu il già citato vescovo Carlo Maurizio Talleyrand, visconte di Pèrigord, rampollo di una delle più antiche famiglie di Francia. Dissoluto, zoppo, senza scrupoli, a vent’anni Talleyrand prende i voti e cinque anni dopo è vicario generale della diocesi di Reims, di cui è arcivescovo lo zio. Frattanto, comincia a collezionare amanti su amanti, fra attricette e nobildonne. Nominato agente generale della Chiesa, si lega ai circoli illuministi, frequenta il Palais-Royal degli Orlèans, entra nella massoneria e ne diventa ben presto uno dei principali esponenti; contemporaneamente specula in Borsa, frequenta i salotti delle dame dell’aristocrazia sovversiva ed è nominato vescovo di Autun a soli trentaquattro anni. Talleyrand è veramente uno dei più grandi manovrieri della “guerra occulta” contro le istituzioni tradizionali; se ne accorge persino la Corte inglese che gli volta le spalle. S’intestardisce e diventa il capo del clero intruso e leader giacobino. Poi, quando il vento del Terrore soffia anche per lui, dà le sue belle dimissioni da prete e fugge a Filadelfia, dove ama mostrarsi in giro (lui, ex visconte ed ex vescovo) al braccio di una prostituta negra. Il suo astro non cade, anche perchè riallaccia ottimi rapporti con Giuseppe Fouchè, ex prete anche lui, famoso perchè obbligava tutti i preti “a sposarsi nello spazio di un mese o ad adottare un bimbo“, pena la morte.
   Fouchè, ladro e sanguinario, rimarrà poi celebre per le sue avventure lionesi. A Lione, questo ex vescovo mancato, alla testa di una banda di teppisti, armati di mazze e scuri, si dà al saccheggio delle chiese; fa man bassa dei vasi sacri, fa abbattere croci e statue, fa portare le spoglie dei santi in trionfo, e nel corteo fa comparire un asino, coperto da una cappa, con in testa una mitria e, legati alla coda, un crocefisso e la Bibbia. Il 4 dicembre 1792, tra due fossati paralleli destinati alla loro sepoltura, sessantaquattro giovani cattolici vengono presi a cannonate e sfracellati dalle palle, mentre l’ex prete dall’alto di un palco assiste allo spettacolo. Il 15, ne fa mitragliare ed accoltellare altri duecentonove. Il giorno dopo, scrive alla Convenzione: “Lacrime di gioia sgorgano dai miei occhi e mi inondano l’anima; questa sera mandiamo a morte altri duecentotredici ribelli”. Più tardi, l’ex prete Fouchè diverrà un abile mercante di porci.   
   A far giustizia di tutti questi preti rinnegati, di questi “novatori” criminali, ci penserà un altro rivoluzionario: Napoleone Buonaparte, l’Usurpatore che, pur servendosi del Talleyrand, un giorno gli disse di fronte a tutti: “Voi non siete altro che una calza di seta, piena di merda!”.
 
Pino Tosca

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