Crisi nella Chiesa, crisi del Papato: chiarificazioni necessarie (seconda parte)

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Pubblichiamo qui la seconda e ultima parte di questo attento studio di Pietro Ferrari che affronta con passione il problema dell’autorità pontificia nell’attuale crisi nella Chiesa: problema centralissimo e d’ineludibile attualità. La prima parte può essere letta qui : http://radiospada.org/2014/02/crisi-nella-chiesa-crisi-del-papato-chiarificazioni-necessarie/

Come ha avuto modo di precisare lo studioso Piergiorgio Seveso: “I manuali canonistici ‘preconciliari’ riportavano, in gran parte, la sentenza che il Papa perde il papato per eresia PRIVATA notoria e in calce vi erano le varie sentenze opposte ed entrambe legittime sul “papa deponendus” (CAJETANUS) e sul “papa depositus” (BELLARMINO). Dal momento che quei pii autori nemmeno prendevano in considerazione il fatto che il PAPA potesse insegnare l’eresia e l’errore stabilmente nel proprio Magistero pubblico, direttamente dal trono, e che questa venisse accettata pacificamente da quasi tutta la Chiesa. Il dibattito sul Papa eretico proponeva una via di uscita teorica dalla situazione di Sede Vacante: necessità della pertinacia nell’eresia, monizioni canoniche, constatazione legale della decadenza, indizione di un conclave emergenziale. Ovviamente il “papa eretico” non è già più papa coram Deo e in Se (formaliter) ma esclusivamente coram lege Ecclesiae (materialiter) per aver ricevuto una designazione legale.”

La Tesi di Cassiciacum non rigetta affatto il “corpus” citato sopra (se non riguardo la vigenza della Bolla di Paolo IV e la difficile applicabilità al pontefice del canone 188), ma guarda in faccia la realtà: se il peccato di eresia e vieppiù il delitto di eresìa va provato nella sua “pertinacia” e tale cosa risulta difficile considerando l’attuale situazione di sbandamento della Chiesa, comunque vi è per il fedele l’impossibilità di un atto di fede contraddittorio. Come ha esposto tempo fa don Francesco Ricossa in un’intervista: “… “Con la Tesi si può giungere solamente fino all’affermare che Paolo VI e i suoi successori che si dicono e si vogliono difensori dell’insegnamento, della liturgia e del Concilio, non hanno l’Autorità divinamente assistita, ch’è l’essenza stessa, secondo i termini scolastici, o la forma del pontificato. Non possiamo però concluderne, come invece alcuni hanno fatto – saremmo all’opposto di Mons. Lefebvre, andando ancora oltre nel senso opposto – ch’essi siano formalmente eretici. In effetti l’eresia, il peccato più grande contro la fede è il negare o il mettere in dubbio con pertinacia una verità di fede rivelata. Ebbene noi non possiamo averne la certezza, perché anche qualcuno che professasse in maniera pubblica e ripetuta, anche per lungo tempo, una dottrina eretica, non è ancora per il fatto stesso – o almeno non ne abbiamo la prova – formalmente eretico. Non abbiamo cioè la prova della pertinacia, ch’è l’altro elemento necessario (l’elemento materiale è dire della cose eretiche). L’elemento formale, anche nell’eresia, è la pertinacia, cioè non il ripetere per lungo tempo questa opinione sbagliata, ma il farlo sapendo che la Chiesa insegna il contrario, che la Rivelazione gli è opposta, e nonostante ciò opporglisi. Questa è la pertinacia, e noi non ne siamo certi, anzi apparentemente costoro pensano d’essere essi stessi il Magistero, l’insegnamento della Chiesa, e quindi pensano di continuare questo medesimo insegnamento. Può darsi che nel loro foro interno si rendano perfettamente conto di non sviluppare in maniera omogenea, non esplicitare l’insegnamento della Chiesa, ma non di contraddirlo. Tuttavia essi non dicono “noi rifiutiamo il Vaticano I e il Concilio di Trento”, pretendono invece di svilupparlo, di precisarlo, di esplicitarlo. Quindi la loro posizione apparentemente vuole essere ancora cattolica. Per avere la certezza che essi hanno perso la virtù della Fede bisognerebbe che un’autorità che può parlare in nome della Chiesa chiedesse loro di ritrattare gli errori commessi. Sarebbe quindi compito dei cardinali, dei vescovi residenziali di muovere in nome della fede e della dottrina della Chiesa queste monizioni a chi occupa, di fatto, la Sede di Pietro, dicendo loro: “Voi vi allontanate dalla dottrina della Chiesa”. Questo non è stato fatto e quindi, fin che ciò non sarà fatto, secondo quella prassi che molti teologi del passato – Gaetano, San Bellarmino, Sant’Alfonso con posizioni ed opinioni diverse – avevano comunque previsto, non si potrà concludere, a questo punto, dell’eresia formale di coloro che occupano la Sede di Pietro…”

Secondo il sedevacantismo radicale non serve processo, essendo il Papa o depostus (Codex del 1917) o mai divenuto Papa dall’inizio (Bolla di Paolo IV). Per i ‘tesisti’ occorre che i vescovi residenziali lo ammonìscano il Papa Materialiter per indurlo a ravvedersi. Se non si ravvede viene convocato un Conclave emergenziale in quanto pur essendo inferiore al Papa, comunque il Conclave potendolo designare può revocargli la designazione. Se invece si ravvede i vescovi valutano se è ancora idoneo ad esserlo oppure no. Monsignor Guerard des Lauriers distingueva il fatto reale sotto gli occhi di chi lo riconosce e l’accertamento legale dello stesso. Se vediamo un omicidio sappiamo chi è l’assassino ma l’assassino sarà ufficialmente per tutti tale, con la condanna di un tribunale regolare altrimenti chiunque potrebbe dichiararlo assassino. I problemi del conclave invalido che rende la Sede vacante anche materialiter o quello di rilevare la pertinacia eretica del sedente, NON RIENTRANO NELLE NOSTRE POSSIBILITA’ DI LAICI perché spetta ai vescovi come fatto LEGALE. Noi possiamo e dobbiamo però comunque trarne delle conseguenze, non tanto sulle illazioni complottistiche (es: il conclave è stato viziato) quanto sulle evidenze: impossibilità di comunione con l’errore e con le false autorità che lo diffondono.

Obiezione : La Chiesa quindi non sarebbe più UNA? Occorre intanto distinguere (cfr. Enc. “Ad apostolorum principis” di Pio XII e “Dizionario di Teologia Dogmatica per laici” di Parente e Piolanti 1943) nella potestà ecclesiastica l’Ordine (Missio) e la Giurisdizione (Sessio), normalmente esercitate congiuntamente, ma eccezionalmente esercitate separatamente: la potestà di ordine è diretta alla santificazione delle anime con la Messa e i sacramenti (nel Vescovo il potere di ordinare sacerdoti e di cresimare), quella di giurisdizione (nel Vescovo il potere di governare la diocesi) a reggere i fedeli col sacro magistero, a promulgare leggi, decidere cause, applicare sanzioni. L’ordine viene conferito con sacramento (nel Vescovo la consacrazione) e quasi mai può essere tolto, mentre la giurisdizione viene conferita per missione canonica (nel Vescovo il mandato pontificio) e può essere revocata. Per diritto divino, il Papa riceve la giurisdizione direttamente da Cristo ed i vescovi l’ordine direttamente da Cristo tramite il sacramento, ma la giurisdizione i vescovi possono riceverla SOLO mediante il Papa. Da ciò consegue che se per la gloria di Dio vi è indefettibilità della Missio, in una situazione di Sede Formalmente vacante non avendo il Papa vera giurisdizione formale non può neppure delegarla. I ministri di Dio sedevacantisti fedeli sono pertanto la Missio di tutta la Chiesa, anche della parte legale nonostante il suo stato di privazione, essendovi comunque una successione materiale. La Chiesa è certamente ancora UNA oggi, proprio grazie all’aspetto “materialiter”, tale elemento fisico che tiene unito il tutto: il ritorno all’ordine nella Chiesa non può venire esclusivamente dalla Missio integrale (pure fondamentale ma c’è necessità di una ri-cattolicizzazione (almeno parzialissima) della Sessio, ossia qualche Vescovo che torni in sé e che ponga le opportune “monizioni” al sedente. Come insegnava Mons. Guerard des Lauriers [“Il problema dell’autorità nella Chiesa”, C.L.S., 2005, pp. 71 e 72]: “La Chiesa è Gesù Cristo comunicato. Questa comunicazione comporta due aspetti organicamente legati, la cui fenomenologia è divinamente rivelata. Da un lato, la MISSIO: “”Andate, insegnate, battezzate, educate…”” (Matteo XXVIII, 18-20). Ed ecco, nella Chiesa militante, “”fino alla fine del secolo””, la catechesi, i sacramenti, il governo (delle anime). D’altro canto, la SESSIO: “ “Voi che mi avete seguito, sarete seduti anche voi sui dodici troni, giudicando…”” (Matteo XIX, 28). Ed ecco instaurata, anche nella Chiesa militante, la gerarchia che manifesta e realizza la cattolicità. La distinzione e l’unità fra “Missio” e “Sessio” sono talmente inerenti alla Chiesa, da essere omologate dal Diritto canonico (CjC anno 1917), sia nell’universale che nel particolare ..D’istituzione divina, la sacra gerarchia comporta, tenuto conto dell’ordine [*ratione ordinis*]: Vescovi, sacerdoti, ministri; tenuto conto della giurisdizione [*ratione jurisdictionis*]: il sommo pontificato e l’episcopato subordinato…”” (can. 108.3). Così, la sacra gerarchia, una, ed unica, comporta tuttavia DUE rationes: la *ratio ordinis*rientra nell’ambito della “Missio”, la *ratio jurisdictionis* in quello della “Sessio”.

Obiezione : Se il nuovo rito di consacrazione vescovile è dubbio o magari invalido, la Chiesa non sarebbe più indefettibile? A questa obiezione si può rispondere che in Occidente, riguardo l’Ordine, tutti i vescovi consacrati col vecchio rito prima della riforma e dopo la riforma hanno la pienezza del sacerdozio, mentre in Oriente, essendovi ancora il rito “tradizionale”, tutti i consacrati sono Vescovi. Riguardo la giurisdizione piena, essa non sussisterebbe in capo a nessuno, ma solo ancora materialmente e potenzialmente, proprio per assicurare la continuità della Chiesa. Prima del Concilio Vaticano II e della Lumen Gentium, era pacifico che il rito di consacrazione vescovile non disponesse automaticamente il vescovo a capo di una diocesi: potevano esserci veri vescovi senza diocesi e diocesi amministrate da abati non ordinati vescovi. La Chiesa è pertanto una legalmente: vescovi modernisti + tutto il sedevacantismo ortodosso, una dottrinariamente: tutto il sedevacantismo ortodosso ed una porzione di fedeli sottoposti ai vescovi modernisti, che non neghino alcun dogma cattolico con pertinacia. Anche nella crisi insomma, (cfr. Abbé Lucien ‘La situation actuelle de l’Autorité dans l’Eglise‘) occorre ribadire come: “Cristo rimane con la Sua Chiesa e continua a farla sussistere conformemente alla natura che le ha dato istituendola … l’esistenza di quanti sono denominati ‘tradizionalisti’ è una prova di quanto detto. Ma come Gesù è ancora con la Sua Chiesa considerata come società umana? … mantenendo al suo posto la struttura gerarchica visibile, mentre nel contempo permette quella grande prova che è l’eclisse dell’Autorità e delle sue funzioni visibili. Questa permanenza della struttura gerarchica…assicura la continuità MATERIALE della successione gerarchica, assolutamente richiesta dalla nota di Apostolicità”.

Le stesse recenti (forse un po’ “tardive” e neanche “nuove”) posizioni di don Curzio Nitoglia, non hanno confutato affatto la Tesi, né hanno smontato gli aspetti formaliter e materialiter in chiave teologica e spirituale ma solo con astrazioni filosofiche. Il Papa a suo dire governerebbe (de facto) ed avrebbe il Titolo (de jure) e fin qui anche la Tesi non nega che giuridicamente vi sia una successione materiale, poi però Don Nitoglia afferma che “l’esercizio del titolo è da cinquanta anni DEFICIENTE” e che “lascia perplessi o TERRORIZZATI”. Come è possibile? Per approfondire al meglio l’interessante quanto complessa contesa rimando alle risposte dell’IMBC ai numeri 29, 59 e 63 della rivista Sodalitium, consultabili anche on-line ed al numero 56 (risposta al “dossier antisedevacantista” della FSSPX).

La Tesi di Cassiciacum è oggettivamente più credibile di altre posizioni e viene costantemente citata a sproposito e senza cognizione di causa quando, casomai, deve ancora essere giudicata dalla Chiesa, mentre la tesina antinfallibilista di tanti tradizionalisti, fu condannata dal Concilio Vaticano I e pertanto da autorità sicuramente legittime. Molti accanitissimi antisedevacantisti dimostrano di ignorare completamente gli scritti degli autori che trattano la Tesi, in particolare il De papatu materiali di Mons. Sanborn, i numeri della rivista Sodalitium, il testo dell’Abbé Lucien sulla Tesi, ossia La situation actuelle de l’Autorité dans l’Eglise. Avendo la Tesi una “logica interna” inattaccabile, bisognerebbe dimostrare che al di fuori di essa vi sono degli errori, e cioè che essa apparentemente sembra vera ma che in realtà si fonda su falsi presupposti. A ben vedere però, la Tesi si fonda su verità di fede difficilmente contestabili: la “riviviscenza della grazia” nei sacramenti validi (dottrina insegnata dalla Chiesa) viene utilizzata per analogìa nel caso del Papa Materialiter che accetta in corso la pienezza del Pontificato. La distinzione tra Ordine e Giurisdizione è un altro insegnamento della Chiesa (fino al CVII) che viene posto a fondamento della Tesi, come quello dell’infallibilità pontificia anche nel magistero ordinario e come l’altro riguardo i concetti filosofico-tomistici della “materia” e della “forma”. Materia e Forma sono concetti che lo stesso San Pio X applica abbondantemente nel Catechismo Maggiore per spiegare i Sacramenti.

Prosegue don Francesco Ricossa: “. Nel Papato si distingue, al seguito della dottrina di San Tommaso, e particolarmente esplicitata dal commentatore di Santo Tommaso il card. Gaetano, un aspetto formale, ch’è l’Autorità divinamente assistita, e un aspetto materiale, il fatto che tale persona sia stata designata in una elezione canonica per occupare la Sede di Pietro. Cosa fa in effetti un Papa? Nessuno nasce tale. L’elezione del Vicario di Cristo avviene in questo modo: dal basso, cioè dagli uomini, vi è la designazione, l’elezione fatta dai cardinali, poi vi è un atto umano, un altro, che è l’accettazione di chi è stato eletto – è questo l’aspetto materiale –, ed infine vi è dall’alto il fatto che Cristo, che è il capo invisibile della Chiesa, dà a questo eletto l’Autorità divinamente assistita, l’ “essere con”, il fatto di “Io sarò con voi”, il fatto che Cristo e il Suo Spirito sono con l’eletto assistendolo, governando e insegnando alla Chiesa tramite di lui abitualmente. Noi pensiamo, appoggiando questa affermazione con le prove date prima, che nel momento dell’elezione vi sia stata certamente la designazione da parte dei cardinali, e questo è l’aspetto materiale, vi sia stata poi l’adesione puramente esteriore con un ostacolo, un obice, un impedimento che viene dalla mancanza di questa intenzione oggettiva ed abituale di procurare e di realizzare il bene e il fine della Chiesa, che ha impedito quindi a Cristo di dare a quest’eletto l’Autorità. Siamo quindi come in sospeso. Nel momento in cui la persona designata levasse l’ostacolo, volesse quindi oggettivamente e realmente, abitualmente, il bene e il fine della Chiesa, condannando quindi in qualche modo gli errori che si diffondono negl’ultimi quarant’anni, proclamando nuovamente in maniera integrale la dottrina e l’insegnamento della Chiesa, restituendo alla Chiesa la sua liturgia, con l’esclusione però, questo il punto, di riti inaccettabili, in quel momento egli diventerebbe, lui o un suo successore, poco importa, la vera e legittima Autorità della Chiesa Cattolica.

Si risolverebbe così, almeno nel suo vertice, la crisi che stiamo attraversando. Dico nel suo vertice, perché ormai l’errore, lo spirito d’errore, di disobbedienza, di scisma si è diffuso in maniera tale che molti fedeli, e soprattutto molti membri del clero e i “vescovi”, chiamati così, che occupano le varie sedi, non accetterebbero [di riconoscerlo come tale]. Se ci fosse un vero e legittimo Papa ci troveremmo di fronte ad un vero ed autentico scisma, ad un vero movimento di eresia mosso da tutti questi modernisti i quali non accettano la Chiesa Cattolica com’è sempre stata, la rifiutano. Ne abbiamo un piccolissimo esempio in tantissimi occupanti delle sedi vescovili, anche solo di fronte al Motu proprio [Summorum Pontificum cura], che non è ciò che dovrebbe essere, ma anche solo quella piccola cosa, il fatto che si possa dire in maniera più “larga” la Messa Romana, ha provocato la loro rivolta, la disobbedienza: “noi non lo permetteremo mai”. Ma almeno le cose sarebbero chiare: Roma parlerebbe di nuovo, e quindi non avremmo più che da seguire quel faro di verità ch’è sempre stato Roma.”

Pietro Ferrari

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