GESÙ, IL FICO MALEDETTO ED IL «CANE CHE TORNA AL VOMITO»

fico-sterile

Breve introduzione. «Gesù si reca […] a Gerusalemme, di buon mattino, coi discepoli. Partì digiuno, e il Vangelo ci dice ch’ebbe fame durante il tragitto (Mt 21,18). S’avvicinò ad un fico; ma questo albero non aveva che foglie. Allora Gesù, volendoci dare un insegnamento, maledisse quel fico, che inaridì all’istante. Voleva significare con tale castigo la sorte di coloro che hanno solo dei buoni desideri, sui quali però non si coglie mai il frutto della conversione. Non era meno incisiva l’allusione a Gerusalemme; questa città tanto zelante per l’esteriorità del culto divino aveva il cuore cieco e duro, tanto che fra poco rigetterà e metterà in croce il Figlio del Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe» (Cf. dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 683ss.).

Il prezzo del tempo. Il Liguori in «Apologia della Teologia Morale», «Apparecchio alla Morte», cons. XI, punto III: «“Ambulate dum lucem abeti” (Io. 12. 35). Bisogna che camminiamo nella via del Signore in vita, or che abbiamo la luce; perché poi questa si perde in morte. Allora non è tempo di apparecchiarsi, ma di trovarsi apparecchiato. “Estote parati”(1). In morte non si può far niente; allora quel ch’è fatto è fatto. Oh Dio, se taluno avesse la nuova che tra breve ha da trattarsi la causa della sua vita, o di tutto il suo avere, come s’affretterebbe per ottenere un buon avvocato, per far intesi i ministri delle sue ragioni, e per trovar mezzi da procurarsi il lor(2) favore? E noi che facciamo? Sappiamo certo che tra breve (e può essere ad ogni ora) si ha da trattar la causa del maggior negozio che abbiamo, ch’è il negozio della salute eterna, e perdiamo tempo? Dirà taluno: Ma io son giovane, appresso mi darò a Dio. Ma sappiate (rispondo) che il Signore maledisse quel fico, che trovò senza frutto, ancorché non fosse tempo di frutti, come nota il Vangelo: “Non enim erat tempus ficorum” (Marc. 11. 13). Con ciò volle Gesu Cristo significarci che l’uomo in ogni tempo anche nella gioventù dee render frutto di buone opere, altrimenti sarà maledetto e non farà più frutto in avvenire. “Iam non amplius in aeternum ex te fructum quispiam(3) manducet”(4). Così disse il Redentore a quell’albero(5), e così maledice chi da Lui è chiamato e resiste. Gran cosa!(6) il demonio stima poco tempo tutto il tempo della nostra vita, e perciò non perde momento in tentarci: “Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet” (Apoc. 12. 12). Dunque il nemico non perde tempo per farci perdere, e noi perderemo il tempo, trattandosi di salvarci?(7) Dirà quell’altro: “Ma io che male fo?” Oh Dio, e non è male perdere il tempo in giuochi, in conversazioni inutili, che niente giovano all’anima? Iddio forse a ciò vi dà questo tempo, affinché lo perdiate? No, dice lo Spirito Santo: “Non te praetereat particula boni diei” (Eccli. cap. 4)(8). Quelli(9) operari, di cui scrive S. Matteo, non faceano male, ma solamente perdevano il tempo: e di ciò furono ripresi dal padron della vigna: “Quid hic statis tota die otiosi?” (Matth. cap. 20)(10). Nel giorno del giudizio Gesu Cristo ci chiederà conto d’ogni parola oziosa. Ogni tempo, che non è speso per Dio, è tempo perduto. “Omne tempus, quo de Deo non cogitasti, cogita te perdidisse” (S. Bern. Coll. I. cap. 8)(11). Quindi ci esorta il Signore: “Quodcunque facere potest manus tua, instanter operare, quia nec opus, nec ratio erunt apud inferos, quo tu properas” (Eccl. 9. 10). Dicea la Ven. M. suor Giovanna della SS. Trinità teresiana(12) che nella vita de’ Santi non v’è il domani: il domani è nella vita de’ peccatori, che sempre dicono, appresso, appresso; e così si riducono alla morte. “Ecce nunc tempus acceptabile” (2. Cor. 6. 2). “Hodie si vocem eius audieritis, nolite obdurare corda vestra” (Ps. 94. 8). Oggi Dio ti chiama a far il bene, oggi fallo; perché domani può essere, o che non vi sia più tempo, o che Dio non ti chiami più. E se per lo passato per tua disgrazia hai speso il tempo in offendere Dio, procura di piangerlo nella vita che ti resta, come propose di fare il re Ezechia: “Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae” (Is. 38. 15). Dio ti dà la vita, acciocché ora rimedi al tempo perduto. “Redimentes tempus, quoniam dies mali sunt” (Ephes. 5. 16). Commenta S. Anselmo(13): “Tempus redimes, si quae facere (- 108 -) neglexisti, facias”(14). Di S. Paolo dice S. Geronimo(15) ch’egli sebbene fu l’ultimo degli Apostoli, fu il primo ne’ meriti per quel che fece dopo che fu chiamato: “Paulus novissimus in ordine, prior in meritis, quia plus in omnibus laboravit”. Se altro(16) non fosse, pensiamo che in ogni momento possiamo fare maggiori acquisti de’ beni eterni. Se ti fosse concesso di acquistare tanto terreno, quanto potessi girar camminando per un giorno, o tanti danari, quanti potessi in un giorno numerare, qual fretta non ti daresti? E tu puoi acquistare in ogni momento tesori eterni, e vuoi perder tempo? Quel che puoi far oggi, non dire che puoi farlo domani, perché quest’oggi sarà perduto per te, e più non tornerà. S. Francesco Borgia(17), quando altri parlavano di mondo, volgevasi a Dio con santi affetti, sì che(18) richiesto poi del suo sentimento, non sapeva(19) rispondere; di ciò fu corretto: ma egli disse: “Malo rudis vocari, quam temporis iacturam pati”. Mi contento più presto d’essere stimato rozzo d’ingegno, che perdere il tempo. Affetti e preghiere. No, Dio mio, non voglio perdere più questo tempo, che Voi mi date per vostra misericordia. Io a quest’ora dovrei stare all’inferno a piangere senza frutto. Vi ringrazio d’avermi conservato in vita; voglio dunque ne’ giorni, che mi restano, vivere solamente a Voi. Se ora stessi nell’inferno, piangerei, ma disperato e senza frutto […]».

Note: 1 [9.] Luc., 12, 40. 2 [13.] lor, om. VR BR1 BR2. 3 [23.] quispiam) quisquam VR ND3 BR1 BR2. 4 [23.] Marc., 11, 14. 5 [24.] albero) arbore VR ND3 BR1 BR2. 6 [25.] gran cosa!) gran cose VR ND3 BR1 BR2. 7 [29.] il tempo, trattandosi di salvarci) il tempo per salvarci VR ND3 BR1 BR2. 8 [5.] Eccli., 14, 14: «Particula boni doni non te praetereat». 9 [5.] Quelli) Quegli VR BR1 BR2. 10 [7.] Matth., 20, 6. 11 [10.] Ps. BERNARDUS, Medit. piissimae de cognitione hum. conditionis, c. VI, n. 18: PL 184, 498: «Omne tempus in quo de Deo non cogitas, hoc te computes perdiisse». 12 [13.] FRANCESCO DELLA CROCE, op. cit., I, Napoli 1687, 453: «L’unica sua meditazione… era considerare che ogni giorno era l’ultimo; e diceva che nella vita de’ giusti non vi era il domani, né ella giammai l’aveva visto». Questa suora morì il 10 maggio 1628 a Medina del Campo. 13 [25.] HERVEUS BURGIDOLENSIS (vener.), Commentaria in Epist. ad Ephesios, V, 16; PL 181, 1264: «Tempus redimimus, quando anteactam vitam, quam lasciviendo perdidimus, flendo reparamus… Damnum temporis redimimus, si ita vitam commendamus, ut ea bona quae olim facere negleximus, et ea quae nunc facere debemus, faciamus». Il Commentario veniva prima edito sotto il nome di s. Anselmo. 14 [1.] facias) facis VR BR1 BR2.; Geronimo) Girolamo BR1 BR2. 15 [1.] HIER., Epist. 58 ad Paulinum, n. 1; PL 22, 580: «Paulus apostolus, vas electionis, de persecutore mutatus, novissimus in ordine, primus in meritis est: quia extremus licet, plus omnibus laboravit». CSEL 54, 528, Ep. 58, 1: «Paulus apostolus in vas electionis de peccatore mutatus novissimus in ordine, primus in meritis est, quia, extremus licet, plus omnibus laboravit». 16 [4.] se altro) s’altro VR ND3 BR1 BR2. 17 [11.] Acta SS. Boll., 53 (die X oct.), Parisiis 1868, 284: «Extra se non raro positus videbatur, ut corpore quidem praesens, animo vero in caelis versabatur… Admonitus itaque a socio, praeter rem respondere nonnunquam solitum. Malo, inquit, rudis et hebes videri, quam garrulus et temporis iacturam fecisse». 18 [12.] sì che) sicché VR BR1 BR2. 19 [13.] sapeva) sapea che VR ND3 BR1 BR2.

Il peccatore e la falsa misericordia. Il Dottore Utilissimo insegna in «Apologia della Teologia Morale», «Apparecchio alla Morte», cons. XVIII, punto II: «Dice quel peccatore: Ma Dio è di misericordia. Rispondo, e chi lo(1) nega? La misericordia di Dio è infinita, ma con tutta questa misericordia, (- 170 -) quanti tutto dì si dannano? “Veni ut mederer contritis corde (Is. 61.1)”(2). Dio sana chi tiene buona volontà. Egli perdona i peccati, ma non può perdonare la volontà di peccare. Replicherà: Ma io son giovine. Sei giovine? ma Dio non conta gli anni, conta i peccati. E questa tassa de’ peccati non è eguale per tutti; ad alcuni Dio perdona cento peccati, ad un altro mille, ad un altro al secondo peccato lo manderà all’inferno. Quanti il Signore ce ne ha mandati al primo peccato? Narra S. Gregorio(3) che un fanciullo [che avea già l’uso di ragione, Cf. Sermoni compendiati, sermone XV, Del numero de’ peccati, oltre il quale Iddio più non perdona, 406, NdA] di cinque anni, in dire una bestemmia, fu mandato all’inferno. Rivelò la SS. Vergine a quella serva di Dio Benedetta di Fiorenza(4) che una fanciulla di 12 anni al primo peccato fu condannata. Un altro figliuolo di 8 anni anche al primo peccato morì e si dannò. Dicesi nel Vangelo di S. Matteo (cap. 21)(5) che ‘l Signore la prima volta che trovò quell’albero di fico senza frutto, subito lo maledisse, “nunquam ex te nascatur fructus”, e quello seccò. Un’altra volta disse: “Super tribus sceleribus Damasci, et super quatuor non convertam eum” (Amos 1. 3). Forse alcun temerario vorrà chiedere ragione a Dio, perché ad uno vuol perdonare tre peccati, e quattro no? In ciò bisogna adorare i divini giudizi, e dire coll’Apostolo: “O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei; quam incomprehensibilia (- 171 -) sunt iudicia eius, et investigabiles viae eius!” (Rom. 11. 33). S. Agostino(6): “Novit ille cui parcat, et cui non parcat. Quibus datur misericordia, gratis datur, quibus non datur, ex iustitia non datur” (Lib. de corrept. cap. 5). Replicherà l’ostinato: Ma io tante volte ho offeso Dio, e Dio m’ha perdonato; e così spero che mi perdoni quest’altro peccato. Ma io dico: E perché Dio non ti ha castigato sinora, avrà da essere sempre così? Si compirà la misura, e verrà il castigo. Sansone seguitando a trescare con Dalila, pure sperava di liberarsi dalle mani de’ Filistei, come avea fatto prima: “Egrediar sicut ante feci, et me escutiamo” (Iudic. 16. 20). Ma in quell’ultima volta restò preso, e ci perdé la vita. “Ne dicas: peccavi, et quid accidit mihi triste?” Non dire, dice il Signore, ho fatti tanti peccati, e Dio non mai m’ha(7) castigato. “Altissimus enim est patiens redditor” (Eccli. 5. 4). Viene a dire, che verrà(8) una e pagherà tutto. E quanto maggiore sarà stata la misericordia, tanto più grave sarà il castigo. Dice il Grisostomo(9) che più dee temersi, quando Dio sopporta l’ostinato, che quando subito lo punisce: “Plus timendum est cum tolerat, quam cum festinanter punit”. Perché (come scrive S. Gregorio)(10) coloro che Dio aspetta con più pazienza, più rigorosamente poi punisce, se restano ingrati! “Quos diutius exspectat, durius damnat”. E spesso, soggiunge il santo(11) che quelli(12) che molto (- 172 -) tempo sono stati sopportati, improvvisamente poi muoiono senz’aver tempo di convertirsi: “Saepe qui diu tolerati sunt, subita morte rapiuntur, ut nec flere ante mortem licet”. Specialmente quando più grande sarà stata la luce che Dio ti ha data, tanto maggiore sarà la tua accecazione ed ostinazione nel peccato. “Melius enim erat illis” (disse S. Pietro) “non cognoscere viam iustitiae quam post agnitionem retrorsum converti” (2. Petr. 2. 21). E S. Paolo disse essere impossibile (moralmente parlando) che un’anima illuminata, peccando di nuovo si converta: “Impossibile enim est eos, qui semel illuminati sunt, et gustaverunt donum coeleste… et prolapsi sunt, rursus renovari ad poenitentiam” (Hebr. 6. 4). È terribile quel che dice il Signore contra i sordi alle sue chiamate: “Quia vocavi, et renuistis… Ego quoque in interitu vestro ridebo, et subsannabo vos” (Prov. 1. 24)(13). Si notino quelle due parole “Ego quoque”: significano che siccome quel peccatore ha burlato Dio, confessandosi, promettendo e poi sempre tradendolo; così il Signore si burlerà di lui nella sua morte. In oltre dice il Savio: “Sicut canis qui revertitur ad vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam” (Prov. 26. 11). Spiega questo testo Dionisio Cartusiano(14) e dice che come si rende abbominevole e schifoso quel cane, che si ciba di ciò che prima ha vomitato; così rendesi odioso a Dio, chi ritorna a commettere i peccati che ha detestati nella confessione: “Sicut id quod per vomitum est reiectum resumere, est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterare”. Affetti e preghiere. Eccomi, mio Dio(15) a’ piedi vostri, io son quel cane schifoso, che tante volte ho tornato a cibarmi di quei pomi vietati, che prima ho detestati. Io non merito pietà, o mio Redentore; ma il sangue che avete sparso per me, mi anima e mi obbliga a sperarla. Quante volte vi ho offeso, e Voi mi avete perdonato! Vi ho promesso di non offendervi più, e poi(16) son ritornato al vomito, e Voi avete ritornato a (- 173 -) perdonarmi. Che aspetto, che proprio mi mandiate all’inferno? O mi abbandoniate in mano del mio peccato, che sarebbe maggior castigo dell’inferno? No, mio Dio, voglio emendarmi, e per esservi fedele voglio mettere tutta la mia confidenza in Voi; voglio, quando sarò tentato, subito e sempre ricorrere a Voi. Per lo passato mi son fidato delle mie promesse e de’ miei propositi, ed ho trascurato di raccomandarmi a Voi nelle tentazioni; e questa è stata la mia ruina. No, da oggi innanzi Voi avete da essere la speranza e la fortezza mia, e così potrò tutto: “Omnia possum in eo qui me confortat”(17). Datemi dunque la grazia per li meriti vostri, o Gesù mio, di raccomandarmi sempre a Voi, e di cercarvi(18) aiuto ne’ miei bisogni. V’amo, o sommo bene, amabile sopra ogni bene; e solo Voi voglio amare […]».

Note: 1 [30.] e chi lo) chi lo ND1 VR ND3 BR1 BR2. 2 [2.] Is., 61, 1: «Misit me, ut mederer contritis corde». 3 [8.] S. GREGORIUS M., Dialogorum l. V, c. 18; PL 77, 349: «Nam quidam vir cunctis in urbe notissimus, ante triennium filium habuit annorum, sicut arbitror, quinque quem nimis carnaliter diligens remisse nutriebat. Atque idem parvulus (quod dictu grave est) mox ut eius animo aliquid obstitisset, maiestatem Dei blasphemare consueverat: qui in hac urbe ante triennium mortalitate percussus venit ad mortem. Cumque eum suus pater in sinu teneret, sicut hi testati sunt qui praesentes fuerunt, malignos ad se venisse spiritus trementibus oculis puer aspiciens, coepit clamare: Obsta, pater, obsta, pater. Qui clamans declinabat faciem, ut se ab eis in sinu patris absconderet. Quem cum ille trementem requireret quid videret, puer adiunxit, dicens: Mauri homines venerunt, qui me tollere volunt. Qui cum hoc dixisset, maiestatis nomen protinus blasphemavit, et animam reddidit. Ut enim omnipotens Deus ostenderet pro quo reatu talibus fuisset traditus executoribus, unde viventem pater suus noluit corrigere, hoc morientem permisit iterare; ut qui diu per Divinitatis patientiam blasphemus vixerat, quandoque per Divinitatis iudicium blasphemaret, et moreretur». Vedi anche SARNELLI, La via facile, e sicura del Paradiso, parte II, cons. 11; I, Napoli 1738, 164: può essere che s. Alfonso l’abbia attinto in questo libro. 4 [9.] COPPENSTEIN F. A., Beati Alani redivivi rupensis tractatus mirabilis de ortu atque progressu Psalterii Christi et Mariae, p. V, c. 60: speculum peccatricis Benedictae Florentinae; Venetiis 1665, 432: «Hodie puella una XII annorum propter solum peccatum luxuriae, cum proprio patre occisa, in aeternum est damnata. Et hodie in Hispania puer octo annorum submergetur, et solum propter peccatum luxuriae, in aeternum damnabitur». 5 [12.] Matth., 21, 19. 6 [2.] S. AUGUST., De correptione et gratia, c. 5, n. 8; PL 44, 920: «Tunc autem correptione proficit homo, cum miseretur atque adiuvat, qui facit quos voluerit etiam sine correptione proficere. Sed quare isti sic, illi aliter, atque alii aliter, diversis et innumerabilibus modis vocentur ut reformentur, absit ut dicamus iudicium luti esse debere, sed figuli». Il santo Dottore esprime lo stesso concetto in altri scritti come in In Ioan. Evang., tr. 26, n. 2; PL 35, 1607; in Epist. 194 ad Sixtum Romanum, c. 3, n. 6; PL 33, 876; ecc. 7 [13.] non mai m’ha) non m’ha mai VR. 8 [14.] che verrà) ne verrà VR BR1 BR2. 9 [16.] GISOLFO P., La guida de’ peccatori, p. 1, disc. VI, Roma 1694, 170: «Plus centuplo timendum est, cum longanimiter tolerat, dice S. Giovan Grisostomo, quam cum festinanter punit; poiché il castigo sarà più terribile per esser stato tempo assai aspettato, senza frutto a penitenza (S. Gio. Grisost., homil. 26 ad popul. antioch.)». Cfr. CHRYSOST., Ad pop. antioch. homil. 3, n. 7: PG 49, 58: «Si peccaveris et punitus non fueris, ne contemnas, dilecte; sed propter hoc ipsum magis time, sciens quod facile Deo est, quando velit, iterum retribuere». 10 [19.] S. GREGORIUS M., In Evangelia, homil. 13, n. 5; PL 76, 1126: «Sed nemo hanc eius longanimitatem negligat… Nam quos diu, ut convertantur, tolerat, non conversos durius damnat». 11 [21.] S. GREGORIUS M., Moralia in Iob, l. 15, c. 43; PL 75, 1105: «Saepe hi qui diu in iniquitate tolerati sunt, subita morte rapiuntur, ut nec flere ante mortem liceat quae peccaverunt». 12 [21.] che quelli) quelli VR BR1 BR2. 13 [14.] Prov., 1, 24, 26. 14 [19.] DION. CARTHUS., Enarrationes in Epist. secundam B. Petri, a. 2, in c. II, 21; Opera, XIII, Monstrolii 1901, 691: «Sicut id quod per vomitum est eiectum, resumere est valde abominabile, foetens ac turpe, sic peccata poenitendo deleta reiterare». 15 [26.] mio Dio) Dio mio ND1. 16 [31.] e poi) e più NS7: err. tipografico. 17 [9.] Philip., 4, 13.

Prepararsi alla morte. Spiega sant’Alfonso Maria de’ Liguori in «Apologia della Teologia Morale», «Apparecchio alla Morte», cons. I, punto III, in riferimento al fico senza frutti di s. Luca 13: «Fratello mio, in questo ritratto della morte vedi te stesso, e quello che hai(1) da diventare. “Memento, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”(2). Pensa che tra pochi anni, e forse tra mesi(3) o giorni diventerai putredine e vermi. Giobbe con questo pensiero si fece santo: “Putredini dixi, pater meus es tu, mater mea et soror mea vermi bus” (Iob. 17. 14). Tutto ha da finire; e se l’anima tua in morte si perderà, tutto sarà perduto per te. “Considera te iam mortuum”, dice S. Lorenzo Giustiniani,(4) “quem scis de necessitate moriturum” (De Ligno vitae, cap. 4). Se tu fossi già morto, che non desidereresti di aver(5) fatto per Dio?(6) Ora che sei vivo, pensa che un giorno hai da trovarti morto. Dice S. Bonaventura che il nocchiero per ben governar la nave, si mette alla coda di quella; così l’uomo per menar buona vita, dee(7) immaginarsi sempre come stesse in morte. Di là, dice S. Bernardo(8): “Vide prima et erubesce”(9), guarda i peccati della gioventù, ed abbine rossore: “Vide media, et ingemisce», guarda i peccati della virilità, e piangi: «Vide novissima, et contremisce», guarda gli ultimi presenti sconcerti della tua vita, e trema, e presto rimedia. S. Camillo de Lellis(10), quando si affacciava sulle fosse de’ morti, dicea tra sé: Se questi tornassero a vivere, che non farebbero per la vita eterna? ed io che ho tempo, che fo per l’anima? Ma ciò lo dicea(11) questo Santo per umiltà. Ma voi, fratello mio, forse con ragione potete temere d’essere quel fico senza frutto, di cui diceva(12) il Signore: “Ecce anni tres sunt, ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac, et non invenio” (Luc. 13. 7). Voi più che da tre anni state nel mondo, che frutto avete dato? Vedete, dice S. Bernardo, che il Signore non solo cerca fiori, ma vuole anche frutti, cioè non solo buoni desideri e propositi, ma vuole anche opere sante. Sappiate dunque avvalervi di questo tempo, che Dio vi dà(13) per sua misericordia; non aspettate a desiderare il tempo di far bene, quando non sarà più tempo, e vi sarà detto: “Tempus non erit amplius: Proficiscere”(14), presto, ora è tempo di partire da questo mondo, presto, quel ch’è fatto è fatto. Affetti e preghiere. Eccomi, Dio mio, io sono quell’albero, che da tanti anni meritava di sentire: “Succide ergo illam, ut quid etiam terram occupat?”(15) Sì, perché da tanti anni che sto al mondo, non v’ho dati altri frutti, che di triboli e spine di peccati. Ma Signore, Voi non volete che io(16) mi disperi».

Note: 1 [14.] che hai) c’hai ND1 ND3; ch’hai VR BR1 BR2. 2 [14.] Gen., 3, 19. Memento proviene dal Rituale circa le sacre ceneri. 3 [15.] tra mesi) tra, om. ND1 VR BR1 BR2. 4 [19.] S. LAUR. IUSTIN., Lignum vitae, tr. XII, c. 14; Opera, Venetiis 1721, 54. 5 [21.] di aver) d’aver ND1 VR ND3 BR1 BR2. 6 [21.] per Dio, ag. NS7. 7 [24.] dee) deve ND1 VR ND3 BR1 BR2: qui e altrove seguiamo la correzione autografa «dee» che è in BM, rispondente alle raccomandazioni dell’autore e alla sua grammatica, cfr. IG, 46-47. 8 [25.] Ps. BONAVENTURA (= GULIELMUS DE ANICIA), Diaeta salutis, tit. VII, c. I. Cfr. Opera S. Bonaventurae, VIII, Ad Claras Aquas 1898, CXI, n. 8. 9 [26.] V. BELLOVACENSIS, Speculum morale, l. 2, p. I, dist. 3; Venetiis 1591, 124, col. IV: «Idem Bernardus: Non solum novissima sed et prima et media. Vide prima et erubesce. Vide media et ingemisce. Vide novissima et contremisce vel pertimesce. Prima inducunt homini pudorem. Secunda dolorem. Novissima timorem». Cfr. S. BERNARDUS, Sermones de diversis, XII, nn. 1-2; PL 183, 571: «Recole primordia, attende media, memorare novissima tua. Haec pudorem adducunt, ista dolorem ingerunt, illa metum incutiunt. Cogita unde veneris, et erubesce; ubi sis, et ingemisce; quo vadas, et contremisce». 10 [4.] CICATELLI S. – DOLERA P., Vita del B. Camillo de Lellis, Roma 1742, 228. II. S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 51, n. 2; PL 183, 1025: «Inutiliter.. flos apparet ubi non sequitur fructus. Teque florem reputat Deus, et bene et complacet in te, si tibi nec honestae conversationis decor, nec bonae opinionis fragrantia, nec intentio desit futurae retributionis. Fructus enim spiritus est vita aeterna». 11 [6.] dicea) diceva BR1 BR2. 12 [8.] diceva) dicea VR. 13 [14.] vi dà) vi darà VR BR1 BR2. 14 [15.] Apoc., 10, 6. Proficiscere proviene dal Rituale: cfr. Ordo commendationis animae. 15 [20.] Luc., 13, 7. 16 [22.] che io) ch’io ND1 VR ND3 BR1 BR2.

Il senso mistico. Sant’Alfonso in «Traduzione de’ Salmi e de’ Cantici», feria VI, alle Laudi, a proposito dell’altro fico che non fiorisce (Lc. 13), precisa: «“Ficus enim non florebit: et non erit germen in vineis”. Poiché nel tempo della tribolazione il fico non fiorirà e non vi sarà tralcio di vite nelle vigne. Nel senso mistico ciò può intendersi che nella desolazione degli ebrei, in pena di aver essi ucciso il lor Salvatore, non daranno più frutto di buone opere, avendo perduto il regno di Dio, che si darà al popolo cristiano, il quale darà frutti di virtù, secondo disse loro Gesù Cristo: “Et ideo dico vobis, quia auferetur a vobis regnum Dei et dabitur genti facienti fructus eius” (Num. 11. 25)».

Vicenda storica. Secondo l’abate Giuseppe Ricciotti, dal testo «Vita di Gesù Cristo», Il fico maledetto (§§ 510-511): «§ 510. […] l’operosità di Gesù in questi ultimi giorni fu molto intensa, e a buon diritto possiamo supporre che ci sia stata narrata soltanto in parte. Il favore popolare, prolungatosi ancora per due o tre giorni dopo la domenica trionfale, salvaguardava sufficientemente Gesù dall’odio dei maggiorenti giudei e gli permetteva di trattenersi durante il giorno in Gerusalemme insegnando e disputando pubblicamente nel Tempio, ove il popolo l’attendeva ansiosamente come ci ha detto Luca; di notte invece, quando il popolo avrebbe potuto far pochissimo e i maggiorenti moltissimo, Gesù si allontanava dalla malfida città e, attraversato il torrente Cedron, si ritirava sull’attiguo monte degli Olivi, il quale comprendeva tanto l’amico villaggio di Bethania, quanto il giardino di Gethsemani, ch’era un luogo anche più vicino e prediletto da Gesù. Dunque l’unico impedimento a che l’odio dei maggiorenti si sfogasse era la benevolenza del popolo; ma quei maggiorenti sapevano perfettamente che tale benevolenza è quanto di più mutevole e incostante si possa immaginare, ed essi attesero il momento propizio per farla mutare d’un colpo senza pubblici sconvolgimenti. In tale attesa consumarono essi questi quattro giorni. Nel primo di essi, il lunedì, Gesù partì da Bethania di buon mattino insieme con gli Apostoli alla volta di Gerusalemme. Prima di partire egli non aveva mangiato, e quindi durante il cammino ebbe fame. Veramente appare strano che egli uscisse dalla casa governata da una solerte massaia come Marta senza prender cibo, tanto più che nel Talmud i rabbini raccomandano il pasto in ora sollecita, e Rabbi Aqiba ammonisce: “Alzati di buon’ora e mangia…; sessanta corrieri potranno correre ma non oltrepassare colui che ha mangiato di buon’ora”. Ma questo non è il solo elemento paradossale del pre­sente episodio; anche altri suoi tratti ci inducono a considerano alla stregua di una di quelle azioni simboliche compiute frequentemente dagli antichi profeti, e specialmente da Ezechiele l’azione era vera e reale, ma usciva dal quadro della vita ordinaria, mirando solo a rappresentare in maniera visiva e quasi tangibile un dato insegnamento astratto. § 511. Per calmare dunque la fame, Gesù s’avvicinò ad un albero di fico che stava presso la strada ed era lussureggiante di foglie, come se ne trovano comunemente ancora oggi sul monte degli Olivi, e cercò tra il fogliame se c’erano frutti. Ma frutti non ce n’erano e non potevano esserci, per la semplice ragione – come dice Marco (11, 13) – che non era la stagione dei fichi. Si stava infatti ai primi d’aprile e a quella stagione in Palestina, anche nelle zone più solatie, l’albero di fico può bensì aver gettato i primi bocci, i cosiddetti fichi fiori, ma questi non sono allora in nessun modo mangiabili e maturano solo verso i primi di giugno; anche i frutti della gettata seconda, o autunnale, possono conservarsi sull’albero fin verso gli inizi dell’inverno, ma non vi resistono mai fino all’aprile in cui allora si stava. Volendo dunque giudicare quell’albero come se fosse stato una persona morale e responsabile, bisognerebbe dire che esso non era “colpevole” se non aveva frutti in quella stagione: in realtà Gesù cercava ciò che, regolarmente, non poteva trovare. Con tutto ciò egli maledisse quell’albero dicendo: Mai più in eterno nessuno mangi da te frutto! Tutte queste considerazioni ci confermano che Gesù volle compiere un’azione che aveva valore simbolico, analoga per esempio allo spezzamento della brocca compiuto da Geremia (Ivi., cap. 19), all’azione compiuta da Ezechiele (Ivi., cap. 5) di radersi barba e capelli con una spada affilata, e a tante altre azioni paradossali degli antichi profeti, le quali avevano tutte un significato simbolico. In questo caso dell’albero il simbolo prendeva argomento dal contrasto tra l’abbondanza del fogliame inutile e la mancanza dei frutti utili: dal quale contrasto era anche giustificata la maledizione all’albero “colpevole”. Chi poi – come gli Apostoli ch’erano presenti – conosceva l’indole del ministero di Gesù ed aveva ascoltato le sue discussioni con i Farisei e le sue invettive contro la loro ipocrisia, poteva comprendere agevolmente a chi si riferisse l’insegnamento simbolico: il vero colpevole era il popolo eletto, Israele, ricchissimo allora di fogliame farisaico ma ostinatamente privo da lungo tempo di frutti morali, e quindi meritevole della maledizione di sterilità eterna. Ché se qualche dubbio su tale riferimento storico poté sussistere da principio nella mente degli Apostoli, esso fu del tutto rimosso dalle parabole della riprovazione (Ivi., § 512 segg.) pronunziate da Gesù il giorno appresso e indirizzate appunto contro l’Israele contemporaneo. Quanto avvenne dopo la maledizione di Gesù è riassunto in poche parole da Matteo (21, 19), il quale dice che l’albero si disseccò subito e riporta immediatamente appresso l’ammonizione fatta su tal proposito da Gesù. […]».

Nel contesto della vita di Gesù. Secondo mons. Francesco Spadafora, dal volume «Dizionario Biblico», 1963, Commento a s. Luca: «[…] In viaggio verso Gerusalemme (9, 51­19, 28). Il vero spirito di Cristo consiste nella mansuetudine (verso i Samaritani inospitali), nella piena e pronta dedizione, nello zelo disinteressato (missione dei 72 discepoli), nell’amore del prossimo (parabola del samaritano pietoso), nella vita contemplativa (Maria e Marta), nell’orazione (Pater noster) fiduciosa e perseverante (9, 51-11, 13). Gesù svolge una serrata requisitoria contro i Farisei (11, 14-54). Inculca le disposizioni per partecipare al regno di Dio: sincerità (non l’ipocrisia), piena fiducia (non la paura), fuga dell’avarizia (parabola del ricco stolto), abbandono nella Provvidenza (non le preoccupazioni terrene), vigilanza (parabole del ladro e dell’economo), spirito battagliero (segni del “tempo”), penitenza (parabola del fico infruttuoso), carità comprensiva (guarigione della donna ricurva), perseveranza (parabole del chicco e del lievito): 12-13, 21 […]

Come abbiamo già visto commentando il Liguori, il contenuto dei veri sermoni cattolici, qui presentati, si differenzia molto da quello della pastorale propinata oggi per cattolica in tante chiese. In realtà oggigiorno si insegna, molto spesso, per lo più una fede diversa, agnostica, a misura d’uomo, ovvero una fede non cattolica!

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

 
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2 Commenti a "GESÙ, IL FICO MALEDETTO ED IL «CANE CHE TORNA AL VOMITO»"

  1. #Willy   15 aprile 2014 at 4:49 pm

    Estrapolare due frasi del Vangelo per scoraggiare gli altri non è molto cristiano.

    • #ricciotti   15 aprile 2014 at 4:57 pm

      Volendo lo potrebbe scrivere al Liguori, Santo, Dottore della Chiesa, Vescovo e Confessore.
      Saluti.