Andiamo a Gerusalemme… senza ridere e senza piangere.

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C’era una volta un re, con la sua tavola, ben apparecchiata di pane fragrante di forno, allietato da vino di viti immacolate. Non c’era solo una volta, quella volta, poi basta, ma tutte le volte che ci sediamo a tavola, con lo stesso pane ed il medesimo vino.

Quando è così diveniamo tutti dei re, al centro del nostro piccolo grande regno. Voi direte che c’entrano il pane ed il vino!

Sono indiscutibilmente presenza millenaria – quasi invisibile – delle nostre tavole. Si fanno da sempre con gli stessi ingredienti, medesima lavorazione. Cambia un po’ la tecnica esteriore di produzione, non l’essenza.

Nessuno può far pane da pietre. Perfino un re non può, anche volesse. Giacchè l’erba voglio non cresce neppur nel suo giardino.

Anche se a dire il vero, un Re pare che lo potesse, sollecitato prodigiosamente a farlo, in un momento di forte crisi alimentare, incalzato da un ministro saccente quanto intraprendente con la parola.

Eppure quel re, capace certamente, proibì, da se stesso a se stesso, di farlo per Sé.

Un giorno in realtà avrebbe moltiplicato il pane, perfino i pesci, qual ”segno” esteriore visibile della moltiplicazione interiore spirituale, invisibile ed illimitata. Ecco perché 12 ceste furono colme dei primi 7 doni, 5000 furono sfamati. Nulla v’è nell’uomo di buono.

Anche i primi 5 pani ed i 2 pesci vengono da Dio, l’uomo retto che al più coltiva, conserva virtuosamente, mantenendo il sano timor di Dio per accedere ai due più sublimi doni, dell’intelletto e della sapienza.                                                    

Poichè la creazione ordinata della natura e dell’uomo fu fatta certamente senza l’uomo, ma la sua ricreazione necessita che l’uomo ordini la propria stessa natura, senza salti prodigiosi.

Forse perchè non si facesse di questa ”arte” del prodigio, arrotolata tra il Cielo e la terra, qualcosa di finalizzato, ovvero di un’aspide velenosa, pericoloso trastullo per infanti. Qualcosa che sinistramente imitasse nel mediano, ciò che è in alto, per sovvertire e dis-ordinare quanto è in basso.

Poiché non v’è né cosa naturale, né sopra natura, che ammetta discontinuità di legge tra l’indefinitamente piccolo e l’inconcepibilmente grande, tra l’alto ed il basso, tra la sinistra e la destra, egualmente, tra il visibile e l’invisibile.

Quel Re insegnò e Lui stesso testimoniò, pagando di persona, che solo l’abbraccio mortale e folle dell’impotenza dà la Signoria su ogni potenza, umana e cosmica. …Quando sono debole allora è che son forte…

Obbedendo e non sovvertendo la legge si è elevati oltre di essa.

La vera Onnipotenza contiene in sè l’impotenza, l’Infinito il finito, il Tutto la parte, l’Assoluto il relativo.

Invece il rischio delle bacchette magiche era, e rimane, che l’uomo assaggiata l’arte, magari sprovveduto od accecato nel ”baloccarsi”, si danneggi in proprio e tiranneggi il simile.

L’uso diventi… stravagante abuso! Dal pane ricavare ad esempio la pietra. Magari l’oro stesso, segno perenne di perfezione, incorruttibilità.

Ma la vera incorruttibilità è un tizzone d’inferno se consegnato in mani corrotte. Solo l’amore gratuito, tutto donato, anche tutto accolto, come bruciante fuoco purificatore, rende infine il cuore di pietra un cuore di carne, la pietra grezza qual oro purissimo.

Col sudore si paga il prezzo del pane, così molti si sfamano. Con lo scatenamento dell’arbitrio, a causa di un solo fanciullo capriccioso (che è nascosto in ciascuno di noi), si arriva facilmente a morir presto tutti di fame.

Il pane ed il vino.

Più si adulterano, o se preferite, si specializzano le tecniche per la produzione di massa, più scade, si deprime la qualità.

Sappiamo però che l’uomo, intendo quello rimasto con sanità di cervello, ammetterà senza fatica che è meglio, non ciò che vien fatto per capriccio e con artificio, ma quanto è originale, nel senso di archetipo… in principio.

Non di trovata ”originale”, da avanspettacolo, che poi, anche qui, di individualmente originale non c’è mai nulla.

Buono è quanto fatto e rifatto di generazione in generazione, con ricetta tradizionale, vera arte, il sommo impegno. Diciamolo finché si può, a voce alta: solo ciò che è frutto di sacrificio ed amore, questo riempie, non solo il basso ventre, eleva la mente, allieta perfino il cuore.

Per questo fu detto bene dagli antichi …”mens sana in corpore sano”, ma ciò che i moderni hanno dimenticato, tagliato di questa frase è la premessa ”Orando est ut sit…” e si sa che la parola orando, cioè pregare, suscita in molti un’irrefrenabile ribrezzo, se non vero disprezzo. Tale preghiera per avere non un bel corpo, anzitutto una mente sana, che in quanto tale ”sanifica” il corpo, anche fosse storpiato!

Il nostro re viveva in un regno di ”scontenti”.

Gran parte dei ministri sottili od aperti sabotatori, un popolo, in altrettanta buona fetta, composto di pettegoli mormoratori, agitati, agitabili ed agitatori, di quelli che gridano in piazza oggi ”viva” e domani ”abbasso”. Rincorrendo ciò che piace e serve ….non stare a ”teologizzarci” sopra troppo!

Perchè tra i popolani, i pochi che pensano, usciti dalle più alte sconosciute università, spargono questa voce che il resto del volgo respira e rigurgita:

– ”Non lambiccatevi il cervello a pensare, far dottrina, godetevi la vita ed abbiate ”fede”! Soprattutto tanta speranza, amatevi ed amate, come e chi vi pare… insomma: spassatevela! –

Qualcuno fuori coro provò a chiedere:

– Ma fede in cosa? –

– Nel re, in Dio od in te stesso, che importa! Purchè tu ne abbia una ogni giorno e da qualche parte, in coscienza tua sia buona, però una cosa semplice e sempre massimamente clamorosa. Come una vincita al gioco! Una strepitosa fiducia, nel mondo, nel progresso, nell’unione che fa la forza,  soprattutto… nel tuo cuore!…Va fratello, amico, compagno mio, va dove ti porta il cuore! –

In quel tempo furon gli anni in cui aumentarono gli infarti.

Appena prima che il vulcano eruttasse!

Il re si convinse allora ad abdicare, anzi dissero, a ”dimettersi”, come chi amministra una società per azioni quotata in borsa.

Si disse che lo fece sentendosi non più all’altezza, vecchio e malato, incompreso da molti, soprattutto dal suo entourageForse, anche lui, incapace di comprendere l’intreccio della matassa, rivenirne a capo. Divenuto incerto poi se il suo regno fosse da amministrare in nome del popolo, a nome proprio, od ancora ”vecchio modo”, a nome di Dio.

I ministri elessero in gran velocità il successore.

La rivoluzione iniziò rapidamente.

Non vi furono incertezze.

Il nuovo re aveva studiato benissimo l’arte del buon comando. Aveva fatto scuola e carriera da militare, partendo dalla gavetta. Abituandosi a predisporre pochi obiettivi, concreti, rapide e mirate strategie per realizzarli.

A volte da comandante di compagnia, ancora capitano, si era chiesto chi fosse il suo modello di Re. Quando fosse giunto ad essere magari un ”generale-re”, ed un’ombra allora, impercettibile, attraversava il suo più sicuro e riuscito sorriso.

Questo non doveva tormentare l’azione.

Un generale resta un militare, anche quando prendesse ”tutto il potere”, certamente pro-tempore, restando in attesa di un ”lui che deve venire”.

Ma un buon generale, come Cesare, Cromwell, Napoleone, Garibaldi, personaggi che ammirava, non ha tempo per filosofeggiare od impatanarsi in dottrine metafisiche, affronta fisicamente, d’impatto, il campo di battaglia, una questione per volta. E’ anzitutto un uomo pratico.

Per governare un popolo occorre dargli ciò che desidera, dimostrare padronanza assoluta dei messaggeri, propri ed altrui, apportatori delle notizie, capaci di ”formare”, alla lunga, più che riportare al re, l’umore della ”massa”. Sempre dimostrare fermezza, non una sola incertezza.

Il segreto del ”governo” che piace, non è tanto cosa si fa, anzi più si ostentano cose che tutti farebbero, anche un po’ frivole, più il popolo rivede se stesso nel ”suo” re.

Ma la cotta si fa innamoramento viscerale quando il dolce re a tratti, con intelligenza e tatto, ostenta i muscoli. Chi sta tra il popolo ed il re, e si esercita per la ”carriera”, deve allora andar via, sfrattato, umiliato e tornare a fare il servo della gleba. E viceversa il servo sia fatto sentire a suo agio, incensato, una tantum.

Il re è passato oggi a salutarmi, vestito dei miei stessi abiti, dimessi, non certo quelli della domenica. Il re passeggia, senza cavallo ed armigeri, tra i banchi del mercato. La corona fatta di vile metallo, le vesti di bisso accantonate per il grezzo cotone.

Il re disse poi di esser divenuto un presidente, neanche ”il” presidente, uno tra tanti, federati e gemellati. Presiedere un’assemblea del popolo e per il popolo.

Tuttavia ricordava ai dubbiosi del recente e remoto passato, che anche tutta questa rivoluzione ”viene da Dio”…poichè in fondo ”Dio è il popolo” …come lo Sposo e la sposa diventano ”una sola cosa”!

Se così non fosse stato, che in ultima istanza tutto è da Dio (permesso da Lui se non per specifico mandato) come mai avrebbe -il modesto comandante di compagnia- potuto arrivare fin lì?

Non si può negare che dicesse del vero.

Il re è sceso dalla reggia sul colle, fin nella più lontana periferia del regno.

Si è fatto ”popolo più del popolo” e non vuole adesso giudicare i costumi corrotti dei popolani ma quelli dei ministri, funzionari e mediocri caporali, soprattutto quando si tocca l’argomento che eccita le folle, mettere in riga i ”donabbondio” di ogni tempo, giudicarli nel carrierismo, sulle personali finanze, qualche vizietto ostentato.

Non si avventura il re nel raccontare dotte ed antiche favole, ricercare aneddoti troppo profondi ed ammiccanti, buone gli uni per bambini e gli altri per filosofi da salotto.

Un giorno in un’assemblea popolare avvenne che si alzò un uomo anziano, molto fedele al suo re, e gli disse:

– Vostra Maestà perdonate se mi permetto-

Ed il re sorridendo gli disse, -niente titoli, dammi del tu-

– Sire – riprese l’anziano – Non mi permetto neppure di accostarmi a Voi, chiedo solo pietà per dei miei fratelli che continuano a produrre il pane ed il vino come migliaia d’anni orsono. Rispettano la natura, la Vostra autorità e quella di chi da tempo immemorabile Vi ha preceduto. Anche rispettano le sane abitudini popolari di chi, da loro, con fiducia si serve e si sfama. In fondo seguono le ricette di una tradizione che non ha mai avvelenato nessuno. –

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– E cosa è accaduto a costoro di tanto grave? – Disse il re.

– Che sono privati delle loro case e disperse le loro famiglie – rispose l’uomo.

– Ora devono obbligatoriamente fare il pane e produrre il vino secondo il metodo moderno che cambia molto la qualità, forse l’essenza del prodotto. Chi si rifiuta rischia addirittura l’isolamento, il confino, come nei peggiori assolutismi.-

Il re non rispose direttamente, rivoltosi alla massa dei presenti, disse:

– Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio! –

L’anziano comprese che era giunto il tempo di ritirarsi. Per attendere con una gioiosa tristezza il sicuro imminente ritorno del Re. Il Re dei re.

Senza cercare di comprendere oltre a suo danno, fermò la mente dall’incespicare lungo il cammino che restava, tutto ripidamente in salita. Come in un’antica filastrocca, andava ripetendo incessantemente, col respiro del cuore:

– Andiamo a Gerusalemme senza ridere e senza piangere…andiamo a Gerusalemme senza ridere e senza piangere…andiamo… –

                                           

di Renato Fonteviva

Un commento a "Andiamo a Gerusalemme… senza ridere e senza piangere."

  1. #duxcunctator   26 marzo 2014 at 3:00 pm

    Bello. Ma ciò che va detto sia detto con parresia. E non attraverso favole metaforiche che sono chiare solo per coloro che hanno già aperto gli occhi.

    Maranathà