L’emergenza educativa [seconda parte].

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a cura di Marco Massignan

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Anche chi, comunque, non considera la gnosi categoria per “leggere” l’esperienza e criterio operativo, negli ultimi decenni è rimasto da essa ipotecato. Le ultime tre generazioni, infatti, hanno generalmente accolto la Weltanschuung razionalistica. Ne è derivata non solo la dissoluzione del soggetto, ridotto a un fascio di pulsioni non filtrate dalla razionalità, ma anche l’affossamento della morale, condizione, questa, per poter lasciare spazio alla luciferina “libertà negativa”, vale a dire alla libertà esercitata con il solo criterio della libertà, cioè con nessun criterio. Si è negata, quindi, l’esistenza di ogni criterio intrinseco all’agire umano: l’agire sarebbe libero solamente alla condizione di essere assolutamente spontaneo. Esso non deve avere né criteri intrinseci né limiti estrinseci.

È per questo che anche alcuni teologi modernisti hanno sostenuto (e sostengono) che non esiste morale naturale e che gli stessi dieci Comandamenti sono i paracarri inaccettabili della libertà. Posizione, questa, che ha generato o, almeno, alimentato per esempio la Teologia della liberazione e che ha indotto diversi cattolici a sostenere (erroneamente) che la Chiesa, essendo – dicono – lo spazio della libertà, non può essere né istituzione né istituzione con un proprio ordinamento giuridico: la legge sarebbe, infatti, la negazione della libertà. È per questo che la famiglia moderna (e ancor più quella contemporanea) ha spodestato ogni autorità (potere che fa crescere i soggetti secondo il loro intrinseco fine oggettivo). I genitori sono diventati “compagni” dei figli di cui cercano la simpatia, per la qualcosa devono soddisfare i loro desideri, tutti i loro desideri, rendendoli così schiavi anziché signori degli stessi. Ciò viene assecondato dalla condivisione della dottrina secondo la quale la vita è libertà (vale a dire vitalismo e “libertà negativa” si implicano vicendevolmente) e dalla prassi di vita consumistica che è di impedimento all’educazione innanzitutto della volontà.

La famiglia moderna, poi, è stata coerentemente deistituzionalizzata dal vitalismo. Il vitalismo, infatti, può ammettere solamente la coppia (romanticamente intesa), non il matrimonio indissolubile, monogamico ed eterosessuale. La famiglia e il matrimonio, tradizionalmente intesi, sono considerati gabbie della libertà, richiedendo vincoli rispetto all’ordine dei fini (matrimonio secondo natura) e rispetto alla responsabilità, inconciliabile con l’autenticità (heideggerianamente intesa) e con la spontaneità vitalistica. Al contrario, la coppia “vive” hic et nunc ‘amorosi sensi sarebbe l’epifania del vitalismo. Anche l’istituto del divorzio, come evidentemente ancor prima il matrimonio, sarebbe da abolire, poiché conserverebbe un residuo di legalità e, quindi, non consentirebbe l’esercizio pieno della “libertà negativa”.

È per questo che lo Stato, inteso come comunità politica ovvero come Res publica, non deve prescrivere alcunché. Il suo ordinamento giuridico dovrebbe essere “neutrale” ovvero semplicemente servente nei confronti delle decisioni, di qualsiasi decisione, della persona. Un ordinamento giuridico che prescrivesse il bene e vietasse il male (come per sua natura deve fare) sarebbe espressione di uno Stato etico inaccettabile. Esso non sarebbe garante della libertà, considerata come “negativa”, ma “repressivo”, intollerante, totalitario. La verità come la giustizia e l’ordine etico non avrebbero diritto di cittadinanza: anche ammesso che esistano, non sarebbero conoscibili (come affermò per Rousseau) e, comunque, se conosciuti, sarebbero da “respingere”, poiché la democrazia deve prevalere secondo alcune dottrine egemoni sulla filosofia (come sostenne, per esempio, Rorty). Non a caso la dottrina politica platonica è stata definita nel suo insieme totalitaria da parte di chi (per esempio Popper), per sua stessa ammissione, non ha mai letto interamente e attentamente Platone: il liberale non può che dichiarare aprioristicamente e, perciò, dogmaticamente di optare a favore della società “aperta”, vale a dire a favore di una società relativistica e, in ultima analisi, nichilistica.

Le osservazioni or ora fatte, sia pure per brevi cenni, consentono di comprendere che il vitalismo una forza dirompente a 360° e che esso è l’anima più nascosta (vale a dire rappresenta la radicalità) della rivoluzione gnostica; di una rivoluzione portata agli estremi e alla quale sia consentito ancora di affermarsi senza contemporaneamente   autonegarsi. Il vitalismo, da una parte, ha tentato (in gran parte riuscendovi) di affermarsi trasformando il significato stesso dell’educazione (affermando cioè che essa sia tale solamente se e in quanto si identifica con la spontaneità) e, dall’altra, facendo dell’educazione un efficace strumento per l’instaurazione/espansione del vitalismo medesimo (le metodologie pedagogiche elaborate, per esempio, sulla base delle dottrine dei citati Giovanni Gentile e Neil Postman sono vie per un attivismo/spontaneismo che ha raggiunto il suo trionfo nella società del nostro tempo). Ne è derivato il permissivismo assoluto come la liberazione da ogni limite, criterio, forma e, soprattutto, da ogni regola di vita dettata dall’ordine etico e dalla natura dell’essere umano. Ne è derivato conseguentemente il primato della volontà sulla natura e sulla razionalità (intesa in senso classico). Ne è derivato il relativismo culturale alla luce del quale è impossibile, in ultima analisi, legittimare la stessa educazione e giustificare l’esistenza di regole sociali, anche di quelle convenzionali.

Solamente il consenso (inteso come spontanea e non argomentata adesione a un progetto qualsiasi) consentirebbe l’azione educativa (tanto che alcuni autori sostengono assurdamente da tempo che la patria potestà è legittimamente esercitata sui figli minori sulla base di un implicito atto di delega di questi); solamente questo consenso consentirebbe l’esercizio del potere politico (tanto che si è sostenuto che, poiché la legge non è quasi mai condivisa dalla totalità del corpo legislativo, chi dissente avrebbe il diritto di non ottemperare al comando della legge medesima, accogliendo così il nihilismo giuridico e ponendo le premesse per l’anarchia); solamente questo consenso consentirebbe l’esercizio sia dell’auctoritas (magistero) sia della potestas (autorità) all’interno della Chiesa, poiché essa non sarebbe un’istituzione/fondazione ma una semplice associazione, rectius un’associazione “elastica”, vale a dire senza regole, e pertanto un’associazione continuamente in fieri, perennemente cangiante, soggetta alla sola volontà e alla volontà contingente degli aderenti in un determinato momento.

Qui sta la radice, mi sembra, di molte difficoltà, di diversi conflitti e di tante aporie del nostro tempo. Qui stanno anche le cause del contemporaneo uomo in frantumi, generato da famiglie senza padri; della decadenza della società occidentale, chiusa alla domanda di verità e, perciò, all’autentica cultura; del tentativo di suicidio della comunità politica capace, dopo aver rivendicato il potere di “creare” i valori (i valori della modernità), solamente di garantire l’eutanasia dei valori veri e delle regole giuste;  dell’assalto alla cittadella di Dio (la Chiesa) considerata non solamente dai laicisti ma anche da diversi uomini di Chiesa un anacronistico residuo di un’oscura civiltà condannata a scomparire.

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