Delle intemerate di Dal Bosco, delle strategie di Carbone, Agnoli e Puccetti.

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Quando ho letto l’articolo a quattro mani di Renzo Puccetti e Padre Carbone [1] ed il successivo pezzo di Roberto Dal Bosco [2] mi sono detto “E ora come si fa?”. Quando però, pochi giorni dopo, ho potuto leggere pure il pezzo di Francesco Agnoli [3] a rincalzo delle tesi di Puccetti e Carbone e la successiva replica di Dal Bosco [4] ho compreso che qualcosa andava fatto, ché i toni della polemica e soprattutto gli argomenti impiegati passano e di gran lunga la soglia del plausibile.
Scrivo pertanto qualche riflessione, che è e resta mia ed offro al dibattito nella speranza non di sedarlo ma di farlo rientrare entro canoni di rispetto per il vero e per le persone; scrivo a costo di sembrare poco umile (del resto, poco umile sono davvero) e di urtare la sensibilità di qualcuno e se ciò avverrà sarà effetto collaterale non voluto.

Partiamo.

1) Gli articoli di Roberto Dal Bosco.
E partiamo dal pezzo di Roberto Dal Bosco, anzi dai pezzi di Dal Bosco, che sono omogenei per toni, intenzioni e temi in quanto il secondo si limita a rincarare la dose somministrata col primo. Non conosco personalmente Roberto Dal Bosco, che ha pur scritto cose egregie, ma non posso assolutamente condividere i suoi due articoli per Radio Spada, nel metodo e nel merito, se non in piccola parte.

Le espressioni e gli epiteti che vi si possono leggere sono a dir poco odiosi e soprattutto ingiusti, perché d’un balzo e d’un tratto assimilano Pucetti, Carbone ed Agnoli ad altri personaggi che della difesa della Vita hanno fatto terreno di compromesso – compromesso del quale  ancora per molto tempo troppi concepiti pagheranno il prezzo – se non addirittura a soggetti quali Bonino o Pannella: definizioni quali “triade genocida” riferite a Francesco Agnoli, Renzo Puccetti e Giorgio Carbone sono, prima che offensive, false oltre il limite dell’assurdo. Più gravi delle offese sono infatti le illazioni, che inscrivono Agnoli, Carbone e Puccetti in un percorso di intenzioni ed obiettivi che non solo è smentito dal testo dei loro interventi, ma lo è ancor più dalla loro storia. L’impegno di queste tre punte di diamante della difesa della Vita è chiarissimo e parla per loro: decine di pubblicazioni, convegni, interviste, studi scientifici sempre con un obiettivo, e dichiarato, ossia la protezione di ogni essere umano dal concepimento fino alla morte naturale. Ben altri sono, in questo Paese, in questi tempi, gli abortisti e pare grottesco si debba star qui a dirlo. E’ vero che nessuno è immune da censure; è pur vero però che il colpo deve essere proporzionato al bersaglio ed in questo caso si può parlare di un petardo contro una corazzata, anzi contro tre corazzate.

Ora però arriva il però e, si sa, “però” è un carceriere che può liberare un mostruoso assassino.

2) Gli articoli di Carbone-Puccetti ed Agnoli.
Se le parole di Dal Bosco lasciano basiti, non si può tacere che l’articolo di Puccetti-Carbone ed ancor più il pezzo di Agnoli generino non poche inquietudini, che vanno lette alla luce di tre concorrenti fattori.

Un primo elemento è intrinseco ai contributi in questione e sta nella pericolosissima espressione “abortismo umanitario”, su ciò che essa evoca ed ancor più sulla difesa e sui tratteggi che di questa sono stati dati nel tentativo di renderne conto.

Puccetti e Carbone ribadiscono senza mezzi termini la necessità di superare la 194, di lasciarsela indietro come un orrore irripetibile, essa e tutte le norme che hanno in qualche modo liceizzato e finanziato l’interruzione di gravidanza. A partire dalla sentenza della Corte costituzionale del 1975, essi individuano in modo chiaro e lucido i canali attraverso i quali la scelta abortista è entrata non solo nel lessico sociale ma anche e soprattutto in quello giuridico.

Nella lettera dell’articolo, Carbone e Puccetti evocano l’abortismo umanitario senza darne espliciti giudizi di valore, quindi non qualificandolo espressamente in chiave positiva: indicano però la strategia di farne un appiglio per tentare la cosiddetta “strategia del carciofo”, ossia una sorta di falla nella macchina abortista tout cour della 194 che potrebbe essere utilizzata per inoculare dosi sempre più massicce (è l’auspicio) di tutela della Vita nel tessuto mortifero dell’IVG di Stato.

Questa idea non è nuova, ed è idea ad altissimo rischio, che richiede persone di alta capacità per esser tradotta in fatti. Ciò per numerose e serie ragioni.

Essa in primis poggia su un gravissimo errore concettuale, prima ancora che di metodo: si fonda infatti sull’equivoco che l’abortismo umanitario o, per essere più espliciti, quelle norme che nella 194 difendono la maternità (la cosiddetta “parte buona della 194”, che pure Carbone e Puccetti negano esista) difendano anche il concepito. Non è così.

Sebbene la Corte Costituzionale abbia a più riprese avvertito che l’unica via per ipotizzare una compatibilità della Legge 194 con la Costituzione sia ritenerla un bilanciamento tra la tutela della salute della donna e quella della vita del nascituro [5], postulando dunque che la 194 protegga seppur in minimo grado il concepito, è evidente dalla lettera ed ancor più dalla applicazione della Legge che le finalità delle norme di “tutela sociale della maternità” sono la protezione della maternità come scelta della donna, come possibilità di realizzare se stessa, e non tengono in alcun conto la vita del nascituro.

Ciò è chiaro, ad esempio, nel dato testuale per cui in tutta la 194, che, va ricordato, si chiama “Legge sulla tutela sociale della maternità” la parola madre compare una volta sola, proprio a negare in radice l’esistenza di un rapporto madre-figlio nella vicenda che la Legge vuol regolare; è altresì chiaro, altro esempio, nelle norme sull’IVG della minore, che prevedono la possibilità di escludere i genitori dalla decisione ed addirittura dalla informazione sulla richiesta abortiva della figlia “quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi”; è palmare, ulteriore esempio, nella esclusione degli obiettori di coscienza dalla possibilità di avere contatti con la madre che chieda l’IVG. Unica norma che si può definire come inequivocabilmente posta a tutela del concepito è quella, ben rilevata da Carbone–Puccetti, che impedisce l’aborto se il nascituro ha possibilità di vita autonoma fuori dal grembo materno; per il resto, nulla se non equivoci, che siano o no suffragati dalla Corte costituzionale.

Morale: se esiste un abortismo umanitario, esso è “umanitario” solo in quanto teso a tutelare la libertà della donna e non la vita del figlio, in quanto esso non ritiene indifferente che la madre scelga per la vita ma solo perché la privazione della maternità è un vulnus per la donna e non per la vita del concepito; lo si può definire dunque come la più genuina espressione della filosofia pro choice, tesa a garantire l’effettività della scelta, e non la sopravvivenza del più debole. Su queste basi, va detto con franchezza, non si può costruire nulla, nulla che duri, perché si tratta di una mentalità assolutamente comune a quella laicista ed abortista tout cour e tale mentalità riemerge anche se si vuole imporre all’abortismo umanitario un utilizzo, per dir così, off label.

Ecco perché non posso condividere quanto Carbone e Puccetti asseriscono nell’articolo ove, dopo l’esempio del farmaco, concludono Che cosa significa riconoscere la presenza di una quota di abortismo umanitario all’interno della legge 194? Significa riconoscere che non tutto lo spazio della legge è occupato da abortismo libertario, ma esso deve accomodarsi a convivere in condominio con la componente umanitaria, che ha la caratteristica intrinseca di porre condizioni rispetto all’esigibilità dell’aborto”. E’ evidente che questo assunto poggia sull’errore di fondo che ho appena rilevato: l’abortismo umanitario, nel porre condizioni all’IVG, non intende limitarla ma solo offrire alla donna una possibilità di diventare madre, e non al figlio di sopravvivere.

Del resto, se l’IVG in Italia è considerata alla stregua di un trattamento medico – seppur di rilevanza sociale, una categoria specifica nel mare magnum delle prestazioni sanitarie – è chiaro e coerente con l’impianto del nostro sistema sanitario che l’accesso non possa conoscere limiti se non nell’interesse del(la) paziente o della sostenibilità economica. Punto. Nessun altro limite può sussistere e sarebbe ben strano che sussistesse in una Legge che chiama “prodotto del concepimento” un essere umano indifeso.

Pertanto, devo ripetere fino al tedio, considerare l’abortismo umanitario come una larvata minimale protezione della vita nascente è un clamoroso errore concettuale e strategico.

Le conseguenze di questo errore sono evidenti nel prosieguo dell’articolo, là ove si legge: Da quanto detto deriva che non abbiamo un compito solo, ma due: la lotta senza quartiere all’abortismo libertario e nel contempo e senza distrazioni rispetto al primo compito, lavorare perché la componente umanitaria venga fatta pesare sempre di più”. Ebbene, questo è esattamente ciò che vogliono i nostri avversari: concentrare le nostre energie contro un orrido mostro massimalista (l’IVG libertaria) per poi stordirci e disperderci con un’illusione (l’IVG umanitaria). E’ il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, è l’ennesima riproposizione di quel che è accaduto al mondo cattolico negli ultimi cinquant’anni: i cattolici non sono stati distrutti da Togliatti, ma dalla democrazia cristiana, non dall’ateismo ma dall’imborghesimento.

Il nemico più pericoloso del pro life è proprio l’abortismo di compromesso, quello che “però qualche limite deve pur esserci” e suona davvero triste il riferimento alla legge spagnola recentemente approvata. “Se durante una guerra combattuta su scala planetaria il nemico è costretto ad un piccolo, piccolissimo arretramento rispetto alla posizione dominante occupata fino a quel momento, un bravo comandante comunicherebbe la notizia alle truppe e ai nemici in ascolto come una controffensiva fallita, o come un iniziale passo verso la vittoria?” chiedono Carbone e Puccetti. Io rispondo che quell’arretramento è soltanto un attimo per recuperare le forze, in cui il nostro nemico si prepara ad un’offensiva ancor più micidiale, e sarebbe di ben poco respiro il comandante che ritenesse che la vittoria passa da lì. In borsa lo si chiamerebbe “rimbalzo tecnico”, del tutto plausibile nella Spagna postzapateriana in cui bene o male un contentino al cattolico andava pur dato.

Dalla promulgazione della 194, nel 1978, ed ancor più dal referendum del 1984, infatti, l’aborto legale in Italia si è sempre affermato e si afferma non poggiando su argomenti pannelliani e femministoidi del tipo “l’embrione è un grumo di cellule”, quanto piuttosto sulla libertà di scelta, sull’atteggiamento di combattiva ignavia da sempre ben rappresentato dall’assunto “io non abortirei mai ma non posso impedire ad un altro di farlo”.

Si può essere, infatti, ignavi combattivi nel tentare in ogni modo di proporre tesi ed argomenti a sostegno della Vita nascente per giungere poi alla conclusione che l’aborto legale deve comunque essere garantito quale extrema ratio, come sostengono (non certo Renzo Puccetti, Giorgio Carbone e Francesco Agnoli ma) Assuntina Morresi o Giuliano Ferrara, o tollerato pur nella illegalità, come asserisce Carlo Casini. La contraddittorietà di tale posizione è di piena evidenza ed è però da quella porta che è passata la piena laicista che ha devastato il mondo cattolico e pro life.

Se ci si dichiara contro l’aborto ma a favore della 194 o comunque di una disciplina legale dell’IVG che non sia di punizione, nessuna battaglia, per quanto combattuta nella più assoluta buona fede, potrà avere risultati veri e durevoli; nessuna piazza, per quanto piena e colorata e magari pure benedetta, potrà cambiare una virgola. Perché alla fine quel piccolo indifeso fratello nel grembo della madre ci chiederà “E’ giusto che chi chiede che io sia distrutto e chi materialmente mi distrugge e chi paga tutto questo lo facciano secondo la legge?”: e noi cosa risponderemo? Potremo rispondere solo “sì” o “no”, tertium non datur.

Se dunque si vuole attaccare la 194, se si vuol mettere fuori legge l’aborto, non è dal presunto abortismo umanitario che si deve partire, poiché è esattamente quello il nemico più pericoloso, come un ramo malfermo sul quale si voglia salire per stare più in alto e che si spezzi facendoci rovinare a terra ben più in basso di dove ci trovavamo rompendoci per giunta qualche osso. Non asserisco assolutamente che Carbone o Puccetti si vogliano piegare al compromesso; sostengo piuttosto che se vogliono giungere gradualmente al risultato massimalista ebbene non è l’abortismo umanitario la via per raggiungerlo e che anzi tale via avrà un prezzo altissimo.

Vengono in mente, mutatis mutandis (ma non troppo) quei cattolici che in assoluta buona fede evocavano l’articolo della 194 per inserire i famosi “paletti” nella Legge 40, e che ora provano a fare l’inverso evocando l’articolo 1 della Legge 40 per contenere la 194. I risultati che ottengono (e dei quali per giunta menano vanto ancor oggi) parlano da soli.

Agnoli, nel tentativo di suffragare l’infelice uscita sull’abortismo umanitario di Carbone-Puccetti, non chiarisce le cose e forse le peggiora. Asserisce Agnoli che Carbone e Puccetti non avrebbero dato una connotazione positiva dell’abortismo umanitario, ma poi ribadisce che è da quello che si deve passare per sconfiggere il mostro dell’abortismo libertario, usandolo come un varco: l’errore è lo stesso di Puccetti–Carbone.

Condivido pienamente quanto Agnoli scrive, ossia che La strategia del carciofo ha infatti due vantaggi essenziali: da una parte permette di salvare qualche decina di migliaia di bambini ogni anno; dall’altra permette di tenere vivo il dibattito”, ma lo condivido anche là ove scrive che la chiarezza sugli obiettivi deve essere netta: allora se chiarezza e coerenza devono esserci, cosa c’entrano con noi pro life persone che sostengono l’aborto legale e divorzio? Non è molto rasserenante che si annunci la strategia dei piccoli passi e contestualmente – nel pezzo di Carbone-Puccetti – si invitino i “sottufficiali” a non fare osservazioni sugli alleati, specie se questi alleati sono già stati individuati (in parte qua, ovviamente) in Morresi e Mozzanega.

Neppure è argomento a sostegno la circostanza che la 194, nel demandare esclusivamente allo Stato la pratica dell’IVG, abbia evitato il proliferare di agenzie private. E’ vero, certamente, che la 194 ha evitato che in Italia l’IVG fosse affidata a mostri legalizzati quali Planned Parenthood ed assimilati, ma è vero che essa ha comunque legalizzato e finanziato con soldi di tutti i contribuenti una pratica omicida, facendo sì che nessuno possa sottrarsi al foraggiamento dell’aborto. E resta ferma l’elementare considerazione per cui ciò che è cattivo non diviene buono per il solo fatto che non sia pessimo; soprattutto perché quando si parla di distruzione del concepito non esiste su alcun piano un male minore, perciò quel che è cattivo è già pessimo e su questo siamo tutti d’accordo.

Ricapitolando il primo punto: a) l’abortismo umanitario non difende la vita del concepito, se non quale effetto non voluto; b) la strategia del carciofo o, meglio, dei piccoli passi è certo efficace ma pericolosa e va condotta nella più assoluta coerenza e nella più cristallina chiarezza.

Aggiungo ora un secondo ed un terzo elemento a questo quadro, che chiariscono ulteriormente le reazioni e le apprensioni di certa parte del mondo pro life alle sortite di Carbone-Puccetti e di Agnoli: persone ben più autorevoli del sottoscritto hanno censurato quel che accade e non si tratta di soggetti che parlano perché sono scesi dal lato sbagliato del letto o perché ce l’hanno con questo o con quello. La questione non è ad personam (una questione pro life ad personam avverso Carbone, Agnoli o Puccetti è ipotesi semplicemente ridicola) ma è dannatamente seria perché riguarda l’identità e l’azione dei pro life italiani e riguarda soprattutto la possibilità di eradicare davvero la 194.

Se, come detto e ripetuto, la politica dei piccoli passi impone chiarezza e coerenza, è fondamentale che nel perseguirla si scelgano accuratamente i compagni di viaggio. Non si può predicare la strategia del carciofo ed imporre alleati che tali sono solo in apparenza: e veniamo quindi al secondo fattore di crisi, rappresentato dalla partecipazione, al convegno del 3 maggio 2014 pre Marcia per la Vita, di Assuntina Morresi e Bruno Mozzanega.

Ora, quest’anno il convegno è stato separato dalla Marcia per ragioni che non mette conto rilevare, ma resta pur sempre un traino per la Marcia stessa, una sorta di lancio; d’altro canto, la Marcia per la Vita ha sempre avuto quale cifra il netto “NO!” all’aborto, senza se e senza ma, legale o illegale che fosse, chimico o chirurgico che fosse, umanitario o… disumanitario che fosse. Poteva aggregarsi chiunque, purché fosse chiaro che partecipava “a suo rischio e pericolo” ad una iniziativa in cui non c’era spazio per eccezioni alla regola fondamentale per cui la vita del figlio vale quanto quella della madre. Tale cifra – che è valso alla Marcia l’ostracismo protervo del Movimento per la Vita e di certo mondo ecclesiale e l’ha privata di molti pur autorevoli interlocutori – è sempre stata presente anche nel convegno, sia quanto ai temi che quanto ai relatori. Dinanzi al dilagare della logica compromissoria nel mondo pro life, la Marcia ed il seminario erano e devono essere una sorta di fortino, nel quale i pro Vita integrali possono corroborarsi e riprendere forze per effettuare sortite a protezione del più debole tra i deboli.

Ebbene, è noto che sia Morresi che Mozzanega sono persone che hanno sempre dichiarato di esser favorevoli al fatto che l’IVG sia legale e somministrata e finanziata dallo Stato, difendendo in più sedi la 194 e la contraccezione (quella “vera”, non quella fasulla “d’emergenza” avverso la quale il Porf. Mozzanega si è anzi sempre fermamente schierato): pur dichiarandosi contrari all’aborto a titolo personale, hanno poi avallato e ribadito la necessità di una legge che lo permetta e regoli, sempre nell’ottica del male minore di cui già s’è detto e ben rappresentata dal clintoniano “legal, safe, rare”. La stessa Prof.ssa Morresi ha definito la 194 Una buona legge, una delle migliori leggi sull’aborto nel mondo [6] , suscitando qualche osservazione da parte, ad esempio, del Magistrato Giacomo Rocchi [7], anch’egli storico pro life.

La presenza, quali relatori, di questi due pur prestigiosi studiosi al convegno del 3 maggio ha allarmato coloro che da sempre propugnano una difesa integrale della Vita nascente, ed i rilievi di queste persone – tra le quali mi annovero – si sono rivolti proprio ad Agnoli e Puccetti, che hanno organizzato la giornata di studio; costoro, in risposta, hanno fermamente ribadito che la linea seguita era corretta e che la partecipazione di Morresi e Mozzanega non era in discussione. Tanto ciò è vero che essi figurano tuttora tra i relatori [8]. Questo pregresso, seguito dalla pubblicazione degli articoli di Carbone-Puccetti e di Agnoli, ha dunque generato apprensione ed anche reazioni ben più composte ed autorevoli di quella di Dal Bosco, ad esempio nelle parole di Marisa Orecchia di Federvita Piemonte [9].

Del resto, il pezzo di Puccetti–Carbone si intitola “Punti fermi e strategie chiare”: ora, appare difficile credere alla politica dei piccoli passi (sulla quale tornerò tra poco) se poi si scelgono compagni di viaggio come Morresi o Mozzanega, per il semplice fatto che questi non vanno nella nostra stessa direzione perché loro la 194 non vogliono abolirla.

Se la meta è l’abolizione della 194 e dell’aborto legale, ebbene, questa non è la meta di Morresi, di Mozzanega, di Roccella ed assimilati, persone ottime e preparate con le quali si può fare tanto in molti contesti ma non in quello della difesa integrale della Vita, perché la difesa integrale della Vita, spiace dirlo, loro non la fanno.

La politica dei piccoli passi è delicatissima non solo perché costa una fatica immensa e si regge sulla tenacia e sulla speranza di chi la porta avanti, ma anche e soprattutto perché deve accompagnarsi alla chiarezza sull’obiettivo finale. Il giorno dopo il piccolo passo compiuto si deve tornare a rompere le scatole gridando che la meta è ancora lontana. Mi ricordo – si perdoni il riferimento a fatti personali – quando dopo l’assemblea di Chianciano del Movimento per la Vita, soffertissima, in cui Carlo Casini ottenne che il Movimento appoggiasse la linea compromissoria in materia di fecondazione artificiale che ha portato all’orrore che si chiama Legge 40, chiesi allo stesso Casini di impegnarsi perché subito dopo l’approvazione della legge, il Movimento per la Vita riprendesse la battaglia contro la legalizzazione della FIVET. Casini si impegnò, e come è andata davvero lo sappiamo tutti: il Movimento per la Vita è stato e resta uno dei maggiori sponsor della Legge 40, acquattato e stordito su posizioni compromissorie delle quali ormai è irreversibilmente prigioniero.

Puccetti e Carbone – e per certi versi anche Agnoli – non hanno vissuto quella stagione dal di dentro, nel Movimento per la Vita, non ne hanno vissuto i pregressi, non hanno visto come le migliori intenzioni sono degenerate nell’irrilevanza più assoluta della prima organizzazione pro life italiana. Anche allora – ecco il perché di molti trigger negli osservatori – si parlò di abortismo umanitario, di piccoli passi e si organizzarono convegni con persone alle quali la 194 andava bene, il divorzio andava bene, “purché si faccia qualcosa”. Puccetti ed Agnoli hanno efficacemente descritto quei fenomeni, ne sono stati pronti e lucidi censori e molto hanno fatto perché fosse noto a tutti il danno che cagionavano alla causa della Vita: ma ciò che accadeva nel MpV, la frana di tanti buoni progetti di gradualità in pantani di compromesso e soprattutto come e perché ciò sia accaduto è una dolorosa memoria di chi, da dentro, aveva capito dove si sarebbe andati a finire ed ha a più riprese tentato di avvertire coloro che erano genuinamente convinti di fare il bene che stavano invece rovinosamente scivolando nel peggior male.

Mi scuso se mi dilungo, ma devo aggiungere il terzo elemento, che è costituito dalle sempre più incisive manovre di avvicinamento alla Marcia per la Vita degli esponenti della Manif pour tous Italia, per generare un fronte comune – magari assieme anche alle Sentinelle in piedi recentemente “brevettate” da Massimo Introvigne – che riempia le piazze almeno una volta all’anno, sul modello della March for life d’oltreoceano.

Progetto suggestivo ma pericolosissimo, forse anche più del carciofo.

So che quanto ho scritto e sto per scrivere susciterà i lai di coloro che dicono che “qualcosa bisogna pur fare e non hanno senso i distinguo”, ma devo ribadire che questa prospettiva è pericolosissima, se nasce da queste basi. E la ragione è presto detta.

La Marcia per la Vita nasce, come è noto e come ho poc’anzi asserito, per il radicale integrale no all’aborto a tutela della Vita nascente: nelle intenzioni dei promotori c’è sempre stata la lotta senza quartiere all’aborto in tutte le sue forme, per il vero reale sostegno alla madre e per la vera reale salvezza della vita del figlio. La Manif pour tous ha una storia diversa e sorge come aggregazione di persone contrarie al matrimonio ed all’adozione omosessuale, a sostegno della famiglia naturale; tra chi sfila alla Manif ci sono persone favorevoli al divorzio ed all’aborto legale, alle unioni civili ed al testamento biologico, unite dal minimo e minimale rifiuto delle nozze gay e della genitorialità omosessuale. Più o meno sulle stesse corde è Sentinelle in piedi.

Queste ultime due iniziative, pur meritorie, hanno nella loro eterogeneità una serie di limiti ben rilevati (stavolta) da Roberto Dal Bosco [10] e che sono del resto evidenti: almeno in un’ottica cattolica – ma, viene da dire pure di retta ragione – essere a favore del divorzio ma a tutela della famiglia è contraddittorio, così come lo è essere contro le adozioni gay ma a favore della fecondazione artificiale. Tali contraddizioni possono convivere solo poggiando su un equivoco o sull’implicito pactum che non si chiarisca mai cosa si intenda per “famiglia” o per “genitorialità”, perché ove lo si chiarisse ci si accorgerebbe subito che non si può marciare insieme perché non si va nella stessa direzione. La Manif pour tous non sfilerebbe mai contro il divorzio o contro le unioni civili, e questo dovrebbe far riflettere soprattutto quei cattolici che si entusiasmano per quella anziché concepire iniziative integrali e coerenti che sono le sole che nel lungo termine cambiano la storia. Non si uniscono le forze a scapito della verità: i nostri avversari sanno benissimo come stanno le cose, per questo non temono la Manif.

L’idea pur suggestiva di un fronte comune è dunque un’illusione che si regge sul numero e che potrà forse ottenere qualche risultato nel breve periodo aggregando qualche politico coraggioso, ma coraggioso di un coraggio che è pur sempre di rimessa perché parte da premesse non definite o quantomeno di compromesso. E di compromesso saranno sempre i risultati.

Attenzione, ribadisco che questo non va confuso con la politica dei piccoli passi, che è cosa completamente diversa. Anche la politica dei piccoli passi ottiene vittorie parziali, di contenimento, ma puntando ad un obiettivo dichiarato e preciso, che è, nel fronte pro life, l’abolizione dell’aborto legale come esattamente asseriscono sia Carbone e Puccetti che Agnoli: ma tale non è l’obiettivo di Assuntina Morresi, non è l’obiettivo di Eugenia Roccella, non è l’obiettivo di chi va cercando “parti buone” nella 194 e se lo è non sarà mai raggiunto per queste vie.

3) Conclusioni.
Concludono Puccetti e Carbone con un perentorio “non è ammissibile l’ignoranza di chi scambia l’alleato impegnato in un settore differente come un colluso col nemico semplicemente perché non spara contro lo stesso obiettivo”: e qui sta tutto il guaio, il guaio sta qui, il pericolo sta tutto qui. Gli alleati non si raggranellano per strada sperando che al convegno in cui gli si offre platea non venga fuori la domanda diretta che li induca a dichiararsi per quel che sono, ossia non alleati ma cointeressati, che è cosa ben diversa. Questo devono impararlo le reclute, i sottufficiali ed in primis i generali, anche se a dire il vero generali non è che se ne vedano in giro e li si aspetta come l’acqua nel deserto. Non si può dire “facciamo la politica dei piccoli passi” e poi come primo passo si invita chi è a favore dell’aborto legale per poi intimare l’altolà a chi abbia a che ridire.

Quindi? Tutto brutto e pericoloso? Il carciofo è pericoloso, la Manif è pericolosa, Carbone, Puccetti ed Agnoli sono pericolosi… Ma no, ma no. Non è tutto pericoloso, ma è certamente tutto difficile. E’ una guerra di trincea in cui ci sono solo due armi efficaci: l’umana coerenza e la preghiera. Il campo va conquistato centimetro dopo centimetro e non si può tentare il salto perché il terreno va prima sminato. Mentre l’abortismo libertario è paragonabile al fuoco di artiglieria, quello umanitario è paragonabile alle mine, ben più letali perché invisibili.

La March for Life americana ha centrato certi pur minimali obiettivi dopo anni ed anni perché è sempre rimasta coerente, anche a costo di crescere poco alla volta, di emergere faticosamente dall’irrilevanza o dal recinto confessionale in cui a forza la si voleva contenere e che ha infine spezzato e travolto. E lo ha fatto cercando di indurre il politico o il pensatore di turno a farsi una ragione che essa non sarebbe cambiata, non avrebbe fatto sconti, avrebbe mantenuto il più assoluto rigore sui fini e sugli alleati.

Perché se il mio “alleato” è favorevole all’aborto legale ed io sono contrario, quando egli spara il suo obiettivo, prima o poi, sarò io.

 

di Massimo Micaletti


1. http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-mondo-pro-vitapunti-fermie-strategie-chiare-8510.htm#.UzHSv_l5MbQ

2. http://radiospada.org/2014/03/ecco-laborto-pro-life/

3. http://www.libertaepersona.org/wordpress/2014/03/strategie-pro-life/

4. http://radiospada.org/2014/03/francesco-agnoli-e-laborto-pro-life-di-stato/

5. Sentenza Corte Costituzionale 10.2.1997, n. 35, nella quale, per comprendere la reale portata della tutela che la 194 accorda al concepito, è illuminante leggere questo passaggio “A prescindere da ogni valutazione sui contenuti specifici di quelle scelte, la legge in questione ha enunciato come proprio criterio ispiratore e direttivo esattamente quei beni della maternità e della tutela della vita umana dal suo inizio, a cui la Corte aveva fatto richiamo, ed ha dettato disposizioni  dirette a salvaguardare sia la salute e la vita della gestante sia “le cautele necessarie – per citare testualmente le proposizioni della sentenza più volte qui menzionata (il riferimento è alla sentenza del 1975, n.d.r.) – per impedire che l’aborto venga procurato senza serii accertamenti sulla realtà e la gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire della gestazione” ed ancorando la liceità dell’aborto “ad una previa valutazione delle condizioni atte a giustificarla”.

6. Tempi, 29/11/2007.

7. http://veritaevita.blogspot.it/2012/07/davvero-laborto-non-e-un-diritto-in.html

8. http://www.notizieprovita.it/wp-content/uploads/2014/02/Convegno-per-la-Vita-3-maggio.pdf

9. http://www.riscossacristiana.it/ancora-su-abortismo-umanitario-libertario-su-strategia-del-carciofo-ma-ce-di-piu-di-marisa-orecchia/

10. http://radiospada.org/2014/01/ci-scrivono-manif-fallimento-e-morte-apparente-della-massa-neodemocristiana/

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