Da Donetsk al downgrade: ultime disavventure ucraine

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Emulare la Crimea

Almeno un migliaio di dimostranti con bandiere russe e scritte quali “la Repubblica di Donetsk” si è riunito sabato nella città ucraina di Donetsk, capitale industriale del Donbass, nella zona orientale del Paese. I manifestanti chiedono che anche il loro diritto all’autodeterminazione sia rispettato dalle autorità, e si tenga un referendum simile a quello crimeo: i volantini distribuiti chiamano allo sciopero generale per il 18 aprile, prescelto come giornata del referendum.

La protesta per l’indipendenza politica, promossa dal movimento patriottico “Fronte Orientale”, si accompagna alle proteste per i rincari di gas, elettricità e alimentari: insieme alla richiesta di un referendum, anche quella di una moratoria sugli aumenti di prezzi e tariffe.

Il Consiglio della città ha già deciso da più di un mese di supportare i cittadini nella loro battaglia per il referendum; la decisione è comunque nelle mani della Procura, e la prossima udienza si svolgerà il 22 aprile.

La regione del Donbass è stata teatro di fiere proteste contro il nuovo governo di Kiev sin dal golpe di febbraio, che ha deposto Yanukovich. Disordini in queste ore anche nella città di Lugansk.

 

Moody’s, Gazprom e la coperta troppo corta

L’agenzia di rating Moody’s ha provveduto al downgrade dei bond ucraini (da Caa2 a Caa3), con outlook negativo in ragione della crisi politica e dell’aggravarsi dell’instabilità economica. Il rating è attualmente “default imminente, con poche prospettive di ripresa”.

I fattori di fragilità elencati da Moody’s sono i seguenti: anzitutto la crisi politica ucraina, inclusi i recenti avvenimenti in Crimea. Le riserve in valuta estera sono ridotte, il supporto finanziario russo è venuto meno e il prezzo del gas (v. oltre) è in salita; tutto questo, sommato al deficit fiscale, condurrà secondo l’agenzia ad una contrazione del PIL e ad un deprezzamento della valuta, mentre il rapporto debito/PIL potrebbe raggiungere per la fine dell’anno il 55-60%.

Per quanto riguarda la questione gas, il Presidente di Gazprom Aleksey Miller ha annunciato giovedì che l’Ucraina comincerà questo mese a pagare il gas naturale ad una tariffa di 485$ per 1000 m.cubi in seguito alla cancellazione dell’accordo di Kharkov, avvenuta mercoledì, quando Putin ha firmato una legge federale che scioglie la Russia da tale impegno in quanto Sebastopoli si trova ormai sotto giurisdizione russa. Un simile rincaro segue quello verificatosi a inizio aprile, quando il prezzo del gas, a causa dell’insolvenza di Kiev, era salito a 385$ (+44%).

Il Ministro dell’Energia ucraino, Yury Prodan, ha parlato di deferire la questione alla Corte arbitrale internazionale di Stoccolma, se Mosca rifiuterà ancora di abbassare le tariffe del gas (fissate nel 2009 da un accordo Tymoshenko-Putin). Certo le prospettive di un compromesso sono al momento da escludere, considerata la situazione politica; e questo è decisamente un cattivo affare per l’Ucraina, che lo scorso dicembre aveva ottenuto dalla Russia un prestito di 15 mld $ e uno sconto del 33% sul gas naturale, benefici entrambi “congelati” in conseguenza delle tensioni diplomatiche. Tant’è che venerdì il governo ucraino ha cominciato colloqui d’emergenza con l’UE, per definire la possibilità di importare gas dall’Occidente. 

Quanto agli accordi col FMI, il Fondo ha annunciato settimana scorsa uno standby credit di 14-18 mld $ per l’Ucraina; ma a caro prezzo. Il governo ha infatti dovuto cancellare tutti i sussidi per carburanti a privati e aziende, il che ha fatto immediatamente schizzare in alto del 50% le bollette. “Il Paese è sull’orlo della bancarotta”, ha affermato Yatsenyuk; “questo pacchetto di provvedimenti è molto impopolare, molto duro. Sono riforme che andavano fatte negli ultimi vent’anni”.

 

a cura di Ilaria Pisa

[fonte: rt.com]

 

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