“SOTTOMESSI ALL’AUTORITÀ”: APPUNTI PER UNA CORRETTA ESEGESI

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San Paolo di Tarso è indubbiamente uno dei santi più ostili alle varie correnti teologiche moderniste. Le sue affermazioni, dove non possono essere “opportunamente” manipolate e distorte alla maniera protestante, vengono volentieri censurate, oscurate o accusate di essere il retaggio di una cultura retrograda e bigotta che il tempo ha superato. Così la condanna all’omosessualità viene dimenticata puntualmente dal luteranesimo e dal valdismo contemporaneo, gli stessi individui che si fanno garanti del “Sola Scriptura” e che oggi si vantano dinanzi al mondo di accogliere e unire in matrimonio (?) coppie gay. Allo stesso modo viene dimenticato l’invito dell’Apostolo ad usare il velo per le donne durante le funzioni religiose dai sedicenti novatores liturgici che dai tempi dell’immediato post-Concilio tentano di rendere sempre più “moderne” le messe e, allo stesso tempo, di riportarle ad un mai meglio precisato “ritorno alle origini evangeliche”.
Ormai la corretta esegesi dei testi paolini, che non raramente risultano essere di difficile interpretazione, non è più alla facile portata di tutti.
Questa volta voglio porre all’attenzione di voi lettori un passo, apparentemente difficile ed enigmatico, di San Paolo sul tema dell’autorità politica: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l’autorità? Fa’ il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l’imposta a chi è dovuta l’imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l’onore a chi l’onore» [Romani 13,1-2]. L’Apostolo ricalca indubbiamente l’insegnamento di Nostro Signore, che nel Vangelo invita a «dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare».
Ma come bisogna porsi dinanzi a quelle autorità che opprimono la legge divina e i diritti innegabili dell’uomo? Una interpretazione letterale e fondamentalista di questi versetti può portare a conseguenze assai pericolose, come quella che danno i Testimoni di Geova. Mal interpretando questi passi, essi ritengono che il cristiano deve essere totalmente estraneo alla vita politica perché ogni autorità (inclusi Stalin ed Hitler) sono voluti da Dio.
Per capire bene cosa intendeva l’apostolo Paolo, invece, bisogna ben comprendere il significato di alcuni termini. Già il grande santo nonché Dottore della Chiesa, san Tommaso d’Aquino, scrive nella Somma teologica: «ogni umano potere viene da Dio: perciò chi si oppone all’autorità […] resiste all’autorità di Dio», e continua: «ci sono leggi umane che sono contrarie ai comandamenti di Dio. […] Perciò in questi casi non si deve ubbidire alla legge umana» [Cfr. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I-II, q. 96, a. 4, ad 1-2].
Già da prima del cristianesimo, molti filosofi si erano interrogati, adoperando retta ragione, sulla definizione di autorità politica e quando questa risulta essere legittima dinanzi agli uomini e dinanzi alla giustizia. Questo riprova anzitutto che il cattolicesimo, a differenza delle altre confessioni pseudocristiane, non è irragionevole, perché insegna cose che tutti gli uomini possono comprendere semplicemente adoperando la retta ragione. Il dogma non trascende la ragione, ma la aiuta a comprendere realtà altrimenti inaccessibili ai soli sensi o alla semplice e limitata intellezione umana. I dogmi sono ragionevoli, e la dottrina sociale e politica della Chiesa Cattolica è l’unica davvero equilibrata.
Il filosofo precristiano che più di altri diede, a mio avviso, la giusta definizione del concetto di autorità fu l’ateniese Platone. Non a caso, le grandi colonne della corretta teologia cattolica, sant’Agostino e san Tommaso, sono entrambi grandi debitori della filosofia platonica e aristotelica. Non a caso, molti filosofi contemporanei e storici della filosofia parlano di “intuizioni precristiane” a proposito di queste grandi menti dell’antichità. Durante il Medioevo, questi filosofi furono definiti da molti naturaliter cristiani.
Nel dialogo “Gorgia”, Platone dà una definizione di autorità a mio avviso straordinaria: egli sostiene che il tiranno non è felice e non è invero neanche a capo della pòlis, perché egli mira solo ai propri interessi. Cosa dunque rende una autorità politica tale? Da qui è nato il famoso detto: “Potere è volere”. Per Platone, il concetto di volontà è strettamente connesso al fine: si vuole solo ciò che è in vista di un bene maggiore. Si prende il farmaco perché si vuole guarire, non per il farmaco in sé. Allo stesso modo, la vera autorità è colui che dirige la pòlis in vista del bene collettivo, non per il governo in sé. Da qui, Platone suddivide le costituzioni buone da quelle degenerate e, quindi, illegittime: il filosofo ateniese delinea la città ideale, com’è noto, nella “Repubblica”, ma nello stesso dialogo tenta di analizzare le costituzioni già esistenti nel mondo greco e, nel libro VIII del suo dialogo più famoso, alla costituzione migliore, l’aristocrazia (governo dei migliori), Platone opponeva quattro degenerazioni: la timocrazia (governo in base al censo e all’onore dei cittadini), l’oligarchia (governo solo in base al censo dei cittadini, governo dei più ricchi), la democrazia (governo di tutti, massimo della tolleranza), la tirannide (interesse di uno solo). Avvisa Platone, inoltre, che l’aristocrazia può degenerare gradualmente in ciascuna di queste quattro illegittime costituzioni, fino a giungere alla tirannide. C’è da precisare che il concetto di democrazia secondo gli antichi greci non è il nostro di matrice rousseauiana. La storiografia postilluministica definisce il sistema greco come “democratico” per associarlo alla democrazia contemporanea, ma i termini greci che si riferiscono alle due cose sono differenti: polithèia è la “democrazia” greca, mentre democratìa è la forma degenerata di cui parla Platone e che più coincide con quella contemporanea.
Platone mette in guardia: la democratìa tende quasi inevitabilmente a degenerare in tirannide. Non è quello che stiamo osservando noi in Occidente, con una Europa in realtà che va contro i reali interessi del popolo e plutocratica? Non è quello che stiamo osservando in Italia? Il governo Renzi risulta essere già il terzo non eletto dal popolo ed in combutta con le massonerie e con gli interessi delle banche (proprio come Monti e Letta).
L’analisi platonica delle costituzioni ha molto influenzato il pensiero filosofico politico successivo, in special modo Aristotele, Cicerone e san Tommaso d’Aquino. In particolar modo è quest’ultimo che a noi interessa particolarmente, in quanto cattolici. Per un approfondimento della dottrina politica di san Tommaso, rimando ai link in nota [1].
Nota giustamente don Curzio Nitoglia: “Gli scolastici, da S. Tommaso a Suarez, non esitano a dire che la Nazione ha il diritto di destituire, di deporre, di cacciare il tiranno. Poiché ha perso il diritto di regnare ed è diventato illegittimo. Ma bisogna che l’abuso sia grave, permanente ed universale”.
Dunque, per ritornare al passo di san Paolo: è giusto essere sottomessi all’autorità, ma la tirannia (sia essa assoluta e visibile o subdola, come quelle contemporanee “democratiche” e plutocratiche) non rientra mai nella definizione di autorità legittima!

Gaetano Masciullo, clicca qui per altri articoli e studi.


Note:
[1] Vedi Le tre forme di governo e la tirannide e È lecito resistere alla tirannia?.

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