Riprendersi la Chiesa. Riflessioni in margine all’intervista di Antonio Socci.

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L’intervista recentemente rilasciata al settimanale “Tempi” da Antonio Socci [1], firma autorevole del giornalismo cattolico, è di spunto per qualche breve riflessione su come si cerchi di vivere la nostra Fede in un’epoca davvero difficile.

Ora, si potrà obiettare in limine che è essere cattolici è sempre stato difficile, e che comunque qui in Italia non siamo al punto di essere fatti a pezzi per un Crocifisso come fanno invece i seguaci del Corano in Nigeria ed altrove. Su quest’ultimo punto, si può convenire: è tuttavia innegabile che leggi sempre più mortificanti per la libertà di espressione ed ancor più per la responsabilità educativa del cattolico stiano stringendo le nostre coscienze e le nostre famiglie in una morsa che magari non torce un capello a chi è di Messa e di mondo, ma che inizia a far preoccupare chi vuole salve l’anima propria l’altrui.

Quanto invece alla difficoltà in sé dell’esser cattolici, negli ultimi anni l‘emergenza è nella stessa identità: quali sono i tratti salienti del cattolico? Cosa lo distingue da un uomo di buona volontà? Il solo “rapporto col trascendente” è sufficiente? A queste domande dovrebbe rispondere il Magistero, sennonché esso si è fatto sempre più evanescente e confuso – se non apertamente contraddittorio – e non tanto e non solo nelle più alte espressioni promananti dal Soglio pontificio, quanto piuttosto nella pastorale “ordinaria”, quella dei pulpiti, delle Parrocchie, degli oratori, dei pellegrinaggi. Che è poi quella più importante: difficilmente il buon cattolico leggerà l’Evangelii Gaudium, mentre regolarmente andrà a Messa, s’accosterà ai Sacramenti, ascolterà il Sacerdote. E’ in Parrocchia che si forma la coscienza, non in Vaticano. E’ pertanto sempre più evidente lo smarrimento in chi vede (o subisce) differenze di insegnamento e di pratica da una Chiesa all’altra, da un prete all’altro, da un catechismo all’altro.

Esempio tra i tanti, potrebbe essere la vexata quaestio della possibilità per i conviventi di essere padrini di battesimo, o tout cour di ottenere l’assoluzione in Confessione: non sono rari i casi di genitori che, affezionati ad amico o parente in stato di peccato permanente impenitente, facciano “il giro delle Parrocchie” finché non trovano il prete “aperto” che chiama quel peccato “situazione irregolare” ed accontenta tutti lasciando che il soggetto in questione sia padrino o madrina (ossia custode della Fede) dell’ignaro pargolo. L’idea, insomma, è che ogni Parrocchia abbia un catechismo locale, un Magistero locale, libri liturgici locali, come se il prete s’appropriasse dei Sacramenti e delle Verità di cui egli è solo custode ma non padrone. Questo, rende difficile oggi essere cattolici: se il “mio” prete non assolve i risposati mentre quello della Parrocchia accanto sì, chi ha ragione? Se il tal Vescovo o Cardinale dice che i divorziati vanno benedetti mentre l’altro Vescovo o l’altro Cardinale li indica come peccatori, chi ha ragione? Se un Papa dice che il dio dei musulmani non è altro che una risposta fallace ad un naturale bisogno di religiosità mentre un altro asserisce che è lo stesso Dio dei cattolici, chi ha ragione?

Gli studiosi cattolici che avvertono questo disagio sono sempre più e sono non a caso coloro che erano da sempre additati come i più attenti ad una Fede coerente, sistematica, non improvvisata o sentimentale ma fondata sul Magistero intendendo come tale il depositum di millenni di Santi, Papi, Teologi e non solo gli ultimi cinquanta o venti anni di riflessioni, ispirazioni, intuizioni, invenzioni. Ci si riferisce chiaramente a Mario Palmaro, Alessandro Gnocchi, Roberto De Mattei ma anche in qual senso a Vittorio Messori, il cui rigoroso silenzio che si protrae da tempo è molto eloquente. A questa piccola schiera pare si sia recentemente aggiunto Antonio Socci, a sommesso parere di chi scrive.

Antonio Socci è sempre stato strenuo difensore del nuovo approccio – diciamo così – immediato e creativo di Papa Francesco, anche quando non era poi del Papa che si trattava [2]. Da qualche tempo, però, la linea di Socci sembra essere mutata (potrebbe entrarci l’atteggiamento diffidente del Pontefice verso il fenomeno Medjugorje, che invece il giornalista sostiene come autentico? [3]), a cominciare dal contributo del 14 febbraio 2014 in cui solleva dubbi sulla rinuncia di Benedetto XVI [4], seguito poco dopo da un pezzo in cui emerge chiaramente il disagio del fedele dinanzi ai… due Papi [5].

Nel secondo articolo di febbraio, dall’eloquente titolo “I due Papi e noi: cosa sta accadendo veramente all’interno della Chiesa” – si osservi quel “veramente”, a dire che l’apparenza è ben diversa da quel che avviene – il giornalista muove da un fatto apparentemente secondario e di nessuna eco, ossia il rifiuto di Benedetto XVI di mutare il proprio stemma araldico per sviluppare un ragionamento non certo rassicurante. Scrive Antonio Socci:

In questi giorni inoltre Benedetto XVI ha rifiutato il cambiamento del suo stemma pontificio, bocciando sia il ritorno a un’araldica cardinalizia, sia lo stemma da papa emerito. Intende conservare lo stemma da papa, con le chiavi di Pietro. Che significa tutto questo? Ovviamente è esclusa ogni vanità personale per un uomo che ha dato prova del più totale distacco dalle cariche terrene (del resto qui si tratta di cose teologiche, non certo di beni mondani). Dunque può esserci solo una ponderata ragione storico-ecclesiale, probabilmente legata ai motivi del suo ritiro (per il quale tanti hanno premuto indebitamente). Ma qual è questa ragione?”.

Antonio Socci non dà espresso conto di questa “ragione”, ma rileva che nelle parole di Ratzinger è chiara la volontà di restare Papa, pur nella condizione assolutamente inedita di simultaneità con il papato di Bergoglio, tanto che l’autore conclude: “Tuttavia non si può fingere che tutto sia normale, perché la situazione è quasi apocalittica. E non si possono evitare le domande: sulle ragioni delle dimissioni di Benedetto, su quanti le hanno volute, sulle pressioni indebite che le hanno provocate. E sul suo status attuale”. E’ evidente che Socci vuole portare ad una conclusione, sebbene non esplicitamente, e la summa occulta potrebbe essere questa: se, come dice, Benedetto XVI è a tutti gli effetti Papa e ci tiene a restarlo, e se non possono esserci due Papi legittimi simultaneamente, ne discende necessariamente che Benedetto XVI vuole restare Papa per una ragione, e la ragione non può che essere che Francesco, in qual modo o in qual misura, Papa non è. Una cosa pare certa: pure Socci inizia ad esprimere malessere per quel che sta capitando.

L’intervista da cui è spunto per questa riflessione segna un ulteriore passaggio verso una aperta denuncia di uno stato di disordine pastorale nella Chiesa, anzi, si può dire che più che di denuncia si tratti di una dichiarazione di espressa rassegnazione, una revoca d’affidamento cui segue la consapevolezza che il cattolico, oggi, deve fare a meno della pastorale.

Per sostenere questa tesi – profondamente conciliare [6] ed arcaicamente tradizionale insieme – Socci fa riferimento a San Francesco o a San Benedetto, due “laici” e scrive:

Tutto il cristianesimo è una storia di laicità, di uomini e di donne travolti dalla vita di Gesù. Purtroppo noi abbiamo ancora questa immagine terribilmente clericale, invece è stato sempre così, battezzati, uomini, donne, nel momento più cupo, quando il papato sembrava lì lì per diventare il cappellano del re di Francia, chi salva il papato? Ancora una volta una laica, una ragazza analfabeta, una popolana, Caterina da Siena. Il cristianesimo è una grande storia di popolo. Ma noi ci siamo dimenticati che il sacerdozio ministeriale è solo un servizio al sacerdozio universale. Siamo noi battezzati, Re, sacerdoti e profeti. Siamo tenuti a questa testimonianza. Basta star lì ad aspettare che sia la gerarchia ecclesiastica a dirci fai questo e quest’altro. Pensa a Nazareth, di cosa stiamo parlando? Di una accademia teologica? Di un episcopio? No, la casa di un falegname, un padre, una madre, un figlio. È da lì che si scatena tutto, non da una mente o da una struttura sofisticata.

Questo concetto, che ritorna nell’intervista in più passaggi, può apparire in linea con quanto Francesco scrive nell’Evangelii Gaudium [7], al paragrafo 31: “Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cfr At 4,32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade”. Parrebbe quindi una evocazione del concetto di “pastorale dal basso”, del Vescovo che segue il popolo, il quale ha una sorta di sesto senso per trovare le nuove vie dell’evangelizzazione.

Parrebbe, ma non è così.

Socci infatti – pur forse dimenticando che sia San Francesco che San Benedetto come pure Santa Caterina da Siena furono pienamente sottomessi ed obbedienti alle gerarchie ecclesiastiche, cui chiesero l’approvazione per quel che facevano e predicavano – vuole esortare a non aspettarsi nulla in questo momento dal clero, a non attendersi che i prelati possano ergersi a guide nelle battaglie di questi tempi. Sempre Socci dichiara “Ricordi la famosa battuta, la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali? Ecco, c’è una responsabilità che noi abbiamo come uomini e come donne, come padri e come madri, davanti a quello che abbiamo incontrato”; nel richiamare l’assunto di Von Klausewitz, il giornalista nega nella sostanza la volontà o quantomeno l’opportunità dell’aperto schierarsi da parte di sacerdoti, Vescovi, Cardinali e… e.

A sostegno della linea così espressa viene evocata pure la Manif pour tous:

La Manif è un bellissimo esempio di quello che dicevo prima, cioè di padri e di madri che a un certo punto si sono detti: «Vabbè, adesso tocca a noi difendere quello che siamo, il senso della nostra storia, la nostra patria, l’anima e il futuro di nostri figli». E si sono messi per strada. Credo che non ci sia niente che il potere tema più di questo: un grande movimento di padri e di madri. Anche perché oggi l’attacco è lì, alla nostra stessa condizione creaturale di padri, di madri e di figli. E ben venga anche la lettera al Papa pubblicata dal Foglio”.

Non manca neppure, dunque, un accenno alla lettera al Papa del Foglio, un appello firmato da eminenti intellettuali di area cattolica, pur se alcuni non credenti (“atei devoti”) e che suona esattamente come una esortazione al Pontefice a prendere posizione chiara quantomeno sui temi dell’educazione, della famiglia e della omosessualità, in risposta all’offensiva che – è innegabile – viene condotta come un bombardamento a tappeto negli ultimi tempi [8].

Nella sostanza, Socci invita i laici a riprendersi la Chiesa ma lo fa perché prende atto che oggidì s’impone l’esser cattolici nonostante i preti: evoluzione notevole del pensiero rispetto a quanto espresso sino a pochi mesi fa, ma non certo confortante. Si tratta, parliamoci chiaro, di un sedevacantismo pratico difficilotto da attuare se solo si considera che la Domenica, alla Messa, bene o male un prete, o un Vescovo, o il Papa bisogna starlo a sentire. E poi? Dopo averlo ascoltato ci scordiamo quel che ha detto e facciamo di testa nostra?

Prete

Il punto, in effetti, è questo. Se si tenta d’essere cattolici nonostante i preti, si finirà per l’essere cattolici contro i preti, che è poi nella sostanza quello che già accade da tempo, e non solo con Francesco, proprio negli ambienti che per primi hanno denunciato il caos pastorale in cui ci si trova. Per essere più chiari: come si fa a scendere in piazza per difendere la famiglia naturale se poi addirittura Mons. Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, asserisce che comunque alle coppie di fatto, anche omosessuali, vadano riconosciuti alcuni diritti “per nulla togliere all’uguale dignità di ogni essere umano” [9]? O, per tornare al dicembre 2012 in cui Benedetto XVI pregò in aula Nervi con Taizé, come si fa a mettere in guardia dagli pseudocristianesimi protestanti se poi il Pontefice accoglie e prega assieme ad esponenti di una sorta di non–culto dichiaratisi in più occasioni non cattolici? Quale militanza si può reggere se non sorretta dai pastori o dalla Dottrina?

Al di là della prospettiva, per dir così, pratica, è infatti l’idea di fondo ad essere pericolosa, sebbene sia la via che apertis verbis o per implicito sempre più fedeli iniziano a percorrere: essere cattolici ignorando il Magistero corrente è semplicemente non esser cattolici. Si tratta, come già accennato, di una soluzione già percorsa da molti pensatori, i quali, nella sostanza, riconoscono poca o nessuna autorevolezza al Magistero postconciliare – perché è di questo che si tratta – e soprattutto alla Chiesa (intesa soprattutto come clero) che ne è derivata.

Il pullulare di gruppi che irridono il Pontefice pur dichiarandosi in comunione con Roma, che portano avanti una linea sostanzialmente inconciliabile con quella declinata dalla maggioranza delle gerarchie quantomeno su tematiche come ecumenismo, Sacramenti, Dottrina, ambiti forse meno visibili rispetto a vita e famiglia, ma per un cattolico di assoluta rilevanza per la salvezza e per la cura dell’anima, che lanciano “scomuniche” o concedono o revocano patenti di cattolicità (non a questo o quel prelato ma) sostanzialmente a tutta la Chiesa presente, ebbene, si fonda sulla non dichiarata premessa che è comune alle parole di Socci: viviamo in tempi in cui la Chiesa è illegittima, perciò di quel che ci chiedono o predicano Vescovi, Cardinali, il Papa, possiamo infischiarcene o addirittura farci beffe. Questo fenomeno, necessario ed incoerente, non va liquidato tout cour come il mal di pancia di qualche vecchia zia, magari di qualche “vedova ratzingeriana” che contrappone un Francesco eretico o poco ci manca ad un Benedetto sobrio severo custode dell’ortodossia (quando invece già con Ratzinger certi fenomeni erano ben presenti e dilaganti); va inteso piuttosto come il tentativo di dare una risposta ad un disagio che non si riesce a seppellire sotto un affidarsi completamente cieco ai prelati alti o bassi che siano, perché troppo stridente è la prassi rispetto alla predicazione, la predicazione rispetto alla regola, la regola rispetto alla Tradizione.

Questa risposta, lo si ribadisce, è comunque molto pericolosa. Un popolo che ritenga di trovarsi in tale e tanto grave assenza di guida da pretendere di salvarsi da sé, senza pastori, non fa molta strada. Restano il dramma ed il conflitto di chi non riesce a cantar “Tutto va ben Madama la Marchesa”, né a chiudersi zitto zitto a pregare “per la Chiesa” (per cosa, poi? Cosa chiedere “per la Chiesa”?), né ad arrendersi all’evidenza che molto di quel che accade poco ha di conforme al Magistero millenario.

di Massimo Micaletti


 

[1] http://www.tempi.it/socci-basta-aspettare-il-consenso-dei-preti-o-del-mondo-tocca-a-noi-padri-e-madri-affrontare-il-caos
[2] Il riferimento è alla difesa da parte di Antonio Socci delle dichiarazioni attribuite al Papa nel colloquio con Scalfari, dichiarazioni poi rivelatesi fasulle per ammissione dello stesso Scalfari e tuttavia rimaste per giorni sul sito del Vaticano come autentiche. Il pezzo di Socci è su http://www.antoniosocci.com/2013/10/francesco-e-quel-colloquio-con-scalfari/
[3] http://radiospada.org/2013/11/papa-francesco-mette-in-guardia-da-veggenti-messaggi-quotidiani-annessi-e-connessi/
[4] http://www.antoniosocci.com/2014/02/forse-non-e-canonicamente-valida-la-rinuncia-di-papa-benedetto/
[5] http://www.antoniosocci.com/2014/02/i-due-papi-e-noi-cosa-sta-veramente-accadendo-nella-chiesa/
[6] Asserisce Socci nell’intervista: “Il Concilio Vaticano II siamo noi. Noi lo facciamo perché siamo noi i laici cristiani, il popolo cristiano. Il Vaticano II non ha forse richiamato la responsabilità della gente, dei laici, dei padri e delle madri? Dice due cose il Concilio: basta il battesimo a testimoniare Cristo e, secondo, il cristianesimo è popolo. Punto e stop. Per cui, anche qui, sottraiamo ai chierici e ai teologi il Concilio Vaticano II. Liberiamoci!”.
[7] http://www.vatican.va/holy_father/francesco/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium_it.html#In_ascolto_del_popolo
[8] http://www.ilfoglio.it/soloqui/21838
[9] http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/unioni-gay-mons-paglia-in-contrasto-con-la-dottrina-della-fede/

7 Commenti a "Riprendersi la Chiesa. Riflessioni in margine all’intervista di Antonio Socci."

  1. #Massimo Micaletti   19 febbraio 2014 at 6:51 pm

    Chiedo venia: per un errore, là ove si legge “una linea sostanzialmente conciliabile” dovrebbe leggersi “una linea sostanzialmente INconciliabile”

    • #ricciotti   19 febbraio 2014 at 7:18 pm

      anche dove dica slava l’anima…..
      credo che voglia dire salva !!!!
      anima gitana non la vogliamo 🙂

  2. #sertillanges   19 febbraio 2014 at 7:15 pm

    Corretto, grazie.

  3. #ricciotti   19 febbraio 2014 at 7:17 pm

    ciao Massimo.
    Quello che tu scrivi è difatti confermato da tutte le sentenze dei Pontefici che condannano in varie epoche storiche le sette laiche.
    Inoltre le tue parole, che evidentemente sono frutto di retta ragione, convergono perfettamente anche col Magistero solenne della Chiesa dove si indicano le garanzie di visibilità della Chiesa stessa.
    Ovvero unità, santità, cattolicità, apostolicità.
    Tu denunci una mancanza di unità della fede, difatti il dato non è contestabile.
    Capisci che è oggettivamente impossibile dire che c’è unità nella docenza della gerarchia conciliare, come non c’è unità nella docenza della Sede comparandola con la docenza precedente.
    Ciò ti fa capire che il problema verte l’autorità.
    Volendo negare l’evidenza, tutte quelle che la Chiesa ha sempre definito e condannato SETTE LAICHE, pretendono potere avanzando ipotesi strambe e richiamando alla memoria presunte origini.
    Tanto che Pio XII nella HUMANI GENERIS, condanna apertis verbis, queste vane pretese e queste vaghe e presunte usanze delle origini e ne vieta la strumentalizzazione poiché, dice, “non è più possibile parlarne” essendo il dato già ampiamente definito per rivelazione esplicita o per definizione da rivelazione implicita.
    Ciò ti fa capire che il continuare a dare autorevolezza ad un’autorità che ha rinnegato unità e santità, produce quello che la Chiesa definisce: anticlericalismo.
    Una larga porzione di fedeli che si definiscono “tradizionalisti”, in realtà rivendica il proprio sacerdozio con metodo anticlericale, avanzando ipotesi già ampiamente condannate e figlie di un’intelligenza depravata.
    grazie per il tuo articolo.

  4. #Massimo Micaletti   19 febbraio 2014 at 7:25 pm

    Grazie Carlo! Il tuo contributo è sempre prezioso: su FB non ti ho taggato perché so già benissimo come la pensi! 😀

  5. #Xstmail   19 febbraio 2014 at 7:45 pm

    Mi fa ridere che, sempre e comunque, dovete trovare un riferimento a Medjugorje e dovete, in qualche maniera con qualche salsa, dichiararlo falso

  6. #Alberto Girotti   20 febbraio 2014 at 12:51 pm

    Caro Massimo,
    articolo molto interessante : ora non voglio e soprattutto non sono in grado di approfondire argomenti così delicati, tuttavia un problema mi sento di porre oggi all’attenzione di tutti, dopo avere per anni cercato risposte diverse alla crisi evidente che si sta vivendo : che sia veramente il Concilio la causa di tutto questo?
    Ciao,
    Alberto