Shinzo Abe e il processo di Tokio

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La questione della memoria storica porta con se anche una sintomatica parziale amnesia e con essa la difficoltà nel crearsi una propria opinione e posizione verso la storia stessa e di conseguenza anche rispetto al proprio presente. Questo accade soprattutto quando la memoria viene gestita e indirizzata da un determinato ordine, quello dei vincitori. Proprio in questi giorni ha fatto parlare di se il primo ministro giapponese Shinzo Abe per la sua visita ufficiale tempio di Yasukuni . In questa visita ufficiale si nasconde un gesto forte che si inquadra nell’agenda politica di Abe incentrata sul ritorno alla tradizione e al Giappone concepito come nazione in senso storico. Il tempio infatti nella tradizione giapponese ospita le anime di oltre 2 milioni di nomi di soldati che hanno servito la loro nazione. Tra i nomi di queste anime, 1000 sono i nomi di imputati nel cosiddetto processo di Tokyo per crimini di guerra . L’ultima visita ufficiale risale al 1978 quando l’inserimento di 14 nomi di imputati per crimini contro la pace portò l’imperatore a interrompere le proprie visite annuali. Un gesto di totale sudditanza ai garanti della memoria ufficiale. Il nodo della questione è il processo post-bellico conosciuto come la Norimberga Giapponese. Un evento rimosso dalla coscienza collettiva, sostanzialmente ignorato dalla cultura Occidentale e dimenticato dalle nuove generazioni Giapponesi stesse. Il cosiddetto International Military Tribunal for the Far East venne istituito per processare le alte cariche del governo Giapponese una volta sconfitto. Le imputazioni ruotavano attorno a tre tipi di crimini, tipo A (crimini contro la pace) , tipo B (crimini di guerra) e tipo C (crimini contro l’umanità). Gli imputati del processo furono più di 5700 tra ufficiali militari , soldati e cittadini Giapponesi. Le basi legali del processo furono stabilite dagli alleati nella figura del generale Douglas MacArthur il quale scelse poi i giudici tra la lista dei paesi firmatari dell’atto di capitolazione Giapponese stabilendo inoltre la responsabilità personale degli imputati a prescindere dalla loro posizione militare o gerarchica. In sostanza la mera esecuzione di ordini superiori non era contemplata come forma di difesa. Tra alti ufficiali, soldati e cittadini semplici le condanne a morte furono 920. La famiglia reale fu esentata dal processo attraverso un salvacondotto messo in piedi proprio da MacArthur. Il processo di Tokyo è costruito palesemente come resa dei conti dei vincitori sui vinti e ne subisce le critiche annesse anche dai contemporanei che oltre a leggerne la natura non precostituita del tribunale ne attribuirono la valenza di showdown e prova di forza post-bellica. Il maggiore crimine contro l’umanità imputato al Giappone è il massacro di Nanchino ovvero una serie di orribili atrocità commesse ai danni della popolazione cinese della città di Nanchino da parte esercito regolare Giapponese nel 1937 durante la seconda guerra sino-giapponese. Le infernali scorribande a Nanchino portarono alla morte una cifra stimata attorno ai 200.000 civili tra uomini donne e bambini , anche se gli USA valutano la cifra come aggirante attorno ai 500.000. Quello che è accaduto in quei luoghi appartiene a quella serie di inspiegabili orrori che costellano la storia del novecento. E’ proprio attorno a questo nodo che le considerazioni sulla memoria hanno una molteplice interpretazione che va oltre al comune rapporto con la memoria storica e la percezione di “male” e “bene” . Nella fattispecie risulta quasi ironico che a parlare di crimini contro l’umanità sia proprio chi si è macchiato di uno dei più grandi e plateali crimini di guerra e contro l’umanità ovvero il bombardamento atomico delle città di Hiroshima e Nagasaki. Nella certezza che chiunque si sia macchiato di orribili colpe incontrerà una giustizia ben più definitiva di quella emanata da qualsiasi tribunale, la colpa storica rimane quella della relativizzazione del male e del bene di fronte alla storia. Come già si chiedeva il giudice Indiano Radhabinod Pal ai tempi del processo di Tokyo, è davvero possibile intraprendere un processo riguardo crimini contro l’umanità lasciando fuori i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki dalla categoria dei suddetti crimini? Ad oggi si potrebbe aggiungere, non è un crimine ulteriore lasciare che l’opinione pubblica senta il peso di tali crimini come
tragedie storiche collettive senza che ne venga ammessa la responsabilità concreta dei colpevoli di fronte al mondo? D’altra parte se l’opinione pubblica subisce enormi condizionamenti tali da indurre a folli miopie di fronte al bene e al male è anche a causa di queste manovre unilaterali . Riguardo il processo di Tokyo, nonostante la reale gravità dei fatti di Nachino anche le atrocità diventano relativa merce di trattativa nel momento in cui i soldati dell’Unità 731 i quali effettuarono esperimenti su cavie umane riguardo la ricerca batteriologica furono esonerati dal processo in cambio dei risultati di tali esperimenti e molti furono ingaggiati dagli USA stessi, il tutto grazie alla trattativa dello stesso MacArthur. Ecco trasformato un male assoluto in male relativo. Insomma l’epoca della memoria imposta e dell’amnesia forzata aiuta a comprendere il comportamento degli ex alleati nel mondo di oggi che in fondo è ancora il mondo che subisce l’arroganza dei vincitori del dopoguerra. Shinzo Abe ricorda al suo Giappone e al resto del mondo che c’è modo e modo di perdere una guerra, anche a distanza di 80 anni, e che c’è modo e modo di parlare di memoria.

Federico Franzin

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