Storia cattolica e storia anticattolica [prima parte]. La verità cattolica nella storia.

di Hilaire Belloc

Pubblicato originariamente su “The Tablet”, inserito poi in AA. VV., Catholic and Anti-Catholic History, The America Press, New York , ca. 1920. Traduzione con adattamenti a cura di Ilaria Pisa.

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Ho in precedenza avuto modo di scrivere che l’apprendimento della storia costituisce la porzione più importante dell’educazione; ma quest’affermazione necessita di alcune precisazioni, rischiando altrimenti di risultare erronea e fuorviante. Il cuore più rilevante dell’educazione è infatti l’insegnamento dei dogmi di fede; poi, inestricabilmente collegato ad essi, l’insegnamento dei princìpi morali; poi, assicurare nel tempo il perdurare delle tradizioni e dei costumi cattolici. E’ ovvio che la storia viene soltanto dopo queste priorità: qualsiasi genitore cattolico preferirebbe figli ignoranti in storia, ma non ignoranti in materia di Fede, di morale o di usanze e riti cattolici.

Ciononostante, c’è un aspetto per cui la storia può essere considerata comunque la materia più importante da insegnare, ed è un aspetto di natura – se vogliamo – eminentemente pratica. Se mando mio figlio in una scuola dove gli saranno insegnate determinate materie per un tot di ore giornaliere, potrò se necessario assicurare la sua formazione spirituale e morale a casa, in famiglia; mentre non potrò certo espungere la storia, ovunque considerata un asse portante del curriculum, dai programmi scolastici d’insegnamento. E però, dalla visione della storia assorbita negli anni giovanili di formazione, dipende in gran parte la Weltanschauung di un uomo nei confronti della vita, delle umane vicende e della propria comunità di appartenenza.

La storia è la memoria di un Paese e al contempo è il laboratorio pratico della politica; è attraverso la “vera” storia che gli uomini conoscono se stessi, così come è la falsa storiografia a stravolgerne la fisionomia; la storia preserva la continuità di una comunità politica e ne determina i caratteri.

Posto dunque che la storia è della massima importanza ai fini della filosofia e della visione, anche personale, del mondo e della vita, vediamo che essa è comunque universalmente trattata da materia “secolare”, laica; in essa si incontrano le due forme alternative del pericolo che affrontano i Cattolici in questo Paese [il Regno Unito, ndt].

La storia deve possedere una “filosofia”: deve lodare o biasimare persone e azioni, deve in una parola esprimere giudizi. Non esiste una storia meramente neutrale, dal momento che transita in ogni caso attraverso una mente umana che agisce come filtro. Ne deriva che in una società anticattolica, la storia sarà anticattolica: lo sarà nei libri di testo, lo sarà negli esami che la gioventù cattolica dovrà sostenere… Ecco quindi che nel nostro Paese dobbiamo quindi confrontarci con la realtà di una materia della più grande rilevanza, la materia che più di tutte le materie “temporali” concerne l’animo umano, da esporre e presentare alle giovani generazioni attraverso un apparato che, purtroppo, sembra progettato per produrre risultati anticattolici.

 

Strategie anticattoliche

Esaminiamo, per prima cosa, il modo in cui questo effetto anticattolico si produce. Il grande errore dei Cattolici consiste nel cercare il suddetto filone anticattolico in passaggi espliciti dei libri di testo che esaminano: ricercano calunnie – contro dottrine, caratteri, epoche della Cristianità – e dichiarazioni false o mistificatorie relative a eventi particolari.

Simili passaggi sono però infrequenti, e non costituiscono neppure la minaccia peggiore. I fondamentali della storia anticattolica, quegli elementi che la rendono tutta anticattolica, consistono anzitutto nella selezione del materiale in chiave anticattolica, poi nel “tono”, nello stile anticattolico, e infine nella proporzione anticattolica adottata nell’esposizione del fatto storico. Esaminiamo più nel dettaglio questi tre punti.

Primo, la selezione del materiale. Qualsiasi narrazione si fonda sulla previa selezione: se si seleziona il materiale in modo tale che la verità non emerga, il risultato finale sarà, globalmente, falso – anche se nessuno dei fatti singolarmente esposti lo è. La scelta dei fatti da esporre e l’ordine conferito all’esposizione determinano l’aspetto del quadro finale.

Secondo, il “tono”. Desidero qui sottolineare un elemento che ho visto trattare in molta letteratura del settore, ma che a mio avviso rimane insufficientemente apprezzato: il tono, lo stile, l’”atmosfera” nella narrazione storica non sono caratteristiche vaghe e indefinite. Non sfuggono all’analisi: esaminando un periodo, ed individuando esattamente gli aggettivi, gli avverbi, persino le voci verbali e i sostantivi impiegati, è possibile trovare ciò che conferisce al passo quel determinato tono, ciò che costituisce il veicolo per la menzogna anticattolica.

Terzo, la proporzione, ossia l’estensione e il peso di ciascuna parte della narrazione in rapporto alle altre. Questo elemento non corrisponde alla selezione: due soggetti possono selezionare gli stessi dodici fatti storici e correlarli secondo lo stesso schema, ma conferire proporzioni molto differenti agli uni e agli altri, in termini di lunghezza e di rilievo nell’economia del discorso.

Il clima che respiriamo è complessivamente quello di una storiografia anticattolica, di una storiografia che produce i suoi effetti anticattolici non tanto perché narri patenti falsità – il che è raro – quanto per la selezione dei fatti, la proporzione nella narrazione e il tono di quest’ultima.

 

Come affrontare queste strategie

Come fronteggiare il “nemico”? Come insegnare alla gioventù cattolica la vera storia, cioè la storia cattolica?

Siamo qui costretti a rammentare una realtà facile a dimenticarsi in un Paese protestante: che la Chiesa Cattolica non è una corrente di pensiero tra tante, ma la Verità. Il suo clero non si confonde con il clero “di varia denominazione”, ma è composto da preti scelti dal Signore e dotati di potere sacramentale. La posizione della Chiesa su un qualsiasi argomento non è, per usare il gergo contemporaneo, una verità “soggettiva”, ma la Verità oggettiva. Non è la rappresentazione di una realtà mentale, ma di Qualcosa (o meglio di Qualcuno) che continuerebbe a sussistere anche se non esistessero più cervelli umani in grado di rappresentarlo.

Ora, ogni verità ne sostiene un’altra, esattamente come ogni menzogna ne supporta un’altra. La verità cattolica, sotto questo profilo, non si inserisce nella storia come un ago in un puntaspilli, ma è parte della Verità universale; la stessa attitudine di fronte alla realtà, che consente a una persona di affermare che il divorzio è immorale e che la proprietà privata è di diritto naturale, gli consente anche di affermare la verità storica, anche in ambiti apparentemente molto remoti dalla dottrina cattolica.

C’è la verità cattolica sulla conquista dell’Inghilterra, sulla Guerra delle due Rose, sulla monarchia franca in Gallia, un po’ come sull’eresia manichea o sulla natura della Riforma. Non intendo con ciò affermare che in queste argomenti temporali, fondati su evidenze positive e fattuali, non possano esistere – tra gli stessi autori cattolici – discrepanze di valutazione; intendo però dire che un’intera biblioteca di libri sulla storia europea – differenti per impostazione, confliggenti quanto ai risultati – scritti da autori cattolici sarebbe, nonostante le discrepanze, tutta cattolica, ed insegnerebbe storia cattolica, laddove un’analoga raccolta di opere anticattoliche, ancorché tra loro differenti, resterebbe comunque anticattolica e avrebbe sul lettore un effetto anticattolico. E se il lettore si lasciasse indottrinare, essa lo indottrinerebbe nell’errore e nella menzogna.

 

Libri di testo “antagonisti”

Un primo elemento di difficoltà è per noi costituito dalla carenza di libri di testo cattolici.

Il nostro recente passato ha infatti registrato un fatto deplorevole: da quando si è affermata la storiografia moderna, condotta secondo criteri di accuratezza moderni, praticamente ogni volume in materia è stato scritto in opposizione alla Fede cattolica. Il che è abbastanza evidente se si esamina l’insieme dei lavori di area protestante: tutte le opere protestanti tedesche ed anglosassoni sono anticattoliche, anche se non scritte esplicitamente per attaccare la Chiesa.

Né vale opporre che molti di questi autori sono comunque stati “onesti” o “imparziali” nei confronti della Chiesa Cattolica: non è possibile dirsi “imparziali” rispetto alla Verità. Non si tratta di due contendenti egualmente interessanti, rispetto ai quali mantenersi in una posizione di neutralità: se non si sostiene la Verità, non ci si può esimere dall’attaccarla, direttamente o indirettamente. Parlare quindi di “onestà” o “imparzialità” nei confronti della Chiesa Cattolica in ambito storico è pertanto equivalente a dire che un giudice non è né parziale verso uno dei litiganti, né imparziale verso l’altro, il che è privo di senso.

Non bisogna, quindi, lodare uno storico protestante quando ammette che parecchi monasteri, ingiustamente soppressi da Thomas Cromwell, erano in realtà ben gestiti, né è da lodare lo storico cattolico che espone minuziosamente i casi di monasteri mal gestiti; ma solo chi ci riferisce la verità dei fatti.

E la verità dei fatti è che, in Inghilterra, l’istituzione monastica fu sradicata non perché si fosse pervertita, non perché fosse desueta, non perché fosse impopolare; ma perché non era più, in quel momento, “alla moda” nel mondo intellettuale elegante di quella generazione, perché costituiva la principale e più temibile difesa dell’autorità papale e dell’unità della fede, e, soprattutto, perché il Re e i suoi avidi cortigiani volevano impossessarsi della ricchezza che custodiva. La combinazione di questi tre fattori spiega quel disastro capitale nella storia inglese che è stata la rivoluzione fiscale e territoriale del 1539. Se non si indicano al discente in questi tre motivi le tre grandi cause di questa rivoluzione, si sta facendo della cattiva storiografia.

Appare difficile spiegare come mai tutti i grandi manuali, dall’inizio della storiografia moderna, siano stati anticattolici – con l’eccezione di [John] Lingard, che pure non sfuggì all’influsso della società protestante in cui viveva e per la quale scriveva. Posso soltanto congetturare che un simile fenomeno, invero singolare, sia collegato alla storia complessiva dei lavori accademici di area cattolica. Nel XVIII secolo la Chiesa era stata, per così dire, “colta di sorpresa” dal violento attacco dello scetticismo; all’epoca il sistema politico francese, la monarchia che sempre aveva difeso in prima linea la Chiesa, versava nella decadenza e quando la tempesta rivoluzionaria la spazzò via, le armate intellettuali cattoliche europee – sconfitte e frammentate – impiegarono del tempo per riunirsi e riorganizzarsi. Ad essere onesti, ancora oggi stanno cercando di riorganizzarsi. Probabilmente anche il caso ha avuto larga parte nella vicenda: i grandi storiografi sono statisticamente pochi, così come sono pochi i grandi poeti.

Comunque sia e quale ne sia la causa, ecco il risultato: ogni nome di un certo peso – Montesquieu, Mommsen, Michelet, Freeman, Stubbs, Treitschke, e molti altri minori – narra la storia dell’Europa e del proprio Paese in chiave anticattolica. Gli autori più divulgativi e retoricheggianti fanno lo stesso. Analogamente fanno i libri di testo (tediosi, spesso approssimativi) adottati nelle scuole. [John R.] Green, che ha scritto con lo scopo di vendere e si è imposto nella didattica scolastica, lascia alla gioventù incolpevole l’impressione che tutta la storia sia una sorta di climax ascendente guidata dalla Provvidenza, culminante nella società protestante che si riuniva nel suo tinello. E’ del resto possibile (non li ho letti) che vi siano manuali anche più recenti a proseguire questa tradizione; e le stesse censure si possono muovere ai compendii storici più in voga, quali l’Oxford History o, ad un livello qualitativamente molto migliore, il Rambaud-Lavisse.

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