Eugenia Roccella e il Mein Kampf dell’abortismo militante

Riceviamo da Roberto Dal Bosco e pubblichiamo una lettera sul filone del dibattito pro-life in Italia. A causa dei temi trattati e delle immagini contenute nel libro menzionato dall’autore, poniamo in allerta la discrezione dei lettori; il contenuto di questo articolo può infatti urtare la loro sensibilità ed è destinato a un pubblico adulto.

 

Roccella copertina aborto

 

Cari amici di Radio Spada,

Ho trovato su internet questo importante documento.

http://it.scribd.com/doc/219919440/Eugenia-Roccella-Aborto-Facciamolo-Da-Noi

Si tratta di Aborto, facciamolo da noi, un libro scritto a metà degli anni Settanta dall’on. Eugenia Roccella, radicale ora divenuta riferimento parlamentare di vescovi e vari gruppi cattolici.

La Roccella, ora parlamentare del partito scissionista neodemocristiano NCD, si è accreditata come vera difensora dei valori non-negoziabili nella politica italiana. Sappiamo che purtroppo non è così, perché la nostra difende la legge stragista 194/78 («una buona legge») e al contempo, lo scorso marzo, ha impegnato il governo in veste di vicepresidente della XII Commissione parlamentare Affari Sociali «ad attivarsi affinché su tutto il territorio nazionale l’interruzione di gravidanza farmacologica sia garantita omogeneamente, nell’appropriatezza clinica».

Che la Roccella abbia avuto un passato di Radicale (suo padre fu fondatore del partito con Pannella) è noto; quello su cui non si è mai riflettuto è che da questo passato non si è mai veramente staccata. Mai ella ha parlato di «conversione»; al massimo, nella sua biografia ufficiale sostiene di aver «maturato un cambiamento profondo, pur mantenendo molto della mia formazione culturale». Ora, come evidente da queste pagine, la «formazione culturale» che non rinnega equivale alla morte di miriadi di creature umane innocenti.

La lettura di questo breve manuale per l’aborto domestico lascia pochi dubbi (p.18);

Facciamo gli aborti. Noi del M.L.D. da sempre abbiamo aiutato quelle che si rivolgevano a noi per abortire (…) non è più vergogna dire “aborto” “ho abortito”, “ho aiutato ad abortire”

Ci si chiede, a questo punto, quanti aborti possa la Roccella aver procurato nel suo attivismo.

Si tratta, senza ombra di dubbio, del Mein Kampf dell’abortismo militante.

A sponsorizzare il libro sono infatti il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), formazione ultra-femminista capeggiata dalla stessa Roccella ancora giovanissima, e il più tristemente noto CISA (Centro Italiano per la Sterilizzazione e l’Aborto), il quale era il filtro collettore degli aborti praticati illegalmente sia dalla sua membra di spicco Emma Bonino (ne eseguì più di 11.000, si vanta, con pompa di bicicletta e barattolo della marmellata), sia dal dottor Giorgio Conciani. Quest’ultimo eseguiva gli stermini di embrioni in una villa fuori Firenze la cui cantina era stata adibita a luogo in cui il CISA espletava la sua operazione di Morte. Il Conciani, detto anche il «dottor morte italiano», si impiccò a fine anni Novanta.

Colpiscono tante cose in queste pagine del Male: la sessualizzazione totale dell’esistenza umana, la preconizzazione dell’odierno insegnamento della contraccezione a scuola in età prepuberale («bisogna esigere che la contraccezione venga insegnata obbligatoriamente nelle scuole, prima della pubertà»), la foga infanticida consapevolmente satanica («di streghe ne hanno fatto morire a migliaia, a migliaia (…) Mammana è la donna che usa il suo sapere antico» (pp.17-19), la volontà di rendere l’aborto fruibile domesticamente («girare per le case e per i quartieri con la valigetta con gli attrezzi del Karman», p.25) che di fatto la Roccella realizza con l’arrivo della RU486 in tutti i nosocomi nazionali, l’odio per il Vaticano, la CEI (che ora sono i suoi sponsor) e persino l’Osservatore Romano con il quale ora collabora (p.31-32), la violenza con cui l’autrice descrive il metodo Karman, che consiste nell’aspirazione del feto con un pompa di qualsiasi tipo, compresa la famosa pompa della bicicletta ostentata dalla Bonino, e qui rivendicata come alternativa economica alla pompa elettrica (pp.81-86).

Certo, è lacerante vedere come l’aborto per la Roccella si attuasse come un diabolico rito femminista, uno spettacolo di tragico sadismo esibito con infernale hybris: alla donna è fornito uno specchio con il quale ella deve assistere all’operazione di aborto; alla gestante figlicida non è poi risparmiato lo scempio della visione dei resti della sua discendenza squartatale in grembo: «si versa il contenuto del boccale in un colino (passino) e vi si fa scorrere sopra dell’acqua per eliminare i coaguli di sangue, si rimesta bene con le mani per cercare eventuali pezzetti di cartilagine che si distinguono dalla membrana e dalla placenta per essere duri al tatto e lucidi. (…) Si versano poi membrane e placenta nel boccale pieno di acqua e lo si fa vedere alla donna» (pp.81-86). Chiude il libro il racconto di tre aborti eseguiti dalle criminali (all’epoca l’aborto era reato) femministe. Pagine che non sono nemmeno grottesche: sono mostruose, sono disperanti, sataniche) pp.96-99.

La Roccella definiva il metodo Karman (orgogliosamente inventato dalle comunità rurali della Cina di Mao, ci tiene a precisare) «semplice, sicuro, facile da usare e concepito in modo da non impressionare» (p.74). Anni dopo, avrebbe pubblicato un libro dal titolo La favola dell’aborto facile (Franco Angeli, Milano 2010), scritto a quattro mani con Assuntina Morresi, figurante della pax bioetica italiana, personaggio intercambiabile con la Roccella in ogni momento. Non è un caso che al Convegno pre-marcia al Regina Apostolorum vi parli proprio la Morresi, perché la Roccella avrebbe sicuramente inverato le critiche riguardo alla deriva della manifestazione come passerella politica. Il contenuto, nel continuum roccello-morresico, non cambia: difesa della «bontà» della 194, lacrime per la defunta legge 40, insomma il compromesso ultra-omicida come unica vera competenza biopolitica.

Rilevo che la realtà dell’aborto facile, l’aborto-mentos della RU486 – sogno proibito per le femministe genocide degli anni Settanta – è ora spinto personalmente dalla parlamentare Roccella, come abbiamo avuto modo di dimostrare.

Non voglio aggiungere altro: il documento parla da sé. Il fatto che la Roccella mai abbia chiesto perdono per tutto questo (anzi, ha continuato a finanziare i radicali con milioni di euro pubblici), pure.

Sfogliate il pdf sul sito Scribd. Qui sotto, metto in risalto alcune parti salienti del manuale del feticidio roccelliano. Invio anche l’opportuno corredo fotografico che arricchisce il libro originale.

Un’ultima cosa: chi riesce a trovarne una copia – sui circuiti dei bibliofili magari qualcosa è rimasto – può domenica prossima portarla a Roma alla Marcia per la Vita, dove potrà chiedere all’on. autrice Eugenia Roccella di autografarla.

Buona lettura,

Roberto Dal Bosco

 


 

EUGENIA ROCCELLA – L’ABORTO FACCIAMOLO DA NOI, Napoleone, Roma 1975

p.7

Chi crede – perché glielo hanno inculcato secoli di malcostume – che il sesso sia colpa e male, chi pensa (…) che la libertà sia licenza colpevole e vergognosa, chi si immagina che dietro le proposizioni di libera maternità, di libera gestione del proprio corpo, di libera sessualità ci siano pesi di condizionamenti (…) lo fa perché privo di quel minimo di autonomia sufficiente a permettergli di capire che la libertà sessuale è la piattaforma per qualunque autentica libertà.

p.11

Il sesso è l’essenza stessa della vita. Chi lo deforma, deforma la vita. Chi lo reprime, repirme l’esistenza.

p.13

La lotta deve essere rivolta ad ottenere la liberalizzazione dell’aborto, la libera propaganda, è l’intensificazione dell’educazione anticoncezionale. (…)

Bisogna esigere che la contraccezione venga insegnata obbligatoriamente nelle scuole, prima della pubertà, che venga rimborsata dalla mutua, come gli eventuali aborti necessari, e che la propaganda sia autorizzata e incrementata continuamente.

L’ABORTO DEVE ESSERE CONCORDATO LIBERAMENTE FRA LA DONNA E IL SUO MEDICO E DEVE ESSERE LIBERO E GRATUITO.

p.17

Di streghe ne hanno fatto morire a migliaia, a migliaia. Torturate, fatte a pezzi, costrette a subire ridicoli umilianti tragici processi. L’ultimo rogo era stato allestito nel gennaio 1975, a Firenze. (…) La strega: Adele Faccio (…) .

p.18

Cinque anni di lotta hanno lasciato il segno: e si è scoperto che non è più vergogna dire “aborto” “ho abortito”, “ho aiutato ad abortire”. Non più una cosa da consumare in silenzio, l’aborto, voluto da chi lo condanna, reato. In massa, in 2700, abbiamo rotto il silenzio delle vicende personali, abbiamo dichiarato di avere abortito o aiutato ad abortire. (…)

Facciamo gli aborti. Noi del M.L.D. da sempre abbiamo aiutato quelle che si rivolgevano a noi per abortire (…).

p.19

Si spaventeranno. Ci diranno che siamo delle mammane. Bene: è ora anche di ribaltare il senso di tutti questi insulti rivolti alle donne in quanto tali. Puttana, lesbica, ora anche mammana. Puttana è la donna costretta a fare da contraltare a quell’altra povera venduta dell’ “onesta”, della moglie che si vende a un solo uomo e a cui vengono offerte misere gratificazioni in cambio. Lesbica è la donna che non accetta di essere mezzo riproduttivo (e in quanto tale “riprovevole”) che vuole scegliere con chi fare l’amore (e in quanto tale diversa-diabolica se chi sceglie ha il suo sesso). Mammana è la donna che usa il suo sapere antico, tramandato, purtroppo inagibile perché privo di garanzie di sicurezza, in “aiuto” alle donne; è l’unica ad avere assicurato in questi secoli la libertà , rischiosa quanto si vuole, ma libertà, di abortire.

p.25

Lotteremo da posizioni di forza, nel momento in cui saremo in grado di girare per le case e per i quartieri con la valigetta con gli attrezzi del Karman (…).

p. 26

è importante per noi sentirci così davvero sorelle a donne “qualunque”, non femministe; a Petruzza Lo Prete, immigrata di Genova, morta perché si è infilata un ferro nell’utero nel tentativo di evitare una gravidanza non voluta (…).

pp. 31-32

L’Osservatore Romano, Civiltà Cattolica e tutti gli organi di contorno del potere clericale si scagliarono contro ogni ipotesi di aborto legale e persino – si dice – con minacce di scomunica contro il Parlamento se avesse osato approvare una legge più civile in materia, rispolverando quel dimenticato diritto alla vita che oramai costituisce l’asso nella manica del Vaticano (…)

Ai tanti autorevoli avvertimenti sulla catastrofe sociale che l’aborto, come il divorzio, avrebbe provocato, si aggiungeva un pesante documento della CEI in cui (…) si ribadiva che l’aborto comunque doveva rimanere un reato (…).

p. 64

LA “PILLOLA” DEL GIORNO DOPO

Si dà questo nome ad un tipo di pillole da usare dopo un rapporto senza precauzioni avvenuto nel periodo considerato fecondo. l’efficacia di questo tipo di pillole sembra buona, ma poiché il dosaggio degli estrogeni in esse contenuto è molto alto, se ne può fare un uso molto limitato, in casi di assoluta emergenza.(…) È necessaria la ricetta medica: i nomi dei prodotti in commercio sono: Tace, Premarin, Ethinilestriadolo, Estril. Il prezzo va dalle 1100 alle 1800 lire. Attenzione: se il metodo non ha effetto, bisogna in ogni caso interrompere la gravidanza, perché è stato dimostrato che l’alto dosaggio ormonale ha conseguenze sul neonato femmina: alla pubertà si sviluppano tumori alla vagina.

p. 74

IL METODO KARMAN

Messo a punto in una comune popolare cinese è questo uno dei frutti del rifiuto da parte dei cinesi di utilizzare la scienza borghese così come essa è e del concetto sviluppatosi nel corso della Rivoluzione Culturale di una scienza che nascendo dal basso risponda alle esigenze del popolo e non agli interessi dei tecnici che come nella società capitalistica usando la scienza per il proprio potere. È infatti un metodo creato per la donna e non per il ginecologo, circa 14 anni fa è stato perfezionato da Karman, psicologo, con l’introduzione dell’uso di materiali in plastica, semplice, sicuro, facile da usare e concepito in modo da non impressionare: lei stessa ne capisce facilmente l’uso partecipando attivamente all’intervento.

p. 76

STRUMENTI

SONDE (dilatatori e isterometri) di caocciù, flessibili, di diametro progressivamente crescente (…)

TUBO per contenere le sonde (…)

SPECULUM in metallo o in plastica, serve per tenere aperte le pareti della vagina,

Una PINZA DI POZZI PALMER (…) si introduce una delle due punte nell’orificio esterno del collo dell’utero (…) con l’altra si fissa il collo dell’utero, chiudendola questa tiene fisso il collo che altrimenti tenderebbe a ritrarsi

Una PINZA DI BOZEMANN (…) serve anche (perciò è indispensabile) per afferare dei pezzi di placenta che si presintino appena fuori dell’orificio esterno del collo dell’utero che non possano venire aspirati con la cannula.

SCATOLA PER STRUMENTI METALLICI (…) per la sterilizzazione degli strumenti in metallo

ASPIRATORE serve per fare il vuoto in un boccale collegato mediante un tubo di plastica (…) Ne esistono di appostiamente costruiti in vendita ma tutto può servire allo scopo, per. es. un motore elettrico, una pompa ad acqua come si usa nei laboratori. Il sistema più pratico consistente in una pompa da bicicletta (molto grande) la cui membrana interna sia stata sostituita con una membrana di caocciù, messa in posizione inversa rispetto alla membrana originale e colelgata mediante un tubo in plastica al boccale.

CANNULA DI KARMAN: in plastica flessibile

ALCOL+ASSORBENTI+COTONE IDROFILO+GARZE STERILI+SIRINGHE IN PLASTICA GETTABILI

p.80

MATERIALE ANNESSO

TORCIA PORTATILE (…) serve per illuminare il collo dell’utero

UNO SPECCHIO, permette alla donna che abortisce di vedere la propria vagina e il collo dell’utero; ciò è estremamente importante perché la donna può conoscere la sua anatomia interna e liberarsi dal complesso di dover pensare ai suoi organi come a qualcosa di misterioso e in fondo di sporco; in questo modo può anche capire e seguire meglio l’intervento.

UN PASSINO (colino) grande, in metallo; serve per esaminare ciò che si è aspirato nel boccale versando in esso il contenuto e facendovi scorrere sopra dell’acqua: il sangue coagulato con la via e rimangono solo residui di membrana, di placenta e di embrione.

p. 81

IL LUOGO SCELTO PER L’ABORTO può essere la casa di una delle donne che devono abortire o di uno del gruppo che pratica l’aborto. (…) È anche importante avere la certezza di non essere disturbati: ogni due o tre volte, sarebbe preferibile cambiare la casa; il numero delle persone presenti deve essere basso.

pp. 81-86

L’INTERVENTO

Nel giorno stabilito ci si incontra dunque nel luogo dell’appuntamento e si va insieme alla casa (…) è molto importante parlare con le donne che devono abortire (…) Questo è un momento fondamentale sia come preparazione psicologica all’intervento sia soprattutto per il significato politico che riveste (…)

Le sonde saranno passate una alla volta da un assistente (…)

Si passa poi a disinfettare la vagina e l’orificio esterno del collo dell’utero (…)

Si fissa poi la pinza di Pozzi-Palmer introducendo una delle due estremità nell’orificio del collo dell’utero (…)

Si mette ora in funzione l’aspiratore, mediante accensione se è elettrico, pompando se è una pompa di bicicletta, e si esegue l’aspirazione muovendo continuamente la cannula avanti e indietro e tutto intorno a destra e sinistra. È questo l’unico vero momento doloroso del metodo, ma non dura molto e il massimo dolore che si può sentire, non supera quello delle mestruazioni dolorose.

Durante l’aspirazione è molto utile per la donna respirare lentamente e profondamente come durante il parto. (…)

Terminato l’aborto si versa il contenuto del boccale in un colino (passino) e vi si fa scorrere sopra dell’acqua per eliminare i coaguli di sangue, si rimesta bene con le mani per cercare eventuali pezzetti di cartilagine che si distinguono dalla membrana e dalla placenta per essere duri al tatto e lucidi. La loro presenza è un segno che si è al di fuori delle 10 settimane e quindi c’è pericolo che vi sia qualche ritenzione placentare con rischio di emorragia e di dovere ricorrere al raschiamento per terminare l’aborto. Si versano poi membrane e placenta nel boccale pieno di acqua e lo si fa vedere alla donna se vuole: in genere tutte le donne vogliono, perché ciò dà loro la certezza che l’aborto sia veramente riuscito. Inoltre vedendo che quello che le è stato tolto era ancora qualcosa di informe può facilmente superare il senso di colpa che avrebbe sicuramente provato, anche se inconsciamente, con aborto sotto anestesia, credendo trattarsi di una creatura vivente ed autonoma, separata cioè dal suo corpo: quello che le è stato tolto era una parte del suo stesso corpo su cui soltanto lei ha pieno diritto.

pp. 96-99

“TRE STORIE DI A.”

Queste sono tre storie di aborto eseguito con il metodo Karman in Italia alla presenza di un medico ma NON da medici. Ad effettuare gli interventi sono stati i primi nuclei di “praticanti” del metodo per aspirazione costituitisi in Italia. È sempre un lavoro di gruppo; si fanno riunioni con le donne prima e dopo l’intervento per spiegare esattamente come questo avviene, perché lo facciamo, chi siamo, etc. In queste riunioni inoltre le donne socializzano le loro esperienze, discutono insieme, prendono coscienza, cambiano atteggiamento nei confronti dell’aborto, non più vissuto come angoscioso problema “privato”, e si crea molto spesso fra tutte, chi lo “esegue” e chi lo “subisce” una solidarietà e una collaborazione “tra donne”. Gli interventi sono gratutiti ogni donna alla fine dà, se può e se vuole, un contributo per le spese e per la crescita dei nuclei, assolutamente libero e volontario.

Maria – 27 anni, vive ancora in famiglia, viene dalla provincia di una grande città.

Quando è venuta la prima volta da noi, accompagnata SEMPRE dal “fidanzato”, abbiamo dovuto rimandare l’intervento. Si aggrappava a tutte, mentre tentavamo di spiegarle che non dipendeva da noi, ma dalla clandestinità a cui il regime ci costringe, dalle difficoltà esterne e non dalla nostra volontà. Lei assentiva ma solo PER FARCI PIACERE, per compiacenza, ma si vedeva che era solo piena di angoscia per il suo problema personale. Sembrava inutile insistere dicendo “non è solo tuo, questo problema, è di tante donne, e nemmeno solo di quelle che sono qui con te, ma di milioni di donne…”.

Si rifiutava di socializzare, cercava sempre di parlare con qualcuna di noi in privato, chiedeva “per favore, me lo potete fare, a me sola…”. Noi rispondevamo che non potevamo, in quella occasione, farlo a nessuna del gruppo, ma che comunque non si poteva chiedere di farlo a lei sola e poi lei non era neanche un caso particolare; che noi non eravamo una agenzia e lei doveva cercare di capire ed aiutarci ad aiutarla. Le abbiamo spiegato come avveniva l’intervento tre volte. E poi, chiedeva “ma voi lo avete fatto? Chi di voi ha abortito con questo metodo?”. E non lo voleva sapere dalle altre donne ma da quelle del nucleo. Si aggrappava al ragazzo, il ragazzo la consolava “su, Maria, facciamo una cosa, lo diciamo ai tuoi e ci sposiamo”. A queste parole lei si arrabbiava “non voglio essere chiusa in casa a badare ai bambini, voglio vivere ancora un po’, voglio essere libera…”. E poi, contradditoriamente, aggiungeva: “se mi sposo deve essere con il velo bianco”. Il giorno dell’intervento, si rifiutava di salire sul lettino. Il ginecologo, da cui precedentemente le avevamo chiesto di farsi visitare, l’aveva quasi cacciata fuori, perché non voleva farsi visitare, aprire le gambe, e la cosa era finita in lacrime. Di fronte al rifiuto di salire sul tavolo, abbiamo pensato che non volesse veramente abortire. Ne abbiamo parlato, ma stranamente, su questo punto, lei era decisissima e tranquilissima, senza problemi di coscienza. Alla fine, sale sul lettino. Dramma per l’inserimento dello speculum, continuava a non voler allargare le gambe, non credeva assolutamente che non le avrebbe fatto male. Le proponiamo come dimostrazione che una di noi si metta sul tavolo e si inserisca lo speculum… si convince ma è talmente contratta che lo speculum non entra, o fuoriesce subito. Dopo mezz’ora di colloquio, di spiegazioni, si riesce ad inserire lo speculum. Il cambiamento avviene quando la donna che “pratica” le pinza l’utero. Infatti, Maria, era sconvolta dalla pinza, che è l’unico strumento appuntito e metallico, e non voleva assolutamente credere che non le avrebbe fatto male. Quando, una volta applicata al collo dell’utero si accorge che non è stata lacerata dalla pinza, si rende conto che noi LE DICIAMO LA VERITÀ, che la informiamo di ciò che le accade. A questo punto modifica l’atteggiamento da martire, collabora un po’, si guarda la vagina allo specchio, aiuta a spingere i dilatatori nel collo dell’utero. Non si abbandona eccessivamente ai pochi momenti di dolore, come ci saremmo aspettate. È tutta tranquillizzata, stupita, quando finisce. “È andato via tutto?” chiede, ma si fida. Le chiediamo se vuole chiamare subito il ragazzo, risponde che lui può aspettare, che È LEI CHE HA FATTO L’ABORTO. Parla con noi del fatto che non si vuole sposare, diciamo certo comunque sei tu che devi decidere, non puoi sposarti solo perché sei incinta; lei è convintissima di questo. Dopo, ci telefona spesso, incredibilmente dice: “voglio venire ad una riunione, voglio spiegare alle altre donne come è stato il mio aborto… Non è vero quello che mi dicevano sulle femministe, ho trovato tanta solidarietà…”. L’intervento di Maria, ci ha preso una mattinata intera, ma pensiamo ne sia valsa la pena.

Paola – ha circa 25 anni, è sposata, ha un figlio, viene da una città del Sud.

È timida, ma si fa coraggio: è la “politicizzata”, la compagna. Sa quasi tutto di noi, collabora subito, fornisce informazioni precise, viene da sola. È molto brava e gentile, propone da sé di essere l’ultima del gruppo a fare l’aspirazione, di aspettare tutte le altre. È persino disposta a farsi filmare, anche se poi rinunciamo a farlo.

In fondo in fondo, però, è spaventata come le altre.

Si sente subito “dalla stessa parte della barricata”. Con noi chiede informazioni sul nucleo, parliamo di politica. Il suo aborto è più difficile, si deve estrarre una membrana con la pinza, è un po’ più lungo degli altri. Lei continua a parlare durante l’intervento, collabora molto, cerca di regolare la respirazione, insomma facilita a se stessa e a noi le cose in ogni modo. Ci racconta di aver avuto un parto molto difficile “ho sofferto da cani, evidentemente sono io che… sono fatta male. In ospedale nessuno mi dava retta, mi lasciavano così a star male da sola, mentre io cercavo di capire, di avere qualche informazione; non mi dicevano niente”. Finisce l’intervento. Tutto bene. Paola dice: “non sapete quanto è stato importante per me farlo tra compagne, non è stato nulla in confronto al parto, ho sofferto pochissimo. È stato così importante sapere sempre quello che mi accadeva. Bisogna crescere, creare tanti nuclei…”. Rimane a chiacchierare un po’ ripete quanto è importante il rapporto di partecipazione, di comunicazione, il calore umano durante l’intervento. Ci dà un contributo alto, cerchiamo di rifiutare, insiste: “ve lo voglio dare, per me È UN CONTRIBUTO POLITICO”.

Dolores – ha una ventina d’anni, anche lei viene dalla provincia di una grande città.

È spauritissima, la più spaurita che abbiamo mai visto, forse. È bianca in faccia, quasi trema, ha sempre accanto il suo ragazzo anche Lei. Si sente, pensiamo, in una situazione, in un ambiente MOLTO LONTANO DAL SUO, estraneo. È diffidente, comunque chiusa. Siamo in una casa privata, in una stanza ci sono le donne, alcune di noi, un medico. In un’altra si fa l’intervento vero e proprio. Nella prima stanza l’atmosfera è rilassante, si prende il tè, si parla di anticoncezionali, sessualità, di storie personali. La prima donna che fa l’aspirazione è molto in gamba, viene dal Nord, proletaria con tre figli non ha nessuna paura, infatti l’intervento è rapidissimo e indolore, lei scende subito dal lettino, un’iniezione e torna di là.

Dolores la guarda entrare a bocca aperta: “ma non l’hai fatto?” Non riesce a credere che la cosa possa essere così rapida e facile, si aspettava lamenti, gemiti, molto più tempo di attesa prima di vedere ricomparire la donna, e comunque non pensava che venisse con le sue gambe, ridendo e chiacchierando. Si scioglie gradualmente, si rivela sempre più simpatica e disponibile.

Quando è il suo turno, chiediamo a Dolores se si sente più sicura col medico e se vuole che l’aspirazione la esegua lui; lei rifiuta e il medico è confinato su una poltrona più in là. Durante l’intervento c’è moltissima comunicazione; le gambe le tremano ancora mentre una compagna gliele accarezza per farla distendere, ma lei ora è piena di confidenza. Parliamo, scherziamo, lei si guarda la vagina, ascolta le spiegazioni che le vegono fornite durante l’intervento, anche se le sono già state date prima in una riunione con le altre donne che avevano abortito con noi. Come sempre si cerca di far fare il più possibile alla donna. Se può si introduce da sola lo speculum, porge le garze, si disinfetta esternamente, spinge i dilatatori, regola la respirazione, si guarda con lo specchio il collo dell’utero.

Il rapporto con Dolores è veramente di sorellanza. Sdraiata sul divano, ad aspirazione eseguita parliamo con molta intimità e confidenza. Torna per una riunione con altre che devono ancora abortire, per spiegare come è avvenuto il suo intervento ed anche in seguito, dopo mesi, ci telefona: ormai è un’amica.

 

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6 Commenti a "Eugenia Roccella e il Mein Kampf dell’abortismo militante"

  1. #matteo   28 aprile 2014 at 12:02 pm

    Sarebbe bello poter chiedere all'”onorevole” quale di queste citazioni ha rivisto, quali di questi assassinii ha rinnegato…. e quali
    no…. io però in pubblico a “marciare” con costoro non ci vado….

    …se ne preoccupi chi ci va…

  2. #S   28 aprile 2014 at 3:36 pm

    Inviamo il link “scribd” a tutti gli amici e parenti che sostengono la Roccella e la Morresi !

    (alle dirette interessate no, perché non rispondono).

  3. #Angheran   29 aprile 2014 at 8:49 am

    Non capisco l’obiettivo di questi articoli , forse arrivare a una querela e far chiudere il sito , come avvenuto in altre occasioni. Nel merito può anche starci che quello della Roccella sia un modello pro-life debole , ma è il modello standardizzato dalla CEI dopo il 2005. Ciò che ha fatto la Roccella nel 2005 merita comunque un plauso . Se hai perso intere divisioni in termini di presenza sociale fai un’azione di guerriglia , non fai le campagne planetarie. Pensare di organizzare un’opposizione solo confessionale con una gerarchia che non si sogna di spendere due righe (a parte qualche lodevole eccezione) è fuori dalla realtà. Nel 2005 si vinse perchè si riuscì a spiegare le ragioni della vita anche a chi non era proveniente dall’area cattolica e magari aveva un trascorso di tutt’altro segno.

    • #jeannedarc   29 aprile 2014 at 7:34 pm

      Gentile Angheran, prima di parlare di querele dovrebbe forse indicarci in che cosa abbiamo violato la legge penale vigente.

      • #Angheran   30 aprile 2014 at 8:51 am

        Non ho minacciato querele , ho solo adombrato il rischio in un gioco che secondo me non vale la candela e che faccio fatica a capire.

      • #sertillanges   30 aprile 2014 at 5:38 pm

        il “gioco” è un “gioco” di princìpi e che costa la vita di migliaia e migliaia di bambini…